TaccolaVogliamo davvero ridurre lo spreco alimentare? Basta buonismo e cambiamo la tassa sui rifiuti

La tecnologia e gli accordi tra produttori e distributori stanno riducendo la quantità di alimenti che si butta tra industrie e supermercati. Merito anche del ruolo professionale di associazioni come Banco Alimentare. La burocrazia e le tasse comunali però sono un ostacolo.

Sprechiamo una montagna di cose da mangiare. Se ci fosse dubbi basta un dato di una ricerca a ricordarcelo: circa un terzo della produzione mondiale di cibo (1,3 miliardi di tonnellate all’anno) finisce nella spazzatura.

Per combattere davvero questo dato inaccettabile, da qualsiasi punto di vista lo si guardi, il punto di partenza non è dei più scontati: lasciarsi alle spalle il buonismo. Serve più organizzazione, più precisione nei conteggi, più collaborazione tra produttori e distributori e più affidabilità da parte delle organizzazioni senza scopo di lucro che si occupano di portare i cibi in scadenza ai bisognosi.

A chiederlo a gran voce è stata una di queste organizzazioni, il Banco Alimentare, per bocca della sua responsabile degli approvvigionamenti, Giuliana Malaguti, durante il convegno “Spreco Alimentare. C’è una soluzione di fliera: la collaborazione tra le imprese”, organizzato da Gs1 Italy / Indicod -Ecr. «Cosa non può essere considerata la devoluzione degli alimenti? – si è chiesta Giovanna Malaguti – Di certo non può essere il buonismo a intermittenza delle aziende, né la buona volontà dei loro singoli dipendenti. Abbiamo visto in passato che quando l’approccio è questo, non dura nel tempo. Piuttosto, serve superare la scarsa fiducia nelle organizzazioni non profit e il dilettantismo che ci viene attribuito».

«Cosa non può essere considerata la devoluzione degli alimenti? Di certo non può essere il buonismo a intermittenza delle aziende, né la buona volontà dei loro singoli dipendenti. Abbiamo visto in passato che quando l’approccio è questo, non dura nel tempo»


Giuliana Malaguti, Banco Alimentare

Per arrivare a questo obiettivo, ha aggiunto, le organizzazioni non profit devono agire su tre fattori chiave. Primo essere affidabili, mettendo a punto una forte capacità logistica, capace di agire in tempi rapidissimi, dato che ad associazioni come Banco Alimentare arrivano carichi enormi di cibi in scadenza poche ore dopo. Secondo: la capacità di interloquire alla pari da parte delle onlus, che devono superare la semplice buona volontà; un passaggio non scontato in organizzazioni che per lo più sono composte da volontari. Terzo: non perdere neanche un colpo sulla sicurezza. Uno dei freni alle aziende, supermercati ma anche produttori, quando si tratta di donare il cibo in scadenza o dal packaging difettoso, è quello del rischio di immagine: se qualcuno si sentisse male perché ha mangiato un cibo scaduto regalato da una certa ditta, magari perché conservato male dall’ente di beneficienza, sarebbe un boomerang enorme. E questo è un rischio non piccolo se si tiene conto che con una organizzazione come Banco Alimentare operano 8.669 piccole organizzazioni sul territorio. Lo scopo di Banco Alimentare (così come di Last Minute Market o della Caritas) è quello di fare da tramite verso queste organizzazioni, come delle specie di certificatori.

Per evitare questi rischi, ha detto Giuliana Malaguti, alcuni utili alleati sono i contratti che vincolino entrambe le parti (aziende e onlus), procedure operative condivise e software per tracciare i prodotti.

Uno dei freni alle aziende, quando si tratta di donare il cibo in scadenza, è il rischio di immagine: se qualcuno si sentisse male perché ha mangiato un cibo scaduto regalato da una certa ditta, magari perché conservato male dall’ente di beneficienza, sarebbe un boomerang enorme

La necessità di “misurare per intervenire” era d’altra parte il primo punto degli obiettivi del convegno organizzato da Gs1 Italy (società che a livello internazionale si occupa di standard per produttori e distributori, a partire dal codice a barre). Dalle ricerche presentate è emerso che nella maggior parte dei casi la mancanza di un processo adeguato di controllo del fenomeno delle eccedenze alimentari si traduce in basse percentuali di recupero.

Al di là della “devoluzione”, cioè della beneficenza, per le aziende della filiera le attività di prevenzione e di gestione delle eccedenze alimentari diventano un vero e proprio processo aziendale, costituito da attività amministrative, attività operative e momenti decisionali che coinvolgono molti attori. «Sono ben dieci le funzioni aziendali coinvolte, tra produttori e distributori», ha sottolineato Marco Melancini, professore di Logistics e Operations Management al Politecnico di Milano e autore di una ricerca presentata al convegno.

In Francia e Spagna la grande distribuzione organizzata ha degli incentivi e non si pone neanche il problema di buttare o meno le eccedenze. Da noi è solo un atto di volontà etica. Per questo serve cambiare la tassa sui rifiuti

Oltre alla collaborazione nello scambio di dati tra produttori e supermercati, un’altra delle priorità è chiedere alle amministrazioni locali di semplificare le procedure e premiare chi riduce gli sprechi. «La normativa locale sullo smaltimento dei rifiuti è molto complessa. Il governo sta ponendo rimedio ma ancora la strada è lunga. Sono andato personalmente a Roma a chiedere che siano innanzitutto ridotti gli spazi di interpretazione».

Carlo Delmenico, direttore della Responsabilità sociale d’impresa di Sma, ha aggiunto una richiesta comune nel settore della distribuzione: «Oggi fare devoluzione costa molto di più che buttare semplicemente gli avanzi, perché gestire la logistica e produrre la documentazione ha un costo. In Francia e Spagna la grande distribuzione organizzata ha degli incentivi e non si pone neanche il problema di buttare o meno le eccedenze. Da noi è solo un atto di volontà etica. Diciamo che si evitasse almeno di pagare i rifiuti in base al metro quadrato e ci fosse un riconoscimento, nella tassazione, del risparmio ottenuto, sarebbe un grande incentivo a fare ancora di più».

Nel campo degli yogurt un nuovo tipo di imballaggio ha portato a una riduzione delle rotture del 99 per cento

C’è infine il tema della tecnologia. Nel campo degli yogurt, ha citato come esempio Marco Candiani, direttore operativo logistica di Stef, un nuovo tipo di imballaggio ha portato a una riduzione delle rotture del 99 per cento. «Per arrivare a questi risultati serve una collaborazione maggiore tra produttori e distributori. Ma finora se n’è vista poca».

In Italia, dicono le ricerche, vengono generate 5,6 milioni di tonnellate di eccedenze lungo tutta la filiera, dai campi fino alla tavola del consumatore. Si tratta del 16% del consumo annuo. Di questi 5,6 milioni di tonnellate, circa il 20% è prodotto dalle aziende dell’industria e della distribuzione. Cibo che scade senza essere venduto o che viene scartato per difetti.

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