AccoglienzaNon nel mio comune. Il bando per i rifugiati c’è, ma le amministrazioni locali fanno finta di niente

Il bando del Viminale aggiunge 10 mila posti alla rete di accoglienza. Ma non tutte le amministrazioni gradiscono la presenza dei centri per immigrati i nei propri confini. E su oltre 8 mila Comuni italiani quelli che partecipano non sono neanche 400

Non nel mio comune. Ad agosto, in piena emergenza immigrazione, dal ministero dell’Interno è arrivato un bando per aggiungere finalmente 10mila posti al Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar). Ma i sindaci intenzionati a presentare domanda per accogliere i profughi sul proprio territorio non sarebbero così tanti. Le associazioni che si occupano di accoglienza dei migranti si sono viste rigettare i progetti presentati, da Nord a Sud. Tanto che Anci (Associazione nazionale comuni italiani) e Viminale, per invogliare gli enti locali a presentare domanda, hanno promesso ora che nei territori che partecipano alla rete Sprar le prefetture non invieranno altri immigrati. Nessuna invasione, insomma. Con una raccomandazione difficile da far passare: meglio scegliere l’accoglienza organizzata che quella straordinaria.

Finora il circuito dell’accoglienza straordinaria (Cas) gestito dalle prefetture è stato la colonna portante dell’accoglienza all’italiana. Finiti i posti nelle strutture istituzionali, si apre la galassia di quelle straordinarie. Oltre 60mila profughi e migranti sono sistemati in palestre, ristoranti, alberghi, improvvisati in fretta da cooperative e associazioni, emergenza dopo emergenza, senza troppi controlli sugli standard minimi. Così, 35 euro al giorno per migrante, è proliferato il business. Fino ai casi limite di 227 migranti stipati nelle sale di un ex ristorante a Giugliano, in provincia di Napoli. I posti Sprar finora finanziati sono invece solo 20mila. Su oltre 8mila Comuni italiani, quelli che partecipano alla rete di accoglienza, che prevede anche un percorso di formazione e integrazione, non sono neanche 400.

La scorsa estate, mentre numerosi comuni e regioni si rifiutavano di accogliere i migranti, dal ministero dell’Interno sono partiti due bandi per aumentare i posti a disposizione della rete Sprar. I comuni presentano i progetti e quelli selezionati vengono finanziati tramite il Fondo per i servizi per l’asilo, per il quale dal 2015 sono stati stanziati oltre 187 milioni di euro. Ma c’è stata tutt’altro che una corsa ad accaparrarsi questi fondi.

Al momento sono oltre 60mila i profughi e migranti sistemati in palestre, ristoranti, alberghi, improvvisati in fretta da cooperative e associazioni, emergenza dopo emergenza, senza troppi controlli sugli standard minimi. I posti Sprar finora finanziati sono invece solo 20mila. Su oltre 8mila Comuni italiani, quelli che partecipano alla rete di accoglienza non sono neanche 400.

Per il bando già chiuso, che prevede mille posti destinati a minori non accompagnati (finanziato da un fondo ad hoc di circa 30 milioni), sono arrivate poco più di mille domande. Per l’altro bando, che prevede 10mila nuovi posti, il 21 dicembre la scadenza è stata prorogata da metà gennaio a metà febbraio. Formalmente perché ci sono le vacanze di Natale di mezzo e le scadenze di fine anno. Ma le associazioni che si occupano dell’accoglienza dei migranti denunciano la scarsa volontà di molti comuni di partecipare alla rete Sprar. «Portare migranti sui propri territori non è un gesto apprezzato dai concittadini», spiegano da un’associazione milanese. «I sindaci hanno paura di perdere voti e consenso. Tutti quelli che abbiamo contattato, dalla Lombardia alla Calabria, ci hanno detto di no. Il ragionamento che si fa è questo: se la prefettura mi obbliga a ospitare i migranti lo faccio, ma non li porto nel mio comune volontariamente».

Eppure, i fondi “in palio” non sono pochi: su 25 posti messi a disposizione, nelle casse comunali arrivano più di 600mila euro in due anni, oltre 90mila euro da spendere in alimenti nei negozianti locali, e si creano almeno cinque posti di lavoro tra educatori, psicologi, mediatori e operatori. Dal ministero dell’Interno, dicono i più informati, sarebbero anche pronti a elargire più soldi di quanti ne siano stati stanziati finora. Ma non tutti gradiscono la presenza dei centri accoglienza i nei propri confini. E i sindaci non vogliono passare per quelli che hanno portato i migranti a casa propria.

«Portare migranti sui propri territori non è un gesto apprezzato dai concittadini. I sindaci hanno paura di perdere voti e consenso. Tutti quelli che abbiamo contattato, dalla Lombardia alla Calabria, ci hanno detto di no. Il ragionamento che si fa è questo: se la prefettura mi obbliga a ospitare i migranti lo faccio, ma non li porto nel mio comune volontariamente».

L’Anci, Associazione nazionale comuni italiani, che coordina la rete Sprar, nei mesi scorsi ha girato l’Italia in lungo e in largo per presentare il bando agli enti locali. «È un tema scivoloso e complicato, oltre che poco popolare», ammette Matteo Biffoni, sindaco di Prato e delegato Anci all’immigrazione. «Stiamo cercando di fare in modo che chi fa Sprar venga tutelato dall’accoglienza straordinaria gestita dalle prefetture». Questa situazione «è un elemento di preoccupazione per i Comuni, che incide negativamente anche sulla scelta di partecipare al bando», aggiunge. «Abbiamo chiesto al ministero di dare alle prefetture indicazione di non aprire altre strutture di accoglienza nel caso in cui il comune aderisca alla rete Sprar».

Non solo: «Nel caso in cui sul territorio di un comune fossero già presenti strutture di accoglienza straordinaria, i posti eventualmente attivati dallo Sprar andrebbero a ridurre e gradualmente a sostituire quelli dell’accoglienza straordinaria. Sono informazioni che permettono ai sindaci di tranquillizzare i propri cittadini, comunicando che la scelta di partecipare allo Sprar è sia una scelta di solidarietà verso chi fugge dalle guerre, ma anche un modo per tutelare il territorio da situazioni di accoglienza fuori dal controllo e dalla programmazione».

«I sindaci devono poter tranquillizzare i propri cittadini, comunicando che la scelta di partecipare allo Sprar è sia una scelta di solidarietà verso chi fugge dalle guerre, ma anche un modo per tutelare il territorio da situazioni di accoglienza fuori dal controllo e dalla programmazione».

Se finora gran parte dei profughi è stata accolta in strutture di accoglienza improvvisate dalla sera alla mattina, spesso in situazioni di degrado e senza gli standard minimi igienico sanitari, «ora bisogna ribaltare questo sistema», dice Biffoni, «premiando i comuni che fanno accoglienza organizzata. E nel caso di un’emergenza chi partecipa allo Sprar deve essere l’ultimo a cui viene chiesto di ospitare altre persone».

Accoglienza volontaria e organizzata contro accoglienza straordinaria. «Se il prefetto ti chiama e ti dice “tra 48 ore di invio 50 ragazzi” in qualche modo devi fare», dice Biffoni. «È così che sui territori si crea tensione e intolleranza verso queste persone che vivono spesso in condizioni non dignitose. L’accoglienza straordinaria non aiuta e alimenta questi sentimenti. Dobbiamo puntare sull’accoglienza organizzata, tramite lo Sprar, rispettando anche il territorio che accoglie queste persone». La parte difficile, ora, è farlo capire ai Comuni. La nuova scadenza per partecipare al bando è il 14 febbraio 2016.