«Abbiamo tutti nostalgia della Prima Repubblica»

Intervista a Paolo Cirino Pomicino, in occasione del suo quarto libro, "La Repubblica delle giovani marmotte". Si stava meglio prima, quando i politici sapevano fare i politici e, non come oggi, sapevano rispettare la democrazia

Chi pensava che la Democrazia Cristiana fosse finita, sbagliava di grosso. Perché oltre ai figli della diaspora, diffusi in tutto il corpo parlamentare, oggi si può contare su «un presidente del Consiglio» democristiano, «e un presidente della Repubblica» anche lui democristiano. Lo dice (e sogghigna) Paolo Cirino Pomicino, mentre presenta il suo ultimo libro, La repubblica delle giovani marmotte, edito da Utet. Si gode l’ennesima riprova – a suo giudizio – dell’immortalità di una classe politica e di un pensiero, «il cattolicesimo politico: l’unico pensiero moderno, non modernista».

Lui, dopo le tempeste, i 42 processi e le condanne, c’è ancora. E riunti attorno ci sono Alessandro Sallusti, direttore del Giornale e l’ex direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli. Gli onori di sala spettano ad Antonio Polito. Tre giornalisti e un politico: il sindaco uscente di Milano, Giuliano Pisapia. Tutti a elogiare il libro e il suo autore, non risparmiandosi qualche punzecchiatura: «Sei molto severo con chi è venuto dopo di te, ma troppo morbido quando parli della Prima Repubblica. Si vede che ne sei nostalgico». Lui incassa, e continua a sogghignare. «No, miei cari. I veri nostalgici siete voi». E strappa risate e applausi.

Ma al di là della boutade, c’è del vero. Riemerge, nei discorsi più recenti, la Prima Repubblica. Con i suoi difetti, certo. Con i suoi problemi, ovvio. Ma più definita, più seria. Più stabile, perfino: «cambiavano i governi – dice – ma non i partiti al governo. E i parlamentari non si sognavano di cambiare casacca con la frequenza degli ultimi anni». Si stava meglio, insomma, quando si stava peggio. Cioè, sotto la Dc.

Come spiega questa nostalgia?
Lo ribadisco: i nostalgici sono gli altri, non io. Ho solo messo a confronto le due situazioni: quella attuale e quella del passato. Le conclusioni le ho lasciate agli altri. Il risultato è la nostalgia? Eh, vorrei ben dire.

Ma perché?
In questi anni ci si è spinti troppo in là. E la politica, al contrario di come dicono in tanti, è una scienza esatta.

Che intende?
Che a ogni azione, corrisponde un risultato. Non succede per caso allora che, se si va a colpire la democrazia parlamentare, si avrà un’involuzione democratica e non un’evoluzione. E ci si apre all’autoritarismo dell’Italicum di Matteo Renzi. Allora sì, si capisce che qualcuno rimpiange il passato. Il dramma vero è che queste persone non conoscono i fondamentali della politica. Non ne sanno nulla. È un problema di competenza, che non c’è. Le faccio un esempio.

Dica pure.
All’epoca, per arrivare a un certo livello di notorietà in politica, serviva un lungo cammino nelle retrovie, una crescita, uno studio. Oggi, se sei noto, allora puoi entrare in politica. Il rapporto potere-notorietà si è capovolto, e il senso della politica si è svuotato. Si privilegia l’apparenza, e va bene. Ma serve anche la sostanza. E questa non c’è più.

La politica, al contrario di come dicono in tanti, è una scienza esatta. A ogni azione, corrisponde un risultato

Ma c’erano problemi anche a quei tempi.
E chi dice di no. Ma era un’altra cosa. Ora Renzi dice che “prima, mentre il mondo correva, l’Italia arrancava”, e che “oggi, invece, è il contrario”. È falso, del tutto falso. La classe politica di allora ha fatto errori, certo. Ma sulle questioni importanti non ne ha sbagliata una. Pensiamoci bene, prima di parlar male dei politici di una volta, visto che è 20 anni che non c’è un politico a occuparsi dell’economia di questo Paese.

Ma allora è anche colpa della Prima Repubblica, che non ha saputo creare una classe dirigente in grado di sostituirla.
Non è così. Nel 1992 Mani Pulite non ha colpito solo le prime linee. Ma anche le seconde, le terze. Ha sradicato un intero sistema, fatto crollare un mondo. Ma la riprova che la classe dirigente di allora fosse valida – me lo permetta – sono io: ancora oggi, alla mia veneranda età, vengo chiamato per consigli e pareri. Vuol dire che qualche valore lo avevamo, noi democristiani.

Cosa riproporrebbe allora della Prima Repubblica, oggi?
Due cose. La prima è l’oggettualità del Parlamento. Non è possibile che oggi, ogni legge e ogni riforma venga approvata a colpi di fiducia. Così si scavalca la democrazia.

E la seconda?
Il convergere di una cultura politica di riferimento.

Si spieghi.
Nella Prima Repubblica esisteva un fondamento di valori condivisi. Nei momenti più difficili le forze in campo hanno saputo mettere da parte le differenze per concentrarsi sulle scelte importanti da fare. Tutto si reggeva su questo: i governi potevano cadere, ma il sistema no. Cosa avremmo pensato della Germania se, dopo il ritiro di Kohl, il sistema fosse andato in crisi? Che lì la politica non era seria. Ecco, ora applichiamolo all’Italia, e si capisce cosa intendo. Basta poco, e tutto crolla.

E il Movimento Cinque Stelle?
Niente di nuovo. La politica è una scienza esatta, come dicevo: pensiamo al 1798. Dopo la Rivoluzione francese, ci sono state due risposte: l’assemblearismo, cioè il M5S, e l’autoritarismo, cioè Renzi.

Insomma, niente di nuovo. Eppure in tanti rimpiangono quel passato.
È perché, in realtà, oggi si sta peggio. È cresciuto il debito, è crollata l’economia. Sono aumentati i milionari, ma anche i poveri. Il capitalismo finanziario ha sostituito la politica, fin troppo indebolita. E si è preso anche i soldi della gente.

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