Le vere lezioni americane di Calvino sono i libri che ha scelto

Le vere lezioni americane di Calvino sono i libri che ha scelto

Tracciare un profilo del Calvino letterato è cosa sicuramente complessa. Se poi si pensa all’altra faccia di Calvino, l’editore, la faccenda potrebbe subire ulteriori complicazioni. Anche perché, come il recto e il verso di un foglio, Calvino è indivisibile, in questo per niente simile al visconte Medardo di Terralba. Ma se, per gioco, accettiamo l’affascinante sfida di perderci nel suo labirinto, forse potremmo anche trovare un’originale via d’uscita.

Poco più che ventenne, Calvino entra a far parte dell’Einaudi iniziando dall’ufficio stampa fino a diventarne redattore e consulente a tutti gli effetti per quasi 40 anni

Poco più che ventenne, Italo Calvino entra a far parte dell’Einaudi iniziando dall’ufficio stampa fino a diventarne redattore e consulente a tutti gli effetti per quasi 40 anni. Il lavoro editoriale gli offre la possibilità di suggerire e divulgare la sua idea di letteratura, aspetto in cui crede fermamente. Specie quando, nel 1971, diventa padre assoluto della collana einaudiana dei «Centopagine» che mantiene in vita fino al 1985, nonostante le cicliche crisi finanziarie della casa editrice. Oltre alla scelta dei titoli da pubblicare (principalmente racconti lunghi o romanzi brevi – sulle cento pagine appunto – provenienti per oltre la metà dall’Ottocento e di nazionalità francese, inglese, tedesca, russa, americana e italiana) Calvino ne cura personalmente quasi tutti i paratesti, dalle quarte di copertina alle note introduttive. Da quelle scelte e da quei paratesti appare evidente che Calvino aveva già le idee molto chiare sul modello di letteratura che intendeva diffondere. E lo fa con le armi dell’editore e con il pathos del letterato.

Se come Marco Polo ci poniamo nella condizione mentale del viaggio e ci perdiamo dentro questi apparati critici e nelle motivazioni che hanno portato alla pubblicazione di questi libri (spesso alla ripubblicazione, seppur con vesti rinnovate) vuol dire che abbiamo accettato la sfida di Calvino e che vogliamo recuperare quelle tracce di sé che ci ha lasciato generosamente “nei libri degli altri”; e che poi ha deciso di “fissare” nel suo ultimo sforzo intellettuale, le Lezioni americane (uscito postumo nel 1985), in cui dedica pagine preziose a leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità, canoni che considerava indispensabili alla letteratura del terzo millennio.

Tutta la letteratura per Calvino deve implicare una sottrazione di peso, altrimenti si rischia di cadere nell’opacità, nell’inerzia e nella pesantezza del mondo, che inesorabilmente si riversa nella scrittura

Prendiamo il primo canone, la leggerezza, intesa come «narrazione d’un ragionamento o d’un processo psicologico in cui agiscono elementi sottili e impercettibili»: Calvino cita apertamente la scrittura di Henry James. Tutta la letteratura per Calvino deve implicare una sottrazione di peso, altrimenti si rischia di cadere nell’opacità, nell’inerzia e nella pesantezza del mondo, che inesorabilmente si riversa nella scrittura. E sono 5 i libri di James (Daisy Miller, Il carteggio Aspern, La fonte sacra, Una vita londinese, Il riflettore) che compaiono tra i 77 dei «Centopagine». E della capacità di trasformare in letteratura, attraverso la sottrazione di peso accessorio, il grave e fisico mondo circostante, ne abbiamo contezza nella quarta di copertina scritta da Calvino per L’uomo che corruppe Hadleyburg di Mark Twain (pubblicato in «Centopagine» nel 1972). Calvino presenta Twain come un «instancabile sperimentatore e manipolatore di congegni linguistici e retorici […]: basta mettergli in mano un testo scritto qualsiasi e lui si mette a giocarci finché non salta fuori un racconto. Ma dev’essere un testo che con la letteratura non abbia nulla a che fare». Letteratura contro mondo fisico, leggerezza contro gravità.

Per introdurre il canone della rapidità Calvino ci parla di quanto sia fondamentale l’economia di tempo nella letteratura: tanto tempo si risparmia, tanto più se ne può perdere. E visto che non intende escludere il canone opposto, lo scrittore considera “rapida” quella «scrittura pronta alle divagazioni, a saltare da un argomento all’altro, a perdere il filo cento volte e a ritrovarlo dopo cento giravolte». Il romanzo tutto composto da digressioni è la grande invenzione di Lawrence Sterne, presente in «Centopagine» nel 1981 con Un romanzo politico; e di contro nella quarta di copertina del libro, Calvino ci fa notare come l’autore concepisca i suoi testi «come scatole a sorpresa o trappole o ragnatele sospese nel vuoto». Esempio seguito da Diderot che si appropriò del metodo della digressione e della divagazione per cercare di rinviare la conclusione e moltiplicare il tempo all’interno dell’opera: operazione evidente in Jacques le fataliste (che uscirà nella collana nel 1979) in cui, nota Calvino, “lo schema del «racconto differito» è per Diderot la sola veritiera immagine del mondo vivente”.

Sdegnato dall’«uso approssimativo, casuale, sbadato» del linguaggio, Calvino si affanna per trovarci la cura. «Solo la letteratura può creare gli anticorpi che contrastino l’espandersi della peste del linguaggio

Sdegnato dall’«uso approssimativo, casuale, sbadato» del linguaggio, Calvino si affanna per trovarci la cura. «Solo la letteratura può creare gli anticorpi che contrastino l’espandersi della peste del linguaggio», una letteratura dotata di esattezza, di assoluta precisione, di un linguaggio dosato maniacalmente, capace di farci intuire e vedere anche quello che non è scritto. Esattezza descrittiva che rintraccia ne I tre racconti di Flaubert (nell’80 per «Centopagine»), dove «la trasparenza delle frasi del racconto è il solo mezzo possibile per rappresentare la purezza e la nobiltà naturale nell’accettare il male e il bene della vita». Così Balzac che con l’esattezza di un linguaggio limpido e altamente descrittivo ci permette di conoscere la città di Parigi in ogni suo angolo, in Ferragus (1973) e l’arredamento dei salotti della media borghesia francese de I piccoli borghesi (1981).

La grandezza della letteratura consiste nella miracolosa capacità di trasformare «le visioni polimorfe degli occhi e dell’anima» in «pagine di segni allineati fitti fitti come granelli di sabbia»

Esattezza e visibilità, terza e quarta lezione, sono canoni strettamente connessi. Quanto più una pagina è dotata di esattezza tanto più permette di evocare immagini, di essere vivida e icastica. La grandezza della letteratura consiste nella miracolosa capacità di trasformare «le visioni polimorfe degli occhi e dell’anima» in «pagine di segni allineati fitti fitti come granelli di sabbia». In un articolo Calvino affermerà che «la visività romanzesca comincia in Stendhal e Balzac, e tocca con Flaubert il rapporto perfetto tra parola e immagine» (Stendhal presente in «Centopagine» nel 72 con La badessa di Castro), aggiungendo che Flaubert concepisce, come lui, il «romanzo come arte di far vedere persone e cose». E dell’esattezza della scrittura in grado di rendere visibile anche quello che non c’è, parla nella nota introduttiva di Due ussari di Tolstoj (in «Centopagine» nel 72): «Capire come Tolstoj costruisce la sua narrazione non è facile. Quel che tanti narratori tengono allo scoperto in lui resta nascosto, ma nascosto non vuol dire che non ci sia […]. Tale occultamento della meccanica narrativa» permette di intuire che «ciò che conta in Tolstoj è ciò che non si vede, ciò che non è detto, ciò che potrebbe esserci e non c’è»; allo stesso modo questa dissimulazione dei reali intenti dell’autore rappresenta il solco lungo cui scorre la penna di Henry James in Daisy Miller, il quale «sembra sempre sul punto di dire qualcosa che non dice», come Calvino ci fa notare nella nota introduttiva del ’73.

Nella lezione sulla visibilità cita Hoffmann, von Arnim, Eichendorff, Gogol, Leskov, che compaiono anche nei «Centopagine», attratto dalla vena visionaria e spettacolare di cui traboccano i loro romanzi. E arriva fino a Stevenson, in «Centopagine» con Olalla nel ’74 e con Il padiglione delle dune nel ’73. Nella nota introduttiva di quest’ultimo, Calvino addirittura asserisce: «The Pavilion on the Links è la storia che vien fuori da un paesaggio. Dalle dune desolate delle coste scozzesi». E ancora afferma, nella quarta di copertina che compone per La prateria del Giacinto di Charles Sealsfield, (nella collana einaudiana nel1974) che il racconto non è altro che «un’allucinante cavalcata attraverso le deserte praterie del Texas, tra rare “isole” d’alberi e solitari elci ricoperti di lunghe barbe di muschio».

Il padre di Marcovaldo diceva che i libri sono fatti per essere affiancati da altri innumerevoli libri e «la verità si trova solo inseguendola dalle pagine d’un volume a quelle d’un altro volume»

Approdando infine alla molteplicità, citazione obbligata è la polifonia bachtiniana, concetto che il critico russo ha elaborato da un’originale lettura di Rabelais e Dostoevsky, quest’ultimo in «Centopagine»» con ben cinque titoli, tra cui Le notti bianche (1971), uno dei più venduti della collana. Con la molteplicità in letteratura Calvino intende quell’insieme di piani, d’intrecci, di suggestioni che permette di approdare alla struttura propria del genere romanzesco. Sia nella nota introduttiva di Pierre e Jean di Maupassant, pubblicato nel 1971 (in cui dichiara «In questa densità del mondo dell’esperienza sta il naturalismo di Maupassant, per la chiara coscienza che Maupassant possiede […] che questa verosimiglianza è anch’essa un codice di convenzioni, uno speciale criterio d’accumulazione e d’economia di “piccoli fatti” per evidenziare e insieme dissimulare le “intenzioni”, il “piano” del racconto») sia nella quarta che scrive per Il viaggiatore incantato di Nikolaj Leskov del 1978 (in cui afferma «Il piacere del raccontare […] Uno sconosciuto comincia a rievocare episodi della sua vita, e ogni storia che racconta è più incredibile della precedente, e una storia tira l’altra, e infine è tutta una vita fitta di vagabondaggi e avventure che viene fuori, […] in cui è impossibile sceverare verità da affabulazione») è possibile rinvenire tutta una serie di analisi introspettive, descrizioni psicologiche e innumerevoli suggestioni che mirano alla creazione del «romanzo come grande rete». Proprio come lo intendeva Calvino.

Il padre di Marcovaldo diceva che i libri sono fatti per essere affiancati da altri innumerevoli libri e «la verità si trova solo inseguendola dalle pagine d’un volume a quelle d’un altro volume». Accettare la sfida e giocare oggi con l’eredità di Calvino, a trent’anni dalla sua morte, resta un nostro dovere. Inoltre è l’unico modo che abbiamo per dirgli ancora grazie, specie nell’anno in cui tanti maturandi avranno (presumibilmente) vituperato il suo nome.

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