“Inside Out”, l’elogio della malinconia all’epoca dell’euforia

“Inside Out”, l’elogio della malinconia all’epoca dell’euforia

Inside Out, l’ultimo film animato realizzato dai Pixar Animation Studios e prodotto da Disney, è uscito da poco meno di una settimana nelle sale italiane e sta ricevendo un’accoglienza strepitosa, sia dal pubblico che dalla critica. Niente di completamente inatteso, però. Fu proprio Inside Out, infatti, il film più applaudito, seppur fuori concorso, al Festival di Cannes del maggio scorso, quando alla première del film diretto da Pete Docter — già vincitore di un Oscar per il miglior film d’animazione con Up, nel 2009 — la platea applaudì come non aveva applaudito nessun altro film in concorso.

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Partiamo da due parole sulla trama, che, come lascia intendere il titolo, è costruita su due livelli. Da una parte l’Out, il fuori, ovvero la vita della piccola Riley, che ha circa 11 anni e che con la sua famiglia si trasferisce dal Minnesota a San Francisco. Un trasferimento che è, come spesso capita, decisamente traumatico per Riley, soprattutto per la coincidenza del trasloco con il delicatissimo quanto decisivo passaggio dall’infanzia alla pubertà.

Dall’altra, invece, l’Inside, il dentro, la cui ideazione e realizzazione è la vera carta che chiude il punto a Pete Docter e rende questo film qualcosa di speciale.

Il dentro, dicevamo, ovvero quel che succede nel cervello di Riley man mano che la vita le regala gioie e dolori, le mette i bastoni tra le ruote e la mette alla prova. Lì dentro, nel cervello di Riley, si muovono cinque personaggi che incarnano le cinque emozioni principali dell’animo umano, Gioia, Tristezza, Fastidio, Rabbia e Paura. Sono loro che gestiscono da una consolle, con alterne fortune, la costruzione delle emozioni e la formazione dei ricordi di Riley. In una parola: la sua crescita, la sua uscita — faticosa e dolorosa come quella di tutti — dall’infanzia.

Ormai è diventata una banalità da bar mettersi a raccontare che i cartoni animati contemporanei sono pensati in modo da affascinare i bambini e colpire profondamente anche i loro genitori che li portano al cinema. Ma come ogni tanto capita ai luoghi comuni, questo è comune proprio perché è vero.

La Pixar ha tirato fuori dal cilindro un prodotto che, oltre a una straordinaria complessità nella costruzione dell’intreccio, offre una perfetta metafora del funzionamento del nostro cervello

Anzi, a dirla tutta questa volta la Pixar ha tirato fuori dal cilindro un prodotto che, oltre a una straordinaria complessità nella costruzione dell’intreccio, offre una perfetta metafora del funzionamento del nostro cervello. Perché quel che ai bambini sembrerà una storiella di cinque teneri personaggini, in realtà — ed è proprio questa la carta che chiude il punto a Docter — ai loro genitori apparirà come la trasformazione divulgativa, ma non per questo meno credibile e accurata, delle ultime teorie neurologiche sulla costruzione della nostra personalità.

Si possono dire tante cose alla Pixar, ma di sicuro non che faccia le cose per approssimazione. E infatti a garantire l’aderenza della metafora alla teoria sono stati chiamati Dacher Keltner e Paul Ekman, professori di psicologia all’Università della California, due dei più quotati esperti del settore, che in un articolo pubblicato sul New York Times hanno raccontato la loro partecipazione alla scrittura del film, spiegando come quel che vediamo sullo schermo sia la trasposizione dei più recenti studi «che hanno provato che le nostre identità vengono definite da specifiche emozioni, che danno forma alla nostra percezione del mondo, a come esprimiamo noi stessi e alle reazioni che suscitiamo negli altri».

A garantire l’aderenza della metafora alla teoria sono stati chiamati Dacher Keltner e Paul Ekman, professori di psicologia all’Università della California

In questo caso tutto nasce da Gioia, il primo e più importante — almeno per un po’ — dei personaggini che si industriano nel cervello di Riley per farla crescere nel modo migliore. È lei che fin all’inizio gestisce la “consolle”. È lei che presiede ai sogni della piccola Riley. È lei che interpreta e cataloga i suoi ricordi felici e che, con l’aiuto di Paura, Fastidio e Rabbia, la conduce nel percorso di crescita. E poi? E poi c’è Tristezza.

Tristezza, dentro il recinto fantasioso della metafora, è un personaggino cicciotto, bassino e lamentoso dai capelli blu — blue, che in inglese è l’origine del Blues, e si può tradurre anche con malinconia o tristezza. All’inizio Tristezza è messa da parte da Gioia, che la tiene il più lontano possibile dai ricordi e dalla vita di Riley. Ma è proprio quel tenero e impacciato personaggino blu che, con l’avanzare del film e della crescita di Riley, si ritroverà ad essere la protagonista.

«Inside Out è un film sulla perdita e su quel che le persone ottengono quando vengono guidate dal sentimento della tristezza»

«Inside Out è un film sulla perdita», continuano sul New York Times Keltner e Ekman. «E su quel che le persone ottengono quando vengono guidate dal sentimento della tristezza»; e in un mondo in cui la percezione della tristezza è comunemente negativa, colpevolizzante, in cui la malinconia è vista come un sentimento da depressi e in cui il consumo di psicofarmaci è in costante e mostruoso aumento — soprattutto tra i giovani — la scelta di Peter Docter è l’all-in vincente che si porta a casa la partita. Game, set, match, diremmo se stessimo parlando di una partita di tennis. E in effetti è una grande vittoria, anzi una bella rivincita del bistrattato sentimento della malinconia.

Inside Out è film da vedere, che non rompe l’asticella, ma in parte cambia le regole del gioco nel campo dei lungometraggi animati

Insomma, Inside Out è film da vedere, che non rompe l’asticella, ma in parte cambia le regole del gioco nel campo dei lungometraggi animati, mai così ambiziosi nell’obiettivo e mai così efficaci nella resa. Una ricostruzione talmente efficace di come si creano, si evolvono e si consolidano le emozioni che, anche a giudicare da alcune tracce seminate nel finale del film, sembrerebbe non aver ancora finito la sua corsa.

Anton Checov diceva che quando in un racconto appare una pistola, quella pistola deve sparare. E francamente viene molto difficile pensare che i creatori di Inside Out, nel finale del film, abbiano piazzato una nuova, scintillante e superaggiornata consolle dei sentimenti — con tanto di campanella rossa con scritto in caps lock Pubertà — senza la precisa volontà di farla sparare in un bel sequel.

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