IntervistaDonato Carrisi: «La paura è un business, e lo è anche il terrorismo»

Parla lo scrittore di thriller italiano più letto al mondo, che proprio in questi giorni ha pubblicato per Longanesi il suo ultimo libro "la ragazza nella nebbia", un thriller atipico con al centro il mondo dei media e il business della paura

È il 25 dicembre, sono passati due giorni dalla scomparsa di Anna Lou, 16 anni, una ragazzina di Avechot, «un paese alpino, a pochi chilometri dal confine. Case dai tetti spioventi, la chiesa col campanile, il municipio, il posto di polizia, un piccolo ospedale. Un complesso scolastico, qualche bar e lo stadio del ghiaccio». Un paesino sperso nelle nebbie, un paesino come tanti che ricorda la Brembate di Sopra di Yara Gambirasio, ma che, fondamentalmente, è un paesino qualunque.

È la notte di Natale, dicevamo, due giorni dalla scomparsa. L’agente speciale Vogel è in un bar di quel paesino. Parla con l’anziano titolare, con il suo grembiule macchiato d’olio e la camicia da boscaiolo, un uomo stanco in un bar desolato della sperduta provincia italiana. Un uomo che a un certo punto guarda Vogel e gli dice: «Forse dovrei decidermi a vendere questo posto e ritirarmi». I due si scambiano due parole sulla scomparsa di Anna Lou. Poi Vogel se ne va, ma prima di chiudersi la porta dietro le spalle si gira verso il proprietario e gli fa: «Mi dia retta: non venda questo posto. Fra poco sarà di nuovo pieno di gente».

Una ragazzina scomparsa, un agente speciale scaltro e senza scrupoli, un paesino di montagna sperduto, avvolto nella nebbia. Sono gli ingredienti di partenza de La ragazza nella nebbia (Longanesi), il nuovo libro di Donato Carrisi, uno dei pochi scrittori italiani capace di sfondare i confini del mercato italiano e diventare un caso editoriale in tutto il mondo. E non capita spesso.

«Forse dovrei decidermi a vendere questo posto e ritirarmi». I due si scambiano due parole sulla scomparsa di Anna Lou. Poi Vogel se ne va, ma prima di chiudersi la porta dietro le spalle si gira verso il proprietario e gli fa: «Mi dia retta: non venda questo posto. Fra poco sarà di nuovo pieno di gente»

Al centro di questo nuovo romanzo di Carrisi c’è quello che forse è l’ingrediente più visibile di ogni caso di cronaca, ma, proprio per questo, come la lettera rubata di Poe, forse è quello a cui la maggior parte di noi presta meno attenzione: i media.

«Intorno al male c’è un indotto di cui nessuno parla», ci racconta lo stesso Carrisi. È una giornata piovosa. La prima veramente gelida dell’autunno milanese. Incontriamo lo scrittore pugliese a Milano, nella sede della sua casa editrice, in un sottotetto di servizio che potrebbe essere benissimo un luogo da thriller.

Quanto vale un caso di cronaca per i media?
La risposta è tanto. Soprattutto nel bilancio tra costi di realizzazione e introiti. Le televisioni non spendono tanto per questo genere di servizi, basta che un cameraman e un giornalista e hai coperto la storia. Significa, quando è grossa, collegamenti ad ogni fascia oraria, dal mattino alla sera, contenuti da telegiornale, ma anche approfondimenti. Gli introiti pubblicitari sono pazzeschi.

E quanto vale per i luoghi che, senza volerlo, sono il teatro di queste storie?
Anche per loro vale tanto, anche per le comunità che vengono colpite da questi fatti è un business. I primi giorni sembrano lamentarsi tutti, però poi si rendono conto di diventare mete di pellegrinaggio vero e proprio, prima di cronisti, cameraman e tecnici, poi dei cosiddetti turisti dell’orrore. Ho visto gente arricchirsi in situazioni simili. Mi ricordo benissimo questo paese dove c’era una pizzeria che sembrava sull’orlo del fallimento, e che poi, dopo il caso di cronaca, ha fatto un sacco di soldi dando da mangiare prima ai giornalisti e alle loro troupe, e poi ai curiosi. Il crimine è un business, per la polizia, per i media, per gli inserzionisti pubblicitari e per i luoghi stessi che si trovano a fare da sfondo. Si potrebbe quasi calcolare il peso sul PIL. Paradossalmente vendiamo un pacchetto di biscotti alla classica famiglia felice, ma lo facciamo parlandogli di casi efferati di cronaca nera, di madri che uccidono figli, di figli che ammazzano genitori, di stupri, di orrori. È normale.

Anche per le comunità che vengono colpite da questi fatti è un business. I primi giorni sembrano lamentarsi tutti, però poi si rendono conto di diventare mete di pellegrinaggio vero e proprio, prima di cronisti, cameraman e tecnici, poi dei cosiddetti turisti dell’orrore.


Donato Carrisi

Romanzi, serie televisive, film, informazione sempre più cruda e diretta. Che distanza c’è, nel 2015, tra il Male e il racconto del Male?
Tra il Male raccontato dai film, dai romanzi o dalle serie tv e il Male vero, quello che ti trovi davanti in carne ed ossa su una scena del crimine, ormai non c’è più differenza. Il male ormai è naturalmente racconto, tanto che quando poi ci troviamo davanti al male vero, quello di una scena del crimine per esempio, questo quasi ci stordisce. L’ho notato addirittura in alcuni poliziotti, alcuni che magari nella loro carriera non hanno mai sviluppato dimestichezza con le scene del crimine o non ci sono mai stati. Be’, quando gli capita di trovarsi sulla scena di un fatto di sangue clamoroso, questi si trovano talmente shoccati da aver bisogno di supporto psicologico. Questo perché siamo abituati tutti al racconto mediatico del male, ma in pochi sanno qual è la sua faccia reale. Non siamo abituati a quel tipo di sangue, di violenza e di ferocia, l’unica versione che conosciamo è quella televisiva o cinematografica.

Da dove viene questo interesse narrativo per il Male?
Quello che è arrivato anche qui da noi negli ultimi anni è il modo anglosassone di raccontare il crimine, un modo che nasce dal fatto che in quel mondo siano più avvezzi a raccontare il crimine, ma anche dal fatto che abbiano saputo riconoscere determinati fenomeni prima di noi. Pensa a Conan Doyle, che attinge chiaramente da suoi predecessori, da Edgar Allan Poe prima di tutti, ma se non ci fosse stato Jack lo squartatore in quel periodo probabilmente non sarebbe arrivato un successo così straordinario per Sherlock Holmes, anche se i due personaggi si sfiorano in un racconto solo molti anni dopo. L’importante però è che nell’immaginario collettivo quel tipo di racconto e quel tipo di racconto c’era già.

Il fenomeno del Mostro di Firenze è durato dal 68 all’85, ci sono voluti 8 duplici omicidi per fargli assumere la dimensione del Mostro, ma il fatto che è stato decisivo è che sia capitato un fatto mediatico clamoroso, il caso di Alfredino, il bambino caduto nel pozzo vicino Roma, a Vermicino

Perché qui da noi ci abbiamo messo di più? Cosa è mancato? Cosa ci serviva?
Da noi a dominare la scena dei delitti, per tutta la prima parte del Novecento c’era il delitto passionale. Poi è cambiato qualcosa con il Mostro di Firenze, lì è cambiata veramente la percezione del male e del delitto in Italia. Ma c’è un altro episodio, che apparentemente non c’entra nulla con quello terrificante di Firenze, che ha cambiato le cose per sempre dal punto di vista mediatico.

Cosa è successo?
Il fenomeno del Mostro di Firenze è durato dal 68 all’85, ci sono voluti 8 duplici omicidi per fargli assumere la dimensione del Mostro, ma il fatto che è stato decisivo è che sia capitato un fatto mediatico clamoroso, il caso di Alfredino, il bambino caduto nel pozzo vicino Roma, a Vermicino, irraggiungibile a diversi metri di profondità, ma che ha suscitato una attenzione da parte del pubblico spaventosa: decine di giornalisti e mezzi, curiosi a centinaia, famiglie che portavano i propri figli per proporli, data la stazza, per aiutare nelle ricerche. E poi, a un certo punto, arrivò addirittura il Presidente della Repubblica, che intralciò anche i soccorsi. Quel fatto ha cambiato la percezione mediatica di un evento drammatico, completamente.

Prima del Mostro noi non avevamo mai visto episodi di crimine seriale o, più semplicemente, li chiamavamo in modo diverso?
In realtà anche noi avevamo i nostri serial killer, ne abbiamo avuti tantissimi. Anche gli antichi romani ce li avevano. Solo che noi non li chiamavamo così, probabilmente non riuscivamo neppure a collegare. Ora ci sono le banche dati, ma una volta era molto complicato mettere in relazioni casi apparentemente distanti tra loro. La polizia anglosassone hanno capito prima che si doveva lavorare unendo le forze, qui ci siamo arrivati dopo, anche come organizzazione e tecnica investigativa delle autorità di polizia.

Avviene un crimine ogni sette secondi, e che pochissimi tra questi assurgono agli onori delle cronache, non si capisce bene perché. C’è una formula matematica per spiegare qual è l’elemento che scatena l’attenzione del pubblico su determinati crimini e non su altri. In gergo viene chiamata la variabile dell’assassino.

Perché un caso come quello di Yara diventa un caso mediatico, di assoluto risalto nazionale, mentre un altro, come quello di Loris, dopo poche ore svanisce?
Questo è un mistero. Tieni presente che avviene un crimine ogni sette secondi, e che pochissimi tra questi assurgono agli onori delle cronache, non si capisce bene perché. C’è una formula matematica per spiegare qual è l’elemento che scatena l’attenzione del pubblico su determinati crimini e non su altri. In gergo viene chiamata la variabile dell’assassino. Nel caso di Loris io credo che sia stata per la percezione immediata di un colpevole, la madre, che nel caso di Yara non c’è. Un caso che credo sia interessante da accostare a quello di Yara è quello di Sarah Scazzi, che è successo appena 3 mesi prima e che per risvegliare l’interesse dell’opinione pubblica ha avuto bisogno di più di 20 giorni. Nel caso di Yara, invece, forse anche grazie all’esperienza del caso di Sarah, il caso si è formato subito, con tutte le conseguenze sulle indagini e sul loro budget, decisamente più elevato, e quindi cani molecolari, test del DNA, ricerche a tappeto.

In questi giorni, parlando del Male, siamo costretti a parlare di terrorismo. Anche il terrorismo è un business?
Sì, decisamente. La paura si vende benissimo. Creare la psicosi in qualche modo conviene. Pensa che dopo l’11 settembre chiusero la borsa di New York per un po’ di gironi perché pensavano che sarebbe crollata l’economia occidentale, che sarebbe crollato il modello consumista, che la gente avrebbe nascosto i soldi nei materassi, come che nessuno avrebbe più preso un aereo. E invece che è successo? L’opposto, esattamente. C’è stato il proliferare dei voli low cost e tutti sono stati portati a consumare di più, passando dai beni di consumo ai beni di consolazione: come se il ragionamento fosse, se il terrorista mi può uccidere domani, tanto vale comprare l’ultimo modello di smartphone. E infatti c’è stata l’esplosione dei prodotti di elettronica, che poi è stato l’inizio della grande bolla speculativa che ha innescato al crisi che stiamo vivendo ancora oggi. La paura può essere veramente un business.

Il terrorismo nasce dall’ignoranza della gente comune, dall’ignoranza di chi la governa e anche dall’ignoranza di chi si riempie di esplosivo e si fa saltare nelle vie di una città.

Come si racconta il terrorismo?
Raccontare il terrorismo è estremamente difficile. Io ho fatto un ragionamento: fino a pochi mesi fa l’Isis si serviva di video della decapitazione di ostaggi. Poi hanno capito una cosa: a noi interessa molto poco. L’effetto era hollywoodiano, non ci credeva più nessuno, è stato a quel punto che hanno portato il terrore a casa nostra. Perché quando vedevi quei video pensavi veramente che fosse cinema, come possiamo spaventarci ormai davanti a un’immagine, ne abbiamo viste di ogni già al cinema.

Da dove nasce il tipo di terrorismo che ci troviamo ad affrontare?
Dall’ignoranza. Dall’ignoranza della gente comune, dall’ignoranza di chi la governa e anche dall’ignoranza di chi si riempie di esplosivo e si fa saltare nelle vie di una città. Tanto che effettivamente tre di loro, quelli dello Stade de France, hanno proprio fatto la fine degli imbecilli, esplosi nei piazzali vicino allo stadio senza fortunatamente fare vittime. Han fatto la fine dei fessi. Il problema è che dilettanti allo sbaraglio come quelli di Parigi possono fare danni enormi. Il problema non è mica soltanto non andare allo stadio. Il problema è andare in un ristorante cambogiano. È lì che diventa paura. Ora stanno blindando i siti archeologici, ma a che serve.

Più che cercare di scovare i terroristi bisognerebbe colpire chi li fomenta. E queste persone, alcuni imam in particolare, noi li conosciamo già e potremmo fermarli. Solo che ci indigniamo quando esiste un posto come Guantanamo. Però tutto ha un prezzo, e quello per la nostra libertà è la privazione della libertà di qualcun altro, che nel nostro caso dovrebbe essere chi semina odio.

Cosa dovremmo fare per vincere questa guerra?
Più che cercare di scovare i terroristi bisognerebbe colpire chi li fomenta. E queste persone, alcuni imam in particolare, noi li conosciamo già e potremmo fermarli. Solo che ci indigniamo quando esiste un posto come Guantanamo. Però tutto ha un prezzo, e quello per la nostra libertà è la privazione della libertà di qualcun altro, che nel nostro caso dovrebbe essere chi semina odio. Non è difficile trovarli, basta frequentare i social network per capire chi semina odio e chi no. E invece — ed è una cosa che trovo di una follia infinita — il nostro odio va verso i profughi. Una volta il termine profugo ispirava pietà, ora ispira odio, almeno secondo qualcuno, quelli vestiti di verde.

Cosa ne pensi dei timori per lo svolgimento del giubileo a Roma?
Guarda, durante il giubileo io credo che accadrà quasi certamente qualcosa. C’è un clima troppo incontrollabile. L’importante però è non cadere nella psicosi, che è poi la vera trappola.

E invece ci siamo finiti in pieno… che ruolo hanno i media nella nascita di questa psicosi?
Io credo che i media facciano semplicemente il loro lavoro, rispondendo a un’esigenza del pubblico. È il pubblico che decide se e quanto farsi spaventare. È il pubblico che ha bisogno di avere paura ogni tanto. Tornando al crimine, io sono convinto che il pubblico abbia bisogno del criminale, del mostro. Ne ha bisogno per poter puntare il dito e per poter dire “Io non sono come lui, io non sono un mostro”. E il mostro è sempre utile per assolversi.

Le autorità francesi hanno sbagliato nella gestione di questa emergenza?
Sì, io credo che a Parigi quel che è accaduto dovesse essere minimizzato. Qui sta la colpa delle autorità francesi. Perché invece ne abbiamo fatto un caso clamoroso. Avremmo dovuto fare uscire il messaggio che sì, era vero, avevano fatto un bel casino a casa nostra, ma la prima cosa che dovevamo fare e non permettergli di usare i nostri morti come propaganda. E invece è esattamente il contrario.

Quello che non va bene è enfatizzare tutto questo, non è né sano e non è utile. Perché diavolo dobbiamo farci condizionare da questi fanatici. Alla fine non stanno vincendo loro, sono una parte molto minoritaria del mondo. Non devono vincere loro.

E il video del giornalista di Le Monde che abitava accanto al Bataclan?
Questo fa parte dell’informazione, e ci sta. È giusto mostrare quello che succede. Il problema è l’enfasi che si dà alle cose. Quello che non va bene è enfatizzare tutto questo, non è né sano e non è utile. Perché diavolo dobbiamo farci condizionare da questi fanatici. Alla fine non stanno vincendo loro, sono una parte molto minoritaria del mondo. Non devono vincere loro. Sono una minoranza ridicola. Paradossalmente negli anni di piombo c’erano più terroristi in Italia di oggi, molti di più, eppure abbiamo vinto. Questa è la verità.

Come è cambiata in questi anni la lotta contro il terrorismo?
La tecnologia ha reso la comunicazione completamente diversa ora. Però credo che ci siano anche delle responsabilità di chi indaga.

Ovvero?
O sono degli incompetenti e vanno rimossi, oppure gli andava bene che succedesse. Perché questi che hanno attaccato Parigi non mi sono sembrati affatto scaltri. Ed erano anche segnalati. Non è difficile capire se qualcuno che stai seguendo sta cercando di fare un attentato: anche soltanto monitorando le sue attività online, la cronologia delle sue ricerche e via dicendo. Google e affini possono essere strumenti molto importanti per le indagini, soltanto che noi stiamo scambiando la libertà assoluta per un valore, quando non è un valore.

Non lo è?
La libertà ha bisogno di limiti. La frase “la mia libertà finisce dove inizia la tua” non l’hanno mica inventata per niente. Che questi balordi usino con disinvoltura per comunicare i social network americani mi sembra veramente assurdo. Piattaforme create dall’Occidente diventano veicoli di propaganda dell’Isis, ma non ha senso. Non è difficile bloccarli. Bloccano chiunque di noi per una tetta o per molto meno, vuoi che non possano bloccare chi inneggia alla violenza? Qua bisogna capire, anche quello è un business, e bisogna capire fino a che punto si può accettare questo business.

Il racconto del Male funziona sempre. Il Bene è noioso.

Perché ci affascina così tanto il racconto del Male?
Il racconto del Male funziona sempre. Il Bene è noioso. E infatti più che le storie dei superstiti noi abbiamo raccontato quello che i superstiti raccontavano di avere visto. Il pubblico non vuole sapere come ti sei salvato, vuole sapere cosa hai visto, vuol sapere come sono morti quegli innocenti.

Che differenza c’è tra terrore e paura?
La paura è una cosa sana. Perché ti insegna a evitare che cos’è il pericolo. Il terrore non è sano, ma per fortuna dura poco e una volta passato quasi non ce lo ricordiamo. La paura invece ce la portiamo dietro per il resto della vita, ci cambia. Il terrore non serve a nulla in realtà, mentre la paura al contrario ci serve, e infatti la cerchiamo con l’arte, nei romanzi, nelle serie e nei film, per esempio.

C’è qualche metodo per costruire la paura in un romanzo?
Sai una cosa? Io detesto spaventarmi. È proprio una cosa che mi dà fastidio. Aver paura invece è un’altra cosa, c’entra la suspense, ed è molto più difficile da gestire e realizzare. Io per esempio odio il film che definisco film-giostra, ovvero quelli che a un certo punto parte la musica — TATAM! — e tu fai un salto sulla sedia all’improvviso. Quella però è la musica, è un effetto musicale dei più facili. Se però mi crei l’effetto suspense, ovvero se mi inchiodi alla sedia mentre leggo o alla poltrona mentre sono al cinema, allora sì che hai fatto un gran lavoro. Insomma, per tornare alla tua domanda, costruire la paura è una delle cose più difficili del mondo. Magari ci fosse una tecnica. Per costruire l’orrore o il terrore ci vuole il mostro, mentre per la paura non si ha altro che la quotidianità. È molto più difficile e, appunto, non ci sono regole o formati sicuri. Io, per quanto mi riguarda, ho la fortuna di essere un fifone. Riesco a raccontarla perché sono il primo a provarla. E credo che i miei lettori leggano i miei libri per questo. Andresti mai a comprare la carne da un macellaio vegetariano?

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