FumettiIntervista a Mario Natangelo, vignettista del Fatto Quotidiano

Parla Mario Natangelo, classe 1985, vignettista del Fatto Quotidiano, l'unico disegnatore trentenne a lavorare per un quotidiano nazionale

Il mondo dei vignettisti da quotidiano è un mondo molto strano, quasi senza tempo, fatto da nomi inamovibili incisi nella pietra da tanti anni che sembrano secoli. Almeno a scorrere la lista dei vignettisti che ogni giorno commentano l’Italia, la sferzano, la ridicolizzano e la criticano dalle pagine dei quotidiani italiani: Giannelli, 1936; Staino, 1940; Bucchi, 1941; Altan, 1942, Vincino, 1946; Vauro e Ellekappa, 1955. Un solo nome, anzi, una sola data di nascita fa eccezione, quella di Mario Natangelo, vignettista del Fatto Quotidiano, nato il 16 dicembre del 1985.

Natangelo sulle pagine del Fatto ci è letteralmente cresciuto, iniziando a collaborare con il quotidiano romano quando di anni ne aveva appena 23. Era il 2009, e quell’anno tanto per intenderci, uno come Giannelli, che firma vignette sul Corriere da un quarto di secolo, compiva 73 anni.

A fine ottobre Mario Natangelo, che ne frattempo non ha ancora compiuto trent’anni, è svicolato dalle pagine del Fatto per mettersi alla prova, per la prima volta, con una vera e propria storia che, proprio a partire dal formato vignetta, ha costruito una storia, un libro a fumetti — che non è una graphic novel — che si intitola Pensavo fosse amore invece era Matteo Renzi e che è stato pubblicato da Magic Press.

«In effetti fare il vignettista per un giornale ormai sembra un mestiere da pensionati, da sessanta-settantenni». Natangelo, la cui lingua non è meno tagliente del tratto, non ha alcuna difficoltà a dirlo, con una voce oscillante tra malincuore, incazzatura e ironia. «Pensa che a me capita di incontrare dei lettori che, prima di conoscermi, mi davano quaranta o cinquant’anni».

«Il problema è che nel frattempo è cambiato tutto, sono cambiati loro, sono cambiati i giornali, è cambiata l’Italia. Ma loro sono sempre gli stessi e diciamo che si sono fatti un po’ vecchi. Adesso la nuova generazione dei lettori di fumetti italiani leggono Zerocalcare o Sio, e non le considerano nemmeno le vignette dei vari Vauro, Vincino, Elle Kappa, figuriamoci quelle di Giannelli o di Bucchi. Sono generazioni che proprio non si parlano.»

Ma come è possibile che ci troviamo in questa situazione?
La maggior parte di loro credo che abbia iniziato negli anni Settanta, quando avevano la mia età. Il problema è che nel frattempo è cambiato tutto, sono cambiati loro, sono cambiati i giornali, è cambiata l’Italia. Ma loro sono sempre gli stessi e diciamo che si sono fatti un po’ vecchi. Adesso la nuova generazione dei lettori di fumetti italiani leggono Zerocalcare o Sio, e non le considerano nemmeno le vignette dei vari Vauro, Vincino, Elle Kappa, figuriamoci quelle di Giannelli o di Bucchi. Sono generazioni che proprio non si parlano.

Alcune di queste firme storiche sono arrivati al quotidiano dopo l’esperienza dell’underground. Ora non capita più. Come mai?
Guarda, non saprei. Io avendo cominciato molto giovane all’Unità ed essendo passato poi al Fatto, non sono passato da quell’esperienza di autoproduzione a cui ti riferisci. Però effettivamente il livello dell’underground in Italia mi sembra alto in questo momento. È l’editoria normale in generale che sta messa male.

«Il livello dell’underground in Italia mi sembra alto in questo momento. È l’editoria normale in generale che sta messa male»


Mario Natangelo

Ovvero?
Io ho avuto un sacco di problemi. Se penso ai soldi che ho perso mi viene il sangue alla testa. Con una rivista molto famosa, per esempio, ci ho litigato perché io lavoravo e loro prima mi dicevano di fare fatture a 90 giorni e poi a un certo punto hanno smesso di pagarmi.

E poi?
Li ho mandati a quel paese e mi sono preso a male parole con l’editore. Mi ero rotto, perché questa è gente che pensa che a uno giovane possa bastare la visibilità e quindi credono di poterti fare lavorare gratis. La cosa ridicola è che poi sono tutti Charlie. Che pensino prima a pagare i poveri cristi che lavorano in Italia.

Era diverso qualche anno fa?
Probabilmente una volta si pagava. Ma in ogni caso il discorso che una volta si stava meglio non credo che abbia senso. Il problema è che adesso questo mondo è stretto tra due mali: il dilettantismo e la pirateria, intesa come banditismo, non come pirateria informatica. In questo paese capita di firmare contratti che vengono rispettati a senso unico. Perché chi te li fa non ha problemi a non rispettarli, mentre per te, se succede qualcosa, diventano dei capestri. E i problemi sono di tutto il mondo dell’editoria e del giornalismo, non solo sui fumetti. Gli editori seri, anzi non dico seri, facciamo anche solo onesti, si contano sulle dita di una mano sola. Io se non avessi il Fatto Quotidiano, che devo dire essere veramente onesto, avrei parecchi problemi.

«C’è gente che pensa che a uno giovane possa bastare la visibilità e quindi credono di poterti fare lavorare gratis. La cosa ridicola è che poi sono tutti Charlie. Che pensino prima a pagare i poveri cristi che lavorano in Italia»

Come hai iniziato?
Io ho iniziato al Fatto nel 2009, quando avevo 23 anni. Travaglio lo conoscevo soltanto di sfuggita e quando mi chiamò io ero un po’ preoccupato. Gli dissi che non era sicuro di riuscire a fare quel lavoro, con quei ritmi poi, una vignetta al giorno, tutti i giorni. Lui mi disse soltanto “Tu ti siedi qua e impari. Ti abbiamo preso per questo”. E fidati, è una cosa che non esiste. In Italia nessuno ti fa crescere. Gli editori se devono far lavorare uno giovane quando va bene vanno sul sicuro e chiamano quelli che già si sono spaccati le ossa per farsi un pubblico, oppure, nella stragrande maggioranza dei casi, li sfruttano. Intendiamoci, sono veramente contento che gente come Zerocalcare o Sio possa avere successo, però mi spiace che non si possa praticamente più parlare di vignettisti sui giornali. Perché Vauro, Vincino, Ellekappa e compagnia cantante stanno là e non si smuovono, perché mai dovrebbero? E così non c’è spazio per nessun altro.

Di chi è la colpa? Degli autori che non si schiodano o degli editori che non rischiano?
Prima di tutto è colpa degli editori, che non investono sui giovani e preferiscono avere una firma dei vecchi tempi piuttosto che coltivarne una nuova, facendola crescere. Che è poi quello che a me è successo al Fatto Quotidiano, dove ormai sono 6 anni che faccio questo lavoro ogni giorno. È questa consuetudine che mi ha fatto crescere. Se mi guardo indietro, se vado a vedere le vignette che facevo qualche anno fa, vedo un miglioramento incredibile. Ma se posso migliorare e trovare una voce, uno stile, dei tagli nuovi e tutto il resto è perché mi permettono di farlo, di mettermi alla prova e di concentrarmi solo su questo. La cosa più bella poi è evolvere, e difatti io ormai non faccio solo vignette, ma sto cercano altri modi di fare giornalismo con i miei strumenti.

Per esempio?
Per esempio ho fatto un reportage di quattro pagine dall’Ungheria, una pagina dal meeting di CL di Rimini. Posso sperimentare, provare a fare quello che chiamano graphic journalism. Ma la mia storia purtroppo è solo una bella eccezione. E la cosa brutta, se vuoi, è che non conta soltanto la bravura, ma anche la fortuna.

«Un po’ di colpa è anche della nuova generazione. In molti si stanno rovinando con Facebook, che porta a lavorare male, giusto per buttare dentro il calderone qualcosa, di fretta, per elemosinare qualche decina di like. Non si accorgono che è solo una questione di vanità, che però fa crollare la qualità»


Mario Natangelo

È colpa anche nostra?
Sì, sicuramente un po’ di colpa è anche della nuova generazione. In molti si stanno rovinando con Facebook, che porta a lavorare male, giusto per buttare dentro il calderone qualcosa, di fretta, per elemosinare qualche decina di like. Non si accorgono che è solo una questione di vanità, che però fa crollare la qualità. Le cose belle ci sono, ma il dilettantismo c’è anche dal basso, certamente, e ogni tanto rende difficile trovare le cose che valgono, che tendono ad essere affogate da un sacco di roba brutta. E poi c’è un’altra considerazione: con questo lavoro non si campa più.

Nel tuo libro, appena dopo la prefazione di Travaglio e un’introduzione tua a fumetti, compare il titolo Ogni santo giorno, una frecciatina al già citato Zerocalcare e ai suoi “maledetti lunedì”. Per concludere, che ne pensi di Zerocalcare?
A me Zerocalcare sta simpatico. Ogni tanto le sue cose mi piacciono, ogni tanto no. Quello che trovo un po’ stupido è che c’è un sacco di gente che lo legge, che non ha mai letto nient’altro, ma soprattutto che dopo averlo letto ed essersi appassionata, non va a leggere nient’altro. Ora Zerocalcare vende così tante copie anche per questo, per il fatto che molta gente si è avvicinata per la prima volta al fumetto grazie a Zerocalcare — ed è un merito — il problema è che questa gente dovrebbe andare un passo più avanti. Così è un peccato. Anche perché poi, se ti capita di parlare con questi lettori, senti delle cazzate giganti. Pensa che ho sentito dire robe tipo che il Dottor Pira o Maicol e Mirco copiano Sio, quando il Dottor Pira sono quindici anni che fa quel che fa. Poi che Sio venda più copie del Dottor Pira non toglie niente a nessuno. Però mi sembra che sia un peccato. Poi, intendiamoci, io nel mio libro Zerocalcare lo prendo per il culo, come prendo per il culo il trentenne che racconta lui, ma come prendo per il culo me stesso, il giornale per cui lavoro, il mio stesso direttore, Facebook, e anche Renzi, che in fondo è il mio armadillo.

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