TaccolaCome la grande finanza fa soldi con la nostra paura

L’emotività nei mercati finanziari pesa, e molto. Ma non è mai un affare. Se non per chi dai grandi ribassi ha solo da guadagnare e soffia sulle paure dei piccoli investitori. Tutto lascia pensare che sia andata così anche nel caso del recente attacco a Mps e Carige

Su Mps c’è stato il classico rimbalzo del gatto morto: una discesa del titolo; un rialzo inferiore alle aspettative; una nuova discesa, poi un’altra. Ed è scoppiato il panico: vendite come se non ci fosse un domani, anche se si perdeva, anche se i fondamentali dicevano che il prezzo era sceso troppo. Anche se qualcuno, nel frattempo, si stava fregando le mani.

I crolli dei titoli bancari del gennaio 2016 sono solo l’ultimo esempio di quanto l’emotività condizioni i mercati. L’effetto gregge di milioni di piccoli investitori alle prime armi in Cina, ai primi dell’anno, è il penultimo. Andando a ritroso si trovano decine di casi, dal crollo di Wall Street dell’ottobre 1986 alle varie bolle speculative scoppiate nei secoli. Prima ci spinge l’euforia, poi il panico. In mezzo, in realtà, c’è tutto un ventaglio di emozioni, che Barclays Wealth ha riassunto così: una salita che comincia con la riluttanza, si alimenta di ottimismo, eccitazione ed esuberanza. In seguito arriva un calo, che provoca nell’ordine diniego, paura, disperazione, capitolazione. Quando arrivano lo scoraggiamento, la depressione, l’apatia e l’indifferenza, siamo pronti per ricominciare con la riluttanza.

Il costo di performance dell’emotività è di quasi 3 punti percentuali

Il risultato di questi saliscendi non è mai un affare: la stessa Barclays Wealth ha calcolato che il costo di performance dell’emotività è di tra i 2 e i 2,5 punti percentuali, una quota enorme se si pensa che il 2,5% si può considerare, in questo periodo di tassi bassi, come un buon risultato di fine anno. Per fare soldi bisogna avere un distacco olimpico, mettere degli occhiali con ottica decennale come questo.

Qualcuno, in realtà, gli affari con l’emotività riesce a farli. È il caso di tutti i grandi “short”, le scommesse al ribasso basate sulle vendite allo scoperto. Un meccanismo perfettamente descritto dal film La Grande Scommessa, ora sugli schermi. Ma i guadagni sulla paura si possono fare anche quando le vendite allo scoperto sono vietate. Sul caso Mps non è ancora chiaro chi abbia dato il via alla grande ondata ribassista, e il silenzio prolungato della Consob relativamente all’indagine che sta conducendo non permette di andare oltre le supposizioni. Diciamo che una delle piste più accreditate immagina che le prime vendite consistenti siano arrivate da azionisti di Mps legati a hedge funds pronti a intervenire sulle sofferenze bancarie. Se la banca senese, messa alle strette, fosse costretta a disfarsi il prima possibile dei non performing loans a prezzo di saldo, sarebbe un grande banchetto per gli operatori specializzati nel recupero crediti. Il discorso, peraltro, vale per tutto il settore bancario italiano. Le vendite iniziali, però, sono state solo l’innesco. Una volta arrivato il rimbalzo del gatto morto, è arrivato il “panic selling” dei piccoli investitori. «Per fare andare giù un titolo come Mps, ma mediamente tutti i titoli bancari Italiani, è stato necessario creare, alimentare e sfruttare la paura – commenta Michelangelo Massara, della Pwa, Private Wealth Advisory -. In questo meccanismo in tanti rimangono con il cerino in mano. Quello che spiego ai clienti è che se la decisione di acquisto iniziale è stata razionale e invece la decisione di vendita è irrazionale e per paura, rischiano di vendere sui minimi, facendo il gioco degli speculatori»

«Per fare andare giù un titolo come Mps, ma mediamente tutti i titoli bancari Italiani, è stato necessario creare, alimentare e sfruttare la paura. In questo meccanismo in tanti rimangono con il cerino in mano»


Michelangelo Massara, fondatore di Pwa – Private Wealth Advisory

Ma cosa succede nella mente degli investitori presi dall’emotività e cosa provoca l’effetto gregge? Ci sono tre fattori, spiega Barbara Alemanni, docente di Economia degli intermediari finanziari all’Università di Genova e autrice del libro “Finanza Comportamentale” (Egea, 2015). Il primo è di tipo cognitivo: il nostro cervello ha bisogno di ridurre la complessità e quando vede tre numeri di fila andare in una direzione, ci vede un trend, anche quando la statistica direbbe una cosa diversa. Il rischio di prendere strade sbagliate è dietro l’angolo. Ma i pericoli ci sono anche quando i segnali sono contraddittori e la volatilità crea un “effetto nuvola”, o di caos. Ci sentiamo persi e cominciamo a guardarci intorno. A quel punto entra in gioco la pancia, che domina le due grandi paure degli investitori. La prima è la paura della perdita: se guadagniamo 1 abbiamo una reazione positiva limitata, se perdiamo 1 abbiamo una reazione negativa molto superiore. Questo effetto si amplifica in momenti di “scenario nero”, come può essere l’attuale, con alti rischi geopolitici, petrolio basso e un rapporto debito/Pil che a livello globale è molto elevato. A far saltare i nervi ci si mette poi la seconda paura, quella del rimpianto. «Anche in finanza vale “mal comune mezzo gaudio” ed emotivamente l’essere andati controcorrente può essere molto doloroso il giorno dopo una perdita», commenta Barbara Alemanni. Anche in questo caso la letteratura ci racconta i tormenti delle scommesse “contrarian”, da Cosmopolis di Don De Lillo fino a I Diavoli di Guido Brera.

Ci sono la paura della perdita, la paura del rimpianto e un “bug” della nostra mente che vede delle tendenze appena ci sono tre numeri in fila che vanno in una direzione

Questi libri ci dicono però che le istituzioni finanziarie hanno al loro interno delle figure, gli strategist, che almeno in parte sterilizzano la schizofrenia dei mercati. «La strategia è fondamentale – spiega Alemanni -. Dove c’è ingegnerizzazione si limita l’emotività e quando si mettono dei paletti si evitano le oscillazioni». Ovviamente conta anche la professionalità. Sebbene gli stessi gestori non si possano ritenere immuni dagli stress causati dai saliscendi, «l’attività di gestione del risparmio è molto meno emotivamente coinvolgente di quanto non suggerisca l’iconografia dei trader in borsa. È un lavoro che si basa soprattutto sullo spulciare dei report».

Un investimento basato su un algoritmo costruito attorno ad alcuni indici ha potuto sopportare perdite per diversi mesi senza cambiare di un millimetro strategia, cominciando a guadagnare nei mesi successivi. Un essere dotato di sentimenti non ce l’avrebbe mai fatta

Se si vuole evitare l’emotività, una strada possibile è quella di ricorrere ai robot. Gli algoritmi controllano già buona parte degli scambi sui mercati mondiali e si stanno affinando. Un reportage del Sole 24 Ore in una società che li sviluppa ha mostrato come un investimento basato su un algoritmo costruito attorno ad alcuni indici ha potuto sopportare perdite per diversi mesi senza cambiare di un millimetro strategia, cominciando a guadagnare nei mesi successivi. Un essere dotato di sentimenti non ce l’avrebbe mai fatta. Ma questa è solo una faccia degli algoritmi legati alla finanza. Quando i software sono costruiti per seguire l’andamento dei mercati, sfruttando micro operazioni di acquisto e vendita da effettuare a distanza di pochi secondi, il risultato di un loro impiego non fa che amplificare al massimo tanto l’euforia quanto la paura. Furono i primi algoritmi applicati alla finanza a far crollare Wall Street nell’ottobre 1986. A quel punto fu il panico, e fu tutto umano.

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