Nella campagna elettorale Usa entra il dramma delle carceri

Nella campagna elettorale Usa entra il dramma delle carceri

Vuoi riformare il sistema carcerario? Se sei un politico negli Stati Uniti, questo è il mezzo migliore per guadagnare consensi e voti, specie in vista delle elezioni presidenziali per il 2016. La visita di Barack Obama al penitenziario di El Reno, in Oklahoma, a metà luglio, la prima fatta da un presidente in carica, ha riportato all’attenzione del pubblico americano il tema del sistema carcerario, uno dei più contraddittori e costosi del mondo.

Il sistema carcerario americano è uno dei più contraddittori e costosi del mondo

Ad ogni 100 milioni di dollari spesi in costruzione, infatti, corrispondono 1,6 miliardi per costi operativi nei successivi trenta anni, con un costo annuo per l’erario di circa 80 miliardi di dollari, mentre ogni prigioniero costa circa trentamila dollari l’anno. Il tutto nonostante il 75 per cento delle strutture carcerarie sia gestito da privati, come la The Geo Group o dalla Corrections Corps of America.

A fianco di questo, gli Stati Uniti d’America detengono uno dei primati più negativi a livello globale: con più di 2.250.000 persone in prigione, cioè 726 detenuti ogni 100.000 abitanti, uno ogni 138 americani, è la nazione che detiene il record mondiale d’imprigionati al mondo. Negli Usa ci sono circa 6.000 carceri, molte più di college e università, come riportava il 6 gennaio di quest’anno il Washington Post. Le cifre relative alla popolazione carceraria sono impressionanti: 100.000 detenuti in isolamento, 128.000 ergastolani, 100.000 i minorenni rinchiusi in riformatorio e 15.000 nelle prigioni per adulti. Con meno del 5 per cento della popolazione globale, gli Usa hanno il 25 per cento della popolazione carceraria mondiale.

Poco meno di cinque milioni di persone (4.800.000) sono in libertà vigilata e ben 5 milioni sono coloro i cui nomi non figurano più nelle liste elettorali. E nelle carceri federali, con ben 700.000 detenuti, 400.000 sono in attesa di giudizio, in attesa dell’avvocato e nella speranza che gliene venga affidato uno d’ufficio. Un rapporto del 2006 stilato dal Dipartimento di Giustizia (Probation and Parole in the United States) sosteneva che un cittadino americano su 32 era al momento in carcere o sotto forme varie di custodia, una percentuale che corrispondeva a 7,2 milioni di statunitensi (con 2,3 milioni effettivamente imprigionati).

Il boom di carcerati nelle strutture detentive americani, da 400.000 a oltre 2 milioni di detenuti, si è registrato dal 1980

Teniamo presente che il boom di carcerati nelle strutture detentive americani, da 400.000 a oltre 2 milioni di detenuti, si è registrato dal 1980, cioè dall’inizio della ‘rivoluzione’ reaganiana, inducendo un corrispondente boom dell’edilizia carceraria, prevalentemente nell’America rurale, con la creazione di strutture situate in piccole cittadine, nei deserti e in angoli remoti con ampi spazi, lontano dai principali centri abitati.

A questi dati sconcertanti – da confrontare con quelli di Paesi illiberali come la Cina popolare, con 1,6 milioni di carcerati, ma con una popolazione complessiva oltre quattro volte maggiore di quella degli Usa, o descritti come ‘autoritari’, come la Russia, che ha comunque percentuali più basse degli Usa, con 627 prigionieri ogni 100.000 abitanti – vanno aggiunte altre due questioni: quella etnica e quella sociale.

Infatti, metà della popolazione carceraria negli States è di etnia afro-americana e proviene dai ceti più umili. Mentre il tasso di incarcerati bianchi è di 393 per 100.000, mentre per i neri è 2.531. Considerando solo i maschi, il tasso per i bianchi sale a 717, mentre per i neri arriva a 4.919, ma in vari Stati supera quota 10.000 – con cifre medie, dunque, di circa il 10 per cento dei maschi adulti e afro-americani per Stato sono incarcerati! Peggio ancora, il tasso d’incarcerazione per i giovani afro-americani è di 12.603 per 100.000 abitanti, contro il 1.666 dei loro coetanei bianchi: cifra comunque astronomica, che rende il carcere negli Stati Uniti, per questi giovani, una sorta di “rito d’iniziazione”.

Nel Paese in cui molti si arruolano come volontari, partendo nelle missini all’estero, per sfuggire alla miseria, anche nel braccio della morte la disparità è evidente: all’inizio del decennio corrente abbiamo 11 bianchi “giustiziati” per l’omicidio di un nero contro 202 afro-americani uccisi per l’omicidio di un bianco (un quarto di questi è stato condannato da giurie di soli bianchi). Inoltre, su un totale di quasi 1.000 esecuzioni, l’80 perc ento riguarda omicidi di bianchi, anche se in America il 50 per cento delle vittime degli omicidi è nero.

Le cause di questa situazione non devono essere ricercate nel sistema economico americano, dicono diversi osservatori, ma in precise scelte politiche

Secondo diversi osservatori statunitensi, però, le cause di tali cifre non devono esser ricercate nel sistema economico americano o nell’effettiva discriminazione razziale che ancora caratterizza il paese (nonostante un presidente di colore, nonostante numerosi politici afro-americani in ambo gli schieramenti) quanto in precise scelte politiche fatte nel corso dei decenni. Si pensi alla War on Drugs, inaugurata dal repubblicano Nixon nel 1971, che ha avuto come risultato non solo un primo aumento di carcerazioni, ma l’impulso a creare nuovi carceri, riportava il Washington Post del 29 ottobre 2008. Infatti, nel 2004 i prigionieri detenuti per traffico di droga erano circa il 21 per cento nelle prigioni statali e il 55 per cento in quelle federali, spiegava un rapporto del Dipartimento di Giustizia dell’ottobre 2006.

È quindi un tema che non può non essere affrontato in sede di campagna elettorale, anche solo per le spese statali. Quali sono le proposte dei principali candidati alla presidenza? In ambito repubblicano, l’esuberante e populista Donald Trump propone soluzioni draconiane contro il crimine, criticando la proposta di abbassare le sentenze minime per i reati non violenti – proposte da Obama dopo la visita al carcere, assieme ai vari programmi di prevenzione della criminalità e di recupero, la fine alla tolleranza per gli abusi, le violenze e gli stupri nelle prigioni. Jeb Bush, candidato papabile a rappresentare il Gop, pur non parlando apertamente della situazione dei detenuti civili nelle carceri americane, ha detto, a favore della sicurezza dei cittadini: «Sì alla tortura in alcuni casi estremi: può essere necessaria per rendere gli Stati Uniti più sicuri», un possibile deterrente per costringere i prigionieri presumibilmente legati ad Al Qaida a fornire informazioni e nomi.

Hillary Clinton: «È tempo di chiudere l’era della carcerazione di massa»

Invece, poco dopo la visita di Obama, la candidata democratica Hillary Clinton, dalle aule della Columbia University, ha detto che «è tempo di chiudere l’era della carcerazione di massa», aprendo così un dibattito bipartisan su un tema spendibile per la campagna elettorale per l’anno prossimo. Peccato che, come nel caso delle responsabilità belliche, molte scelte politiche che hanno portato alla situazione insostenibile da lei denunciata siano state fatte da suo marito, Bill, quando era alla Casa Bianca, dato che il governo, con la legge sul crimine del 1994, stanziò quasi 10 miliardi di dollari per costruire nuove prigioni, mentre quella del 1997 autorizzò il passaggio di armamenti militari ai dipartimenti di polizia locali, per un valore complessivo di 6 miliardi di dollari.

Clinton infatti, per evitare l’accusa di essere “buonista” coi criminali – siamo all’inizio del mandato di Rudolph Giuliani, sindaco repubblicano di New York che darà il via alla politica anti-crimine della Zero Tollerance (“Tolleranza Zero”), elogiata dai conservatori di mezzo mondo – promosse linee guida più dure sulle sentenze e tagliò i fondi per l’educazione nelle carceri e quelli per la promozione di pene alternative. Ora, sembra che la candidata alla presidenza degli Stati Uniti voglia ritrattare quelle stesse leggi che il marito approvò, e che lei stessa avvallò.

Diverse le posizioni di un altro candidato democratico, Martin O’Malley, ex governatore del Maryland, che ha proposto di riformare i dipartimenti di polizia e, cosa non meno importante, abolire la pena di morte in tutto il territorio federale. «Il sistema di giustizia penale degli Stati Uniti ha un disperato bisogno di riforme. Per troppo tempo il nostro sistema giudiziario ha alimentato nel Paese una storia crudele di razzismo e disuguaglianza economica», scrive O’Malley.

Ha proposto poi di depenalizzare il consumo di marijuana, da non considerare più come una droga, altra causa importante degli arresti. Altro problema è il ripristino del diritto di voto per i detenuti, dato che la carcerazione dovrebbe aver scopo ‘rieducativo’, non ‘punitivo’ («Tutti coloro che hanno scontato la pena e rientrano nella società dovrebbero poter votare»). Le sue, però, non sono solo parole: quando governava il Maryland, stato notoriamente conservatore, la pena di morte riuscì ad abolirla nel 2013, definendola un «deterrente razzista e inefficace». Ha spiegato che «come Presidente, continuerò ad oppormi alla pena capitale e lavorerò per eliminare le condanne a morte dalle leggi federali». Le sue, però, non sono posizioni gettonate nell’elettorato: l’ex governatore del Maryland è ancora molto indietro rispetto a Hillary Clinton – e al senatore del Vermont Bernie Sanders.

La campagna elettorale per il 2016 è ancora molto lunga, e il tema della riforma carceraria – vista la situazione vergognosa descritta all’inizio – potrebbe essere speso dai settori più liberal dei Democratici per affermarsi sui Repubblicani che promuovano ancora ricette law & order, magari cavalcando, come dopo l’11 settembre 2001, il tema del fondamentalismo islamico.