Occident Ex-Press«Sono un rapinatore di banche, lo faccio per adrenalina non per soldi»

La storia di Kevin (nome di fantasia) che anche dal carcere non pensava ad altro che «sentirsi di nuovo forte e carico» come dopo le rapine in banca o in farmacia. Gli studiosi la chiamano “dipendenza dal rischio”: in alcuni tossicodipendenti sostituisce la dose giornaliera di eroina

«Quel giorno abbiamo girato per varie farmacie prima di trovarne una adatta al colpo. E alla fine abbiamo rapinato quella del nostro quartiere, la più semplice. Ci siamo portati a casa 900 euro a testa. Quando sono tornato in appartamento avevo l’adrenalina a duemila e mi è venuto anche da vomitare. Mi sono seduto sul divano di casa: ridevo da solo come un pazzo e nel frattempo stavo decidendo dove avrei portato a cena la mia ragazza».

Kevin (nome di fantasia) è un giovane ragazzo di Milano, nato e cresciuto nella periferia sud-est della città. Un classico ragazzo di quartiere: rasato, tatuaggi e parlata accentuata come nei film di Umberto Lenzi. Kevin in vita sua ha fatto due lavori: magazziniere dentro un supermercato e rapinatore di banche e farmacie. Non ha mai rapinato per soldi, tranne la prima volta, o almeno non lo ha mai fatto solo per quelli. A un certo punto era diventata come una droga o un vizio: l’adrenalina, il controllo sulle persone, l’eccitazione.

«La mia storia è un po’ complicata», racconta. «È cominciato tutto quando ho conosciuto la mia ex ragazza: prima giravo per il quartiere senza fare niente e improvvisamente avevo una donna, ero fidanzato. Allora mi sono dato da fare per trovarmi un lavoro. Nel giro di poche settimane ho cominciato in un supermercato e si può dire che fossi “felice”: avevo un po’ di soldi, potevo uscire con lei, portarla a mangiare fuori o in discoteca a ballare e sentirmi così a mio agio».

«Abbiamo rapinato la farmacia del nostro quartiere, la più semplice. Ci siamo portati a casa 900 euro a testa. Quando sono tornato in appartamento avevo l’adrenalina a duemila e mi è venuto anche da vomitare. Mi sono seduto sul divano di casa: ridevo da solo come un pazzo e nel frattempo stavo decidendo dove avrei portato a cena la mia ragazza»


Le sensazioni di Kevin (nome di fantasia) dopo la sua prima rapina

Poi un giorno capita un evento, di quelli che Kevin non esista a inserire della categoria «sfiga nella vita». Sta passeggiando per piazza Duomo, in centro a Milano, quando tre agenti in borghese gli chiedono i documenti. «Io nemmeno credevo fossero veri poliziotti, non si erano identificati e si comportavano in maniera poco professionale. Quel giorno ero in anticipo per andare a lavoro e ho fatto un po’ di resistenza». Gli agenti lo denunciano e lo portano in caserma per avergli trovato nello zaino un taglierino «manico 14 e lama da 3», ci tiene a specificare. «Hanno chiamato il mio datore di lavoro dicendogli che un suo dipendente era in stato di fermo e mi hanno lasciato andare dopo circa sei ore di caserma. Il giorno successivo mi presento a lavoro e il mio capo mi chiede il certificato medico. Sapeva che ero stato denunciato ma voleva che dimostrassi la malattia». Kevin finisce il periodo di prova ma il contratto non gli viene rinnovato.

«In quel momento il mondo mi è caduto addosso», racconta. «Rimasi due settimane senza lavorare e senza uscire di casa, demoralizzato». A questo punto un amico del quartiere gli propone di fare una rapina per farsi due soldi. Lui inizialmente rifiuta: «Non me la sentivo, ma per le ore successive la mia testa pensava solo a quello che mi era stato proposto. Il giorno dopo ho pensato che non potevo nemmeno fumarmi una sigaretta o comprare i cioccolatini alla mia ragazza e allora l’ho richiamato. Gli ho detto soltanto “ci vediamo sto pomeriggio alle 6?”, lui ha capito ed è così che ho cominciato».

L’esperienza nel mondo del crimine dura poco: Kevin viene beccato in flagranza di reato dopo pochi mesi e lasciato dalla ragazza mentre è in carcere. «In prigione avevo un chiodo fisso in testa: uscire e rapinare di nuovo, questa volta da solo, senza spalla. Riprovare quella sensazione che mi faceva sentire forte e carico»

L’esperienza nel mondo del crimine per Kevin non è durata molto: pochi mesi, meno di un anno e quattro colpi fra banche e farmacie prima di farsi beccare in flagranza di reato. Lui dice anche di essersi divertito ma che non ne è valsa la pena «perché mi sono fatto anni di carcere e appena sono finito dietro le sbarre la mia fidanzata mi ha lasciato. A lei avevo raccontato di aver trovato un vero lavoro». Dopo tre anni di prigione esce con un chiodo fisso in testa: ricominciare. «Ero frustrato e volevo commettere altri reati, però questa volta da solo, senza nessuna spalla. Avevo solo voglia e bisogno di riprovare quell’adrenalina che mi faceva sentire forte e carico. Quando ero in carcere mi promettevo sempre che se la farmacista o la cassiera mi dicevano di no, che i soldi non me li davano, io prendevo e me ne scappavo. Poi una volta mi è successo che questa si rifiuta di darmi soldi e ho pensato “e mo’ che cazzo faccio?”».

Nel racconto di Kevin spicca un elemento: l’ultima rapina l’ha fatta che ancora aveva i soldi dei bottini precedenti. Non era in stato di necessità, più probabile che volesse «sentirsi forte e carico», come dice lui.

Gli studiosi la chiamano “dipendenza dal rischio”, è un comportamento diffuso in molte persone – spesso, per esempio, fra gli atleti degli sport più estremi –, studiato da psicanalisti e medici e con una letteratura consolidata alla spalle. Riguarda comportamenti più che diffusi in gioventù o in adolescenza, spesso associati all’uso, anche saltuario, di sostanze stupefacenti che servono a trovare il coraggio di compiere un’azione: dal prendere una curva in discesa con la moto ad elevata velocità, ogni volta più forte di quella precedente, fino a cercare di scassinare una slot mentre il gestore del locale è distratto. In alcuni studi, condotti su queste persone, ci sono pazienti tossicodipendenti che hanno dichiarato ai medici come il compiere una di queste azioni, poteva persino sostituire la dose quotidiana di eroina.

Gli studiosi la chiamano “dipendenza dal rischio”, diffusa fra giovani e giovanissimi e fra i tossicodipendenti. In alcuni casi compiere questi gesti estremi può addirittura sostituire la dose quotidiana di eroina. Ma esiste anche un suo lato intimo, personale, psicologico, non clinico in senso stretto

In questi studi ci si sofferma sull’aspetto clinico del problema, ma è chiaro che esiste anche una dimensione più intima, personale e psicologica – come evidenziato dalla storia di Kevin, che non ha mai fatto uso di droghe pesanti.

Adesso Kevin vive fuori dall’Italia, in un altro Paese. Se ne è andato – o più probabilmente è scappato – quest’estate con un escamotage molto furbo, visto che il suo documento non era valido per l’espatrio. Ma lui ha passato lo stesso il confine. Inseguito, più che dalle forze dell’ordine, dalla voglia di sentirsi di nuovo «forte e carico», come quando fingeva di avere un’arma nella giacca e costringeva la cassiera a dargli 900 euro.

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