Com’è nato il Monopoli, ottant’anni fa

Un estratto dal libro “Monopoli Stories” di Mary Pilon, che racconta come un gioco sul capitalismo selvaggio abbia fatto innamorare gli americani della grande depressione

Il 5 novembre 2015, Monopoli, il gioco da tavolo più famoso al mondo, ha compiuto 80 anni. Per festeggiarlo, pubblichiamo un estratto dal libro “Monopoli stories” di Mary Pilon (Egea), di prossima uscita, che racconta la storia – sorprendente – di come è nato un gioco in cui “vince chi si prende tutto” durante la grande depressione americana.

A Philadelphia, lontano dall’ufficio di Barton, Charles Darrow continuava a vendere bene il suo gioco, ora ufficialmente chiamato Monopoly. Era persino riuscito a ottenere uno spazio nel catalogo di FAO Schwarz, un risultato di tutto rispetto per un neofita del settore. Non è chiaro perché il negozio di giochi avesse scelto il gioco di Darrow e non Finance di Daniel Layman, la cui somiglianza con Monopoly era impressionante e che vendeva molto di più, praticamente 10 a 18 .

Avendo sentito del nuovo gioco di successo di FAO Schwarz, Sally Barton andò tutta entusiasta a parlarne al marito e al padre. La Parker Brothers aveva rifiutato il gioco di Darrow ritenendolo troppo complicato e privo di spessore. E poi chi mai avrebbe voluto giocare a qualcosa che aveva a che fare con gli immobili, visto che proprio le case erano alla radice di così tante difficoltà per le famiglie americane? Ma visto che l’azienda era destinata al collasso e non aveva nulla da perdere, Barton decise di ascoltare la moglie e di acquistare il Monopoly di Darrow.

Chi mai avrebbe voluto giocare a qualcosa che aveva a che fare con gli immobili, visto che proprio le case erano alla radice di così tante difficoltà per le famiglie americane?

Da Boston, Barton andò a Manhattan e convocò Darrow nello showroom della Parker Brothers, nel grigio e triangolare Flatiron Building . Il gioviale uomo di Philadelphia dalla faccia tonda e l’esile e meticoloso manager non ci misero molto a trovare un accordo e stilarono un contratto che consentiva alla Parker Brothers di acquistare la versione del gioco di Darrow per 7000 dollari e qualche spicciolo. La versione comprendeva i disegni dell’amico di Darrow, Franklin Alexander, e tutti i dettagli che i quaccheri avevano aggiunto al gioco, tra cui i nomi riferiti ad Atlantic City, gli alberghi, la suddivisione in colori delle proprietà, la tassa sul reddito e i «Marvin Gardens» con l’errore di ortografia fatto dai Todd. Barton organizzò il ritiro dello stock di Darrow, che se ne tornò a Philadelphia contento dell’accordo fatto. Era marzo 1935.

Darrow aveva evitato di poco i disordini razziali di Harlem e il Dust Bowl, la tempesta di polvere che avrebbe colpito Oklahoma poche settimane dopo. Un anno dopo, l’ancora influente George Parker annunciò di aver deciso il blocco della produzione del Monopoly: era certo che a breve il gioco avrebbe registrato un crollo. Subito dopo, però, capì di aver fatto una follia e diede il contrordine. Monopoly, come Finance prima di lui, negava il principio base del settore che i giochi incentrati sul business non vendessero – che fossero arcaici, tecnici e spesso noiosi. Come annunciava orgoglioso il catalogo della Parker Brothers:

MONOPOLY: IL GRANDE GIOCO FINANZIARIO… sta riscuotendo successo in tutto il paese perché fa leva sulla passione degli americani per la contrattazione e gli affari. Organizzate un Monopoly Party e i vostri ospiti vorranno giocare tutta la notte!

Monopoly, come Finance prima di lui, negava il principio base del settore che i giochi incentrati sul business non vendessero – che fossero arcaici, tecnici e spesso noiosi. Nel primo anno la Parker Brothers ne vendette 278.000 pezzi, nel 1936 1.751.000, con milioni di dollari di utili

L’edizione standard veniva venduta a 2 dollari, quella lusso a un dollaro in più: Monopoly aveva sicuramente fatto centro. Nel primo anno la Parker Brothers ne vendette 278.000 pezzi, nel 1936 1.751.000, con milioni di dollari di utili. Nello stesso anno mise sul mercato, a 50 centesimi, un ampliamento, Stock Exchange, che consentiva ai giocatori di comprare e vendere azioni General Radio, American Motors, Motion Pictures e United Airlines – oltre alla compravendita di immobili. A Dan Fox si chiese di proseguire nel lavoro grafico di Alexander, e molti ritengono sia lui l’artista sconosciuto cui si deve il personaggio di Mr. Monopoly .

Secondo alcuni rapporti dell’epoca, la Parker Brothers riceveva via telegrafo così tanti ordini per il Monopoly che i suoi impiegati, sommersi, li mettevano in grandi cesti per la biancheria. Sopraffatta, l’azienda ordinò 3 milioni di dadi a Jesse Melvin Koppe, un produttore di Providence, Rhode Island. Non erano più considerati un oggetto peccaminoso: erano onnipresenti nel mondo dei giochi.

Difficile capire esattamente perché nonostante fosse in circolazione da inizio Novecento la sua popolarità sia esplosa negli anni Trenta. Perché i giocatori volevano vivere in un mondo parallelo e maneggiare grandi cifre – cosa che pochi potevano permettersi a quei tempi? Per la grafica alleggerita del gioco? Per il fascino del suo stile fumettistico? O semplicemente perché il gioco poteva essere prodotto e commercializzato in grandi quantitativi, cosa che lo rendeva accessibile a un maggior numero di persone?

Barton e il suo team alla Parker Brothers non perdevano tempo a trovare delle risposte: erano troppo occupati a far fronte alle richieste. Edward Parker, pronipote del fondatore, ricorderà anni dopo: «Durante la Depressione, la gente non aveva soldi per andare a vedere degli spettacoli. Stava a casa e giocava a Monopoly. In qualche modo il gioco li faceva sentire più ricchi. Ma quello che ne alimentava le vendite era l’illusione di una vittoria individuale. Facendo leva sulla competitività di ciascuno. Spingeva ogni giocatore a dirsi: “Quello lì lo batto di sicuro”. Inoltre la gente ci può giocare senza impegnarsi troppo. Per allentare la tensione della vita quotidiana».

«Durante la Depressione, la gente non aveva soldi per andare a vedere degli spettacoli. Stava a casa e giocava a Monopoly. In qualche modo il gioco li faceva sentire più ricchi. Ma quello che ne alimentava le vendite era l’illusione di una vittoria individuale»


Edward Parker

Alcuni fanatici scrivevano alla Parker Brothers mettendo in dubbio le regole scritte presenti in ogni scatola. In uno scambio epistolare, tal Iron Duke di Brooklyn scrisse: «Idioti che non siete altro. Lo sapete o no come si gioca a questo gioco o state solo cercando di portare discordia e distruggere le famiglie con le vostre dannate regole?»

Fin dall’inizio, comunque, la maggior parte delle persone non tenne conto delle regole scritte della Parker Brothers, visto che erano simili a quelle dei giocatori quaccheri e di quelli di Philadelphia e venivano testate da trent’anni, da quando Lizzie Magie aveva brevettato il suo Landlord’s Game. Al contrario, la gente stabiliva regole proprie, che a volte rendevano il gioco lungo e sfiancante – fu così che si cominciò a diffondere la voce che il Monopoly fosse noioso. In realtà, giocata in base alle regole scritte, una partita non durava più di 90 minuti.

Ancora oggi molti non applicano la regola in base alla quale va all’asta la proprietà che il giocatore non vuole comprare dalla banca. Le aste danno la possibilità di bluffare sui prezzi ma portano a scontri più diretti, motivo per cui la regola viene spesso ignorata, soprattutto se si gioca con dei bambini.

Un’altra variazione alquanto diffusa rispetto alle regole scritte della Parker Brothers riguarda le iniezioni di liquidità – tramite la casella Posteggio gratuito o distribuendo più denaro tra i giocatori – che allungano la durata della partita. Molti disdegnano anche gli scambi tra le parti in gioco per quanto vivacizzino e diano vita ai momenti più intensi.

Alcuni fanatici scrivevano alla Parker Brothers mettendo in dubbio le regole scritte presenti in ogni scatola: «Idioti che non siete altro. Lo sapete o no come si gioca a questo gioco o state solo cercando di portare discordia e distruggere le famiglie con le vostre dannate regole?»

La Parker Brothers non era l’unica beneficiaria dell’improvviso successo del Monopoly – il gioco aveva cambiato le sorti anche della famiglia Darrow. Che all’improvviso si ritrovò con più soldi di quanti non gliene occorressero. Charles Darrow racconterà a un reporter che nel primo anno aveva guadagnato più di 5.000 dollari di royalty e che nei primi tempi le vendite erano state 25 volte superiori a quanto non avessero previsto. Era sulla buona strada per diventare l’insolito milionario del gioco da tavolo, l’incarnazione vivente del giocatore di Monopoly che diventa ricco in un batter d’occhio.

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