Dottor Renzi e Mister Berlusconi

L’attacco a Raitre, il ponte sullo stretto, l’abolizione delle tasse sulla casa, parlamentari che cambiano casacca. Ma la sinistra di piazza, stavolta, tace

Il ponte sullo Stretto, i parlamentari che cambiano casacca, le promesse sull’Imu da togliere, le bordate a RaiTre. Tira un’arietta da primi anni Duemila, quando c’era il Cav. in grande forma e Matteo Renzi non era ancora presidente della Provincia di Firenze. Oggi, nel 2015, Berlusconi è in eterna fase decadente e “the boy” governa il Paese.

Giuliano Ferrara nel suo pamphlet dedicato al “Royal baby” (Rizzoli) sostiene che Renzi è l’erede politico-culturale di Berlusconi e, aggiunge, mica c’è nulla di male ad ammetterlo, anzi: «Ce l’avevo nell’agenda, il royal baby. Altro che il piano di rinascita di Gelli. Di più. Volevo un vendicatore di questi vent’anni. L’ho avuto. Il parto dell’erede ha perpetuato la dinastia o il casato. L’anomalia è salva. No sciagure. No manette. Nessuna restaurazione protocollare. Una qualche felice inconsistenza, con le parole che se ne vanno per l’aria, resta tra noi sovrana. La superficialità sempre al potere. Il burbero e l’ipocrita sono dietro la lavagna: sinistra radicale, teppa antagonista e manettara, intellettuali dei nostri stivali, pedanti, scarpari, padroncini, sbirrame vario, mediocrati socialmente presentabili, tutti in castigo. Ci sia o non ci sia un patto tra quei due, e il patto c’è stato, ne è nato il putto dal puffo, tanto basta».

«Il parto dell’erede ha perpetuato la dinastia o il casato. L’anomalia è salva. No sciagure. No manette. Nessuna restaurazione protocollare»


Giuliano Ferrara, giornalista

E dunque: se un tempo c’erano i comunisti da tenere alla porta, oggi ci sono i gufi e i professoroni da rintuzzare, quelli che – secondo la narrazione renziana – spererebbero sempre nel fallimento dell’Italia. C’è dunque continuità nella comunicazione (compresa la scelta del nemico), quella che non è mai piaciuta ai compagni della “ditta” perché, appunto, era roba berlusconiana, quindi un tabù, che Renzi ha rotto. Buona parte del successo del presidente del Consiglio sta nel suo modello comunicativo, mixato a uno stile populista. Non è un giudizio, ma un’analisi avalutativa, per dirla con Max Weber.

«In genere quando si parla di populisti, si parla di soggetti che scavalcano sistematicamente le istituzioni e che mirano a delegittimarle – ha spiegato una volta il politologo Marco Tarchi -. Nel caso di Renzi si può dire che il primo aspetto esiste: in lui è presente la logica dell’uomo del fare, che non vuole avere impicci, che vede nella burocrazia un costante elemento di ostacolo. Sull’altro versante però c’è un’anomalia rispetto al populismo: lui non vuole screditare l’Istituzione anzi la vorrebbe rivalutare cambiandone alcuni caratteri costitutivi». Renzi infatti «ha questa capacità di parlare alla pancia e non solo alla testa del cittadino, lo tratta da tale cercando di frenarlo rispetto all’idea di scavalcare il momento istituzionale, mentre altri populisti – Berlusconi per primo – quasi lo blandiscono e gli dicono che fa bene a scavalcare le istituzioni perché sono di ostacolo».

«Renzi cerca di frenare il cittadino rispetto all’idea di scavalcare il momento istituzionale, mentre altri populisti – Berlusconi per primo – quasi lo blandiscono e gli dicono che fa bene a scavalcare le istituzioni perché sono di ostacolo»


Marco Tarchi, politologo

E se Berlusconi aveva il modello Publitalia dove pescare risorse umane per la costruzione della classe dirigente, Renzi ha eletto la Leopolda, macchina pop e scenografica per costruire consenso, a ufficio di collocamento del renzismo. Si procede per cooptazione e fedeltà al capo, in contraddizione al principio, già affermato da Renzi nel 2013, che «con me vanno avanti quelli bravi, non quelli fedeli». Ma il modello di “uomo solo al comando”, berlusconianamente e renzianamente parlando, non prevede “vice” o un concorso di leadership, perché l’equilibrio dei poteri è super vietato (mica siamo in un MeetUp, eh!).

Non a caso la figura del presidente del Consiglio “primus inter pares” piace poco a entrambi. La riforma costituzionale voluta dal centrodestra e bocciata con referendum dagli italiani nel 2006 prevedeva per l’appunto maggiori poteri per il premier. Tra questi la possibilità di licenziare i ministri, come il sindaco fa con gli assessori. Una pratica parecchio usata dal Renzi amministratore locale, abituato a cambiare collaboratori – al netto dell’inviolabile “giglio magico” – come fossero camicie. In assenza di poteri specifici, Renzi ha dovuto rispolverare il “promoveatur ut amoveatur”, come nel caso di Federica Mogherini, promossa alto rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri in mancanza di altre possibilità.

Vent’anni di berlusconismo ci hanno lasciato un’altra simpatica eredità: l’ipocrisia della sinistra intellettuale

Cambia invece, e non di poco, il rapporto con gli intellettuali; o meglio l’atteggiamento che essi hanno nei confronti di Renzi finora. È una domanda che ultimamente ci facciamo spesso. Prendiamo una vicenda recente: ma se Michele Anzaldi, deputato del Pd e membro della Commissione di Vigilanza Rai, quello che ha detto che al Tg3 non si sono accorti «che è stato eletto un nuovo segretario, Matteo Renzi, il quale poi è diventato anche premier», ecco se Anzaldi fosse stato di Forza Italia, che cosa farebbero i defunti Girotondi? Micromega avrebbe organizzato un paio di convegni, Nanni Moretti sarebbe sceso in piazza, Michele Santoro avrebbe fatto il suo video-editoriale, i giornali di sinistra avrebbero scritto ficcanti corsivi. Ora, non ci piacevano prima quegli appelli, che peraltro hanno contribuito alla sopravvivenza politica di Berlusconi, figurarsi ora. Però è evidente che vent’anni di berlusconismo ci hanno lasciato un’altra simpatica eredità: l’ipocrisia della sinistra intellettuale.