Professione futurologo: storia del lavoro più difficile del mondo

Dalla sibilla ai data analyist, la Storia è piena di gente che ha provato a immaginare cosa succede dopo: ma nel 1996, i migliori scienziati del mondo non riuscirono nemmeno a prevedere l’Ipod

Una volta c’erano le sibille, con le loro oscure predizioni ispirate direttamente da Apollo. Adesso ci sono i consulenti di management che interpretando una serie di andamenti e tendenze globali aiutano le aziende a operare la gestione del rischio e accogliere le opportunità di mercato.

Quella del “futurologo” è diventata una vera e propria professione: le più grandi imprese mondiali sono tutte munite di un apposito reparto e altre ancora se ne doteranno nei prossimi anni. Si tratta di una figura professionale che spazia dalle pratiche e funzionali previsioni di mercato ai più stuzzicanti vaticini in stile science fiction. Per esempio, secondo quanto ha affermato recentemente una squadra di esperti, incontreremo sì gli extraterrestri, ma è probabile che «dovremo accontentarci di fare conoscenza con microbi venuti dallo spazio».

Il tentativo di protendersi verso il futuro, prevederne gli eventi cruciali e così prepararsi ad affrontarli ha però origini antichissime e per molto tempo la complicata arte del vaticinio è stata appannaggio della figura dell’indovino, che con il futuro aveva un rapporto di tipo magico, non di rado mediato dalla divinità. Nel mondo greco le sibille erano vergini dotate di virtù profetiche ispirate da un dio (di solito Apollo), in grado di fornire responsi e fare predizioni. Erano collocate in diversi luoghi del mediterraneo: Italia (Cuma), Africa, Grecia (Delfi), Asia Minore. Naturalmente è noto il luogo comune secondo cui, proprio in virtù dell’oscurità e dell’ambiguità delle loro previsioni, ognuno ci leggeva un po’ quello che voleva. E infatti i cristiani – col senno del poi – ci lessero anticipazioni messianiche della futura venuta di Cristo.

La Pizia o Pitia indicava invece in modo più specifico la sacerdotessa di Apollo che dava i suoi responsi oracolari nel santuario di Delfi, presso l’«ombelico del mondo». La posizione era ricoperta da cittadine di Delfi (in alcuni periodi anche tre contemporaneamente), scelte senza limiti d’età. La pratica durò circa 2000 anni, dal 1400 a.C. circa fino al 392 d.C., quando i culti pagani vennero soppressi dall’imperatore romano Teodosio I.

L’idea che il futuro sarebbe stato diverso dal presente è un concetto molto recente: si potrebbe dire che risale al 1800 ed è legato a doppio filo con gli enormi cambiamenti tecnologici che di lì in poi hanno caratterizzato la produzione mondiale

Un’altra figura importante della predizione era l’àugure, che nell’antica Roma era un sacerdote con il compito di interpretare il volere degli dei osservando il volo degli uccelli. In tutti questi casi però, si trattava per lo più di previsioni su un futuro molto prossimo, quasi stringente: esiti di battaglie o destini individuali. Ciò che nel mondo antico assomiglia di più all’attività di un futurologo moderno è invece la famosa profezia raccontata nella vicenda biblica di Giuseppe, che interpretando il sogno del Faraone sulle sette vacche grasse e le sette magre ha consentito all’Egitto di sopravvivere a una carestia altrimenti catastrofica: l’autentica previsione di un andamento economico.

Il primo romanzo ambientato nel futuro, The Reign of King George VI, 1900-1925 del 1763, descriveva una civiltà del ventesimo secolo in tutto e per tutto uguale a quella del diciottesimo. Sembra strano, ma l’idea che il futuro sarebbe stato diverso dal presente è un concetto molto recente: si potrebbe dire che risale al 1800 ed è legato a doppio filo con gli enormi cambiamenti tecnologici che di lì in poi hanno caratterizzato la produzione mondiale.

Il primo futurologo in senso moderno – le cui previsioni cioè non sono basate sulla magia, ma si fondano su un approccio di tipo scientifico – è forse l’economista e demografo inglese Thomas Robert Malthus, che a fine ‘700 spiegherà che la popolazione umana è in grado di raddoppiare ogni 25 anni, ma le tecniche agricole non possono raddoppiare la produzione di cibo nello stesso tempo. Ne conseguiva che se l’umanità non avesse ridotto il tasso di crescita sarebbe stata travolta dalla fame.

Il primo vero libro di futurologia è invece del 1901 ed è firmato Herbert George Wells, l’autore di La guerra dei mondi e La macchina del tempo. Si intitola Anticipazioni dell’impatto del progresso scientifico e tecnologico sulla vita e sul pensiero umani e la sua previsione più esatta dice che l’automobile avrebbe reso necessaria la costruzione di enormi autostrade e ridotto i tempi dei trasporti. Inoltre la società sarebbe stata divisa in quattro classi: ricchi, studiosi, operai e disoccupati, questi ultimi in rapida crescita a causa dell’automazione. La previsione più lontana dalla realtà fu invece quella secondo cui non sarebbe mai stato costruito un sottomarino e che ci sarebbero voluti decenni per realizzare un aeroplano.

Un vero balzo verso la futurologia moderna si ha però nel 1973, quando il cosiddetto Club di Roma – un sodalizio di magnati industriali, docenti e uomini politici presieduto dall’italiano Aurelio Peccei – commissiona al Mit di Boston uno studio sui tempi e sulle conseguenze dell’esaurimento delle materie prime fondamentali. Lo studio concluderà che ci sarà una grave situazione di penuria dopo il 2000, a patto che il consumo delle risorse non subisca una flessione. Ma se ciò finora non si è ancora realizzato, l’allarme per la possibile carenza di risorse essenziali non è per questo passato.

Nel 1996, per il lancio dell’edizione americana, la rivista Wired condusse un sondaggio tra scienziati e studiosi di campi diversi per scoprire cosa dovevamo aspettarci da un futuro più o meno prossimo. Gli esperti non riuscirono nemmeno a immaginare accessori come l’iPod o prevedere l’incredibile potenziale di Internet

«Il nostro lavoro è scrutare il futuro, immaginarlo, provare ad anticiparlo», spiega Ian Pearson, futurologo contemporaneo. Secondo Pearson, ingegnere elettronico, plurilaureato in matematica superiore e fisica, «nel 2050 il cervello umano sarà immortale. Potremo scaricarlo su un computer, copiarlo su un dischetto, inserirlo su un robot, farlo vivere per sempre».

Pearson si è sempre interessato molto di robot e androidi: «Non bisogna pensare ai robot come ce li ha mostrati sinora il cinema, fatti di metallo, ridicolmente diversi dal modello umano. Già ora esiste la tecnica per fabbricare androidi con tessuti e sembianze simili ai nostri. Nel 2075 è probabile che saranno perfezionati al punto da renderli indistinguibili da un uomo o una donna in carne ed ossa, e in grado di replicarne tutte o quasi tutte le funzioni». Anche il sesso sarà (sembra) di competenza, anche se non esclusiva, dei robot, che naturalmente si esibiranno in performance meno fallibili e più efficaci di quelle umane.

Futurologi come Pearson, Faith Popcorn e Norman Foster sono piuttosto concordi sul fatto che presto avremo a che fare con robot e calcolatori in grado di superare il cosiddetto test di Turing: parlando con loro, cioè, non saremo più in grado di capire se si tratta di umani o di umanoidi.

«Se daremo loro un bacio», spiega Pearson, «proveranno piacere, perché il loro cervello sarà programmato per registrare piacere per un bacio. Se daremo loro un pugno, proveranno dolore, e vale lo stesso discorso. Coscienza di sé, questo ancora non lo sappiamo. È presto per prevedere se, come e quanto avranno una consapevolezza, ma certo non lo si può nemmeno escludere. Viceversa, non avranno un’anima, come ripeto sempre ai gruppi religiosi. Ma avere l’anima, si sa, dipende dalla fede, non dalla scienza».

Nel 1996, per il lancio dell’edizione americana, la rivista Wired condusse un sondaggio tra scienziati e studiosi di campi diversi per scoprire cosa dovevamo aspettarci da un futuro più o meno prossimo. Come accade spesso in questa professione, gli esperti si mostrarono molto cauti, non riuscendo nemmeno a immaginare accessori come l’iPod e senza essere in grado di prevedere l’incredibile potenziale di Internet. Il sondaggio è stato ripetuto nel 2009 per il lancio dell’edizione britannica della rivista e anche questa volta i futurologi si sono mostrati prudenti. A differenza delle vaghe e misteriose profezie di un oracolo o di un sedicente Nostradamus, la pretesa scientifica del lavoro del futurologo deve per forza fare i conti con tempi non eccessivamente lontani – un centinaio di anni massimo, dice Pearson – e la maggior parte delle loro predizioni verterà quindi su invenzioni e tendenze che già si intravedono dietro l’angolo. Se ciò che ci riserva il futuro, il what next, potrà o meno sorprenderci è dunque da vedere. E resterà anche da vedere se ci sorprenderà in meglio o in peggio.