Risponde l’Accademia della CruscaAugurandoci che sia un “buondì” o un “buongiorno”?

In passato “buondì” era la forma principale e “buongiorno” quella secondaria. Oggi non è più così. Lo spiega il linguista Luca Serianni

Risposte ai quesiti linguistici dell’Accademia della Crusca. Buondì o Buongiorno? E qual è la forma migliore?

Partiamo dalla grafia: univerbata (Buondì) o analitica (Buon dì)? Entrambe le soluzioni sono possibili; ma l’autorevole DOP– Dizionario italiano multimediale e multilingue d’ortografia e di pronunzia, riveduto, aggiornato e accresciuto da Piero Fiorelli e Tommaso Francesco Bórri, Roma, Eri, 2010, s. v., annota che buondì è “meno com[une]”. Possiamo aggiungere, a favore della grafia analitica, l’opportunità di distinguere la formula di saluto dal fortunatissimo nome commerciale di una brioche, il Buondì Motta, immessa nel mercato nell’ormai lontano 1953.

La formula Buon dì risale ai primi secoli della nostra lingua e basterà citare due esempi del Decamerone: “Buon dì, madonna: sono ancora venute le damigelle?” (viii 7 75); “Buon dì Calandrino” (ix 3 6). Era frequente in passato la formula Buon dì e buon anno, usata come generica espressione di saluto (buon anno non si era ancora specializzato in riferimento all’anno nuovo): “Oh bon dì, Luzio – Buon dì e buon anno” (Belo, Il pedante, i 2; prima stampa, perduta: 1529). La formula ritorna nei documenti secenteschi sui quali si fonda Manzoni nella sua Storia della colonna infame: lo sventurato Piazza, a cui gli inquirenti domandano se sia amico del sospetto untore Mora, si difende rispondendo: “è amico, signor sì, buon dì e buon anno, è amico signor sì; val a dire che lo conosceva appena di saluto” (si veda l’edizione curata da Carla Riccardi, Milano, Centro nazionale di Studi manzoniani, 2002, p. 78).

La formula buon giorno non è recente (il già citato Belo, in un altro passo della sua commedia, riproduce il seguente scambio di battute: “Orsù! Buon giorno – Buon giorno e buon anno” ii 2), ma rappresenta in origine una variante secondaria. Restando nel Cinquecento, possiamo citare un passo della Calandria del Bibbiena (iii 23) là dove lo sciocco Calandro, invaghitosi di Lidio travestito da donna, non sa che saluto rivolgergli e identifica come tipico saluto del mattino Buon dì non Buon giorno: «Ma oimè!, che saluto gli darò io? Dirò: “Buon dì”? non è da mattina. “Buona sera”? non è tardi […]». Solo con Goldoni, la cui importanza nella formazione dell’italiano moderno forse non è stata ancora valutata appieno, si opta decisamente per Buon giorno (58 esempi contro appena 2 soli esempi di Buon dì: Le smanie per la villeggiatura, ii 12 e L’erede fortunata, ii 7).

Oggi è Buon dì a occupare il ruolo di una variante secondaria, marcata in senso colloquiale (dunque non adatta per rivolgersi a una persona con cui non siamo in confidenza). Ecco un esempio, da una lettera che una lettrice indirizza al giornalista Severgnini; da notare, oltre al Buon dì iniziale, l’uso dell’allocutivo tu, sia pure accompagnato da un prudenziale inciso metalinguistico: “Buondì Beppe (uso il tu spero di non sbagliare)” (“Corriere della Sera”, 7.7.2011).

Luca Serianni