Cinema“Vertigo” di Hitchcock e l’ossessione per la donna che visse due volte

Inoltrarsi dentro “Vertigo” vuol dire ogni volta provare quella vertigine, quell’immenso vuoto, che dà il nome al film

L’ossessione per una donna che non c’è, anche se visse due volte. Alfred Hitchcock costruì attorno a questo tema “il più grande film della storia del cinema” (secondo l’ultima classifica di Sight and Sound: rompendo il primato pluridecennale di Quarto potere di Orson Welles): Vertigo (in originale), o La donna che visse due volte (all’italiana), o Sueurs froids (cioè Sudori freddi, alla francese, e non si capisce perché oltraple non abbiano conservato il titolo del romanzo – francese – da cui è tratto, D’entre les morts di Thomas Narcejac e Pierre Boileau).

Uno dei film più citati, saccheggiati, visti, nonostante un debutto nel 1958 non proprio incoraggiante sia in sala che nelle critiche dei giornali. Arduo, a meno di non essere dei cultori ‘ossessivi’ del film, ricordare senza aiuti il complesso intreccio che mischia apparizioni, innamoramenti inconsumati, piani diabolici, vertigini e myse en abime. Ma non importa, perché anche all’ennesima visione quello che resta, che spinge continuamente a rivederlo, che produce un’autentica ossessione dello sguardo, è l’andamento ipnotico che lega Scottie-James Stewart, sofferente di acrofobia, a una donna bellissima, sofferente di disturbo della personalità (crede di essere la sua bisnonna spagnolesca).

Lei muore, ma per finta. Poi ricompare, anzi lui la ricostruisce sul corpo di un’altra, che era però quella di prima, ma sotto mentite spoglie: la donna vive due volte, e muore due volte, e la prima per finta, e la seconda sul serio. Volendo semplificare, come è stato scritto, è un film dove “Kim Novak recita Judy che recita Madeleine che recita Carlotta”. Un garbuglio delle identità dove Hitchcock infila una serie di ossessioni per lo più riconducibili alla sfera sessuale, con un uomo piuttosto gelido che si scongela nel riflesso di una donna scomparsa. Il tutto in una San Francisco piuttosto misteriosa, degna della sua fama di vertice del triangolo della magia nera (mai dimenticare che i suoi infernali Uccelli in quei paraggi colpivano…) dove nelle tracce architettoniche quasi esoteriche delle missioni spagnole in California si intravvede un elemento oscuro che non può che inquinare le menti dei personaggi (anche se il tutto è per via logica – la meno affascinante – chiarito in uno spiegone a due terzi del film come una macchinazione del marito della donna, amico di Scottie).

All’ennesima visione quello che resta, che spinge continuamente a rivederlo, che produce un’autentica ossessione dello sguardo, è l’andamento ipnotico che lega Scottie-James Stewart, sofferente di acrofobia, a una donna bellissima, sofferente di disturbo della personalità

Che l’ossessione sia in fondo un immenso vuoto che non si può riempire mai nonostante il continuo succedersi di tentativi, è limpidamente raccontato dal terrore proprio di quel vuoto, ossia dalla vertigine, che dà il nome al film e che è la visualizzazione (nella celebre scena lungo le scale del campanile) di quella disabilità. Una ossessione “magnifica” come quella raccontata appena pochi anni prima da Douglas Sirk nel suo celebre melodramma che visto oggi – come Vertigo – si rivela come uno dei più influenti film della sua epoca sulle seguenti, e dove in realtà “la magnifica ossessione” non è tanto l’amore quanto l’altruismo, la capacità di rendersi utile agli altri (secondo la morale dell’autore del romanzo da cui fu tratto, Lloyd C. Douglas, un pastore luterano che, secondo Sirk, aveva creato un mix di “kitsch, follia e letteratura dozzinale” aggiungendo però che “tra l’arte e la spazzatura c’è pochissima distanza”). Che anche Vertigo sia oltre che thriller anche melò è piuttosto chiaro, e tale carattere risalta nella partitura musicale composta da Bernard Herrmann, carica di suggestioni del melodramma musicale italiano contaminato con la suite “astrologica” di Gustav Holst I Pianeti.

Innocenza e peccato, coppia nodale per il melodramma, sono centrali nella caratterizzazione del personaggio di Madeleine, che nel nome raccoglie suggestioni proustiane (la memoria, la dinastia infelice) e insieme evangeliche (la Maddalena, peccatrice redenta: e questo riguarda il retroscena di quella finzione). E dopotutto Hitch è un europeo cattolico, sempre memore delle sottili repressioni subite da bambino. Stupisce così un po’ meno se il finale tragico – ovviamente una caduta nel vuoto – è affidato a… una suora campanara.

Inoltrarsi dentro Vertigo vuol dire incrociare una stratificazione di suggestioni, perfino nei difetti perfetti che il film reca (basti pensare che il perfezionista Hitck ebbe ripensamenti su alcuni passaggi della storia), ma significa anche ogni volta aggiornare l’ossessione per questa magnifica stazione della settima arte.

Che l’ossessione sia in fondo un immenso vuoto che non si può riempire mai nonostante il continuo succedersi di tentativi, è limpidamente raccontato dal terrore proprio di quel vuoto, ossia dalla vertigine, che dà il nome al film