Dopo la crisi, niente: il Sud è più indietro di prima

Permangono condizioni di degrado, quasi sottosviluppo occupazionale. E insieme va registrato l’aumento del lavoro nero

L’Italia sarà anche tornata ai livelli pre-crisi in alcuni indicatori, come nel grado di fiducia per il futuro dell’economia, in poche parole l’ottimismo c’è, ma vi sono alcune aree in cui non se ne sono accorti o lo hanno fatto molto meno, almeno a guardare i duri fatti del presente o del recentissimo passato.

In primo luogo al Sud, che ha sofferto e sta ancora soffrendo la recessione molto più del resto d’Italia.

Appena all’inizio della grande crisi, nel 2009, il PIL pro-capite del meridione era il 56,2% di quello del Centro-Nord. Stava avvenendo un lentissimo recupero, una convergenza, esattamente come la teoria economica mainstream insegna dovrebbe avvenire normalmente.

La recessione ha cambiato ogni paradigma, tuttavia, e così come in tutta Europa, anche all’interno del nostro Paese a dispetto di tutte le teorie ha pagato maggiormente chi già era più fragile: il PIL pro-capite del Mezzogiorno è così calato rispetto a quello del Centronord, al 52,7% nel 2014, allargando quel divario interno che già era il più grande d’Europa.

È però nell’occupazione che la desertificazione del Sud è più evidente, soprattutto negli ultimi tre anni.

Fino a pochi mesi fa, nel Mezzogiorno, vi erano ancora quasi 250mila occupati in meno rispetto alla primavera del 2012, mentre al Nord erano solo 26 mila

Il dato è ancora più drammatico considerando che al Sud il tasso di occupazione è sempre stato incredibilmente basso, per motivi non solo economici, ma anche demografici.

Anche il tasso di disoccupazione è aumentato di più, nonostante fosse già alto, quasi il 17% nel 2012 contro il 7,4% del Nord!

Nei tre anni peggiori l’aumento di questo indicatore è stato anche del 4% al Sud, dove si è superato il 20%, mentre di non più del 1,2% al Nord.

Ancora una volta ha piovuto sul bagnato.

Uno dei pochi lati positivi di questi anni di crisi è stato, a un certo punto, la diminuzione degli inattivi, ovvero di coloro, in Italia tantissimi, che non lavorano né sono in ricerca di un’occupazione, e spesso neanche studiano (i famosi NEET).

La perdita di reddito da parte di molti nuclei familiari, il ritardo nell’arrivo della pensione dopo la legge Fornero, hanno costretto molti, giovani e non, a mettersi sul mercato del lavoro ed entrare tra gli attivi, anche se, certo, finendo in gran parte nel conto dei disoccupati. Ma del resto il numero abnorme di inattivi rimaneva, e rimane, un’anomalia europea.

Ebbene, tutto ciò è avvenuto di meno proprio nell’area che più ne contava, il Mezzogiorno. il 46,7% contro il 29,8% del Nord nel 2012.

Al Sud, anzi, in questi tre anni gli inattivi sembravano essere addirittura aumentati, con l’esclusione degli ultimi trimestri in cui si vede un piccolo calo dello 0,2%, in contrasto con quanto accade nelle altre aree in cui è cominciato da tempo.

La resistenza delle condizioni di degrado e quasi sottosviluppo occupazionale nel Sud sembra patologica, certamente a contrastare una maggiore ricerca di occupazione da parte di molti vi è stato l’aumento del lavoro nero provocato dalla recessione, che ha colpito maggiormente proprio quelle attività meno produttive, più marginali, le più propense a divenire sconosciute al fisco.

Vi è in realtà uno spiraglio di luce nell’ultimo anno: l’occupazione ha ricominciato ad aumentare e sembra che ciò avvenga più al Sud che al Nord.

Ancora non basta a recuperare l’ulteriore divario accumulato in questi anni di crisi, e in parte è un fenomeno attribuibile alla maggiore volatilità e fragilità dell’economia meridionale, ma certo dobbiamo attaccarci a tutto e augurarci che sia la ripresa di quel processo di convergenza tra le economie del Nord e del Sud di cui si parla da decenni, sperando sia più veloce di quanto sia stato finora.

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