Contro l’IsisL’Italia vuole andare in guerra, ma lascia i soldati all’estero senza soldi

Il decreto del governo finanziava le operazioni internazionali fino al 30 settembre. Da inizio ottobre manca la copertura economica

Se davvero l’Italia dovesse avviare un’azione militare anti-Isis in Iraq, non si parte proprio col piede giusto. Da oltre una settimana i nostri soldati impegnati nelle missioni internazionali all’estero non hanno copertura economica né finanziaria. Sembrerebbe incredibile, ma è esattamente così: oltre quattromila militari, dall’Iraq all’Afghanistan passando per la Libia e il Medio Oriente, sono di fatto abbandonati dalle istituzioni.

Facciamo un passo indietro. È dal 2002 che il finanziamento delle missioni italiane all’estero viene stipulato tramite un decreto del governo, che prevede la copertura economica di sei mesi. L’ultimo atto di Palazzo Chigi risale al 10 febbraio. Nel decreto in questione (il numero 7), all’articolo 11, si legge chiaramente che «è autorizzata» la spesa per le varie missioni «dal 1° gennaio 2015 e fino al 30 settembre 2015». Ergo: dall’inizio di ottobre le nostre spedizioni militari mancano di copertura economica e legislativa.

Il finanziamento delle missioni italiane all’estero viene stipulato tramite un decreto del governo, che prevede la copertura economica di sei mesi

«In realtà», dice Francesco Vignarca, coordinatore nazionale della Rete per il Disarmo, «non si tratta di una situazione inedita: già nel 2013 in seguito a una prima crisi del governo Letta (l’uscita dalla maggioranza della parte del Popolo delle Libertà fedele a Berlusconi, ndr) per qualche giorno le missioni italiane all’estero furono di fatto senza copertura perché il periodo di crisi impedì al consiglio dei ministri di varare il decreto-legge prorogante la spesa e la copertura politica delle missioni». Già allora in molti sottolinearono l’alta problematicità di questo buco normativo. «E non tanto per una questione di fondi», continua Vignarca, «ma di copertura politica e formale delle attività condotte dai nostri contingenti. Il ministero della Difesa, che poi arrivò a minimizzare per voce dell’allora ministro Mario Mauro, in realtà fu colto alla sprovvista e la paura di possibili “incidenti non coperti” fu palpabile».

La situazione oggi è anche peggiore, dato che non c’è alcuna crisi di governo o contingenza imprevista. «Semplicemente il governo non ha ancora varato il decreto-legge che dovrebbe dare continuità a quello emesso a febbraio. In questo senso si può parlare davvero di “figuraccia” del governo che è stato incapace di muoversi per tempo di fronte a una scadenza comunque ben chiara e ben presente a tutti». Una situazione, dunque, tutt’altro che rassicurante. Sia per coloro che dovranno partire nel caso in cui l’Italia dovesse decidere realmente un’azione militare in Iraq, sia soprattutto per coloro già impegnati nelle varie missioni internazionali. Come Linkiesta ha già documentato proprio all’indomani del decreto dello scorso febbraio, parliamo di ben 4.574 unità impegnate in varie missioni e programmi internazionali, per una spesa che per i soli primi sei mesi del 2015 ha superato i 500 milioni di euro.

IL SISTEMA ATTUALE: DECIDE TUTTO IL GOVERNO

Quali siano le ragioni di tale ritardo è difficile dirlo. Certo è che mentre il governo cincischia, in Parlamento non si è da meno: al Senato è in discussione proprio il disegno di legge (già approvato dalla Camera) per superare il sistema attuale fatto di continui decreti e proroghe e avere una legge quadro sulle missioni internazionali. In linea di massima, un’idea condivisibile. «Il mondo disarmista e pacifista», dice ancora Vignarca, «da anni chiede un cambiamento di rotta a riguardo delle missioni all’estero, e non solo per la loro natura che riteniamo spiccatamente militare e in qualche caso di vera e propria guerra, ma anche per i meccanismi di decisionalità politica, partiti come “provvisori” e rimasti in vigore invece per oltre un decennio». Senza dimenticare che l’uso di decreti legge abbia dato sponda a una «opacità diffusa sul denaro destinato a tali scopi, sia in quantità che in dettaglio di destinazione».

Da anni, d’altronde, le associazioni denunciano che i soldi per le missioni all’estero configurino in realtà una vera e propria “stampella” al bilancio ordinario della Difesa e che con questi, dunque, si coprano finanziariamente solo delle attività per così dire “ordinarie” delle Forze Armate estendendo di fatto il budget di base. Una condizione che, ricorda ancora la Rete per il Disarmo, alla fine la stessa Difesa ha dovuto ammettere nei documenti ufficiali di presentazione del bilancio per il 2015: «Negli ultimi anni l’output operativo è stato garantito […] grazie all’afflusso dei finanziamenti aggiuntivi pervenuti dai decreti di proroga delle missioni internazionali». Per non parlare dello spazio di manovra decisionale che il decreto lascia al Parlamento, che non può far altro che accettare o rifiutare quanto previsto dal governo in un atto che, spesso, contiene disposizioni anche totalmente diverse le une dalle altre.

Al Senato è in discussione il disegno di legge per superare il sistema attuale fatto di continui decreti e proroghe e avere una legge quadro sulle missioni internazionali

E CON LA NUOVA LEGGE QUADRO? DECIDERÀ IL GOVERNO ANCORA PIÙ DI PRIMA

Detto questo, pertanto, si dirà: ben venga l’approvazione definitiva del disegno di legge al Senato. E invece con le nuove diposizioni il Parlamento sarà messo da parte ancora più di quanto non lo si faccia oggi. «La partecipazione dell’Italia alle missioni internazionali è deliberata dal Consiglio dei ministri, previa comunicazione al Presidente della Repubblica», si legge nel testo.

Queste deliberazioni sono poi trasmesse alle Camere che «tempestivamente le discutono e, con appositi atti di indirizzo, secondo le norme dei rispettivi regolamenti, le autorizzano, eventualmente definendo impegni per il governo, ovvero ne negano l’autorizzazione». Peccato però, come denunciato in commissione dalle opposizioni, gli atti di indirizzo non sono vincolanti e, dunque, potranno essere tranquillamente disattesi dal governo. Tanto che lo stesso servizio studi di Palazzo Madama, in un dossier, ha precisato che il testo sembra «escludere che l’autorizzazione assuma la forma legislativa».

Finita qui? Certo che no. Cambia anche il metodo di finanziamento. E anche in questo caso il peso del Parlamento è praticamente nullo. «Rispetto a quanto avviene attualmente con il decreto-legge missioni – chiariscono ancora dal servizio studi – si profila qui un’ipotesi di delegificazione della materia che affida a un atto amministrativo, ossia ad un decreto del presidente del Consiglio dei ministri, il compito di ripartire le risorse del Fondo missioni internazionali tra le singole operazioni». Senza, quindi, alcun coinvolgimento delle Camere.

Nel nuovo decreto potrebbe essere inserita anche l’autorizzazione all’azione militare anti-Isis

NUOVO DECRETO E AZIONE MILITARE

Una situazione di stallo, dunque. E ora, dopo mille manfrine parlamentari, non c’è altra soluzione che ricorrere nuovamente al decreto legge. «Lo devono fare anche in tempi brevi se non vogliono causare un buco che potrebbe rilevarsi problematico», sottolinea Vignarca. La domanda, a questo punto, è se nel decreto legge inseriranno elementi ulteriori rispetto alla semplice proroga politico-finanziaria delle attuali missioni. E cioè «se, intervenendo anche sulle modalità di dispiegamento dell’operazione in Iraq “Prima Parthica” cui si è data copertura politica con voto del Parlamento nell’estate 2014, si andrà a estendere la portata e la qualità delle azioni dei nostri uomini e mezzi, in particolare dell’Aeronautica Militare, in Iraq. Di fatto cambiando radicalmente compiti, ruolo e regole di ingaggio». In altre parole, nel decreto potrebbe essere inserita anche l’autorizzazione all’azione militare anti-Isis. Sperando che poi, perlomeno, i nostri militari non vengano nuovamente “abbandonati” da un governo che prima invia in guerra e poi dimentica.

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