PisapiaL’indecifrabile Giuliano, non si vede ma c’è

Il sindaco arancione, felpato protagonista della politica (non solo) milanese, è ancora la chiave di queste elezioni

Voleva fare il medico chirurgo, aveva iniziato persino gli studi. Poi ha fatto l’avvocato penalista. E, infine, il sindaco della sua città, smentendo ogni previsione. Per Giuliano Pisapia oggi si affollano tanti eredi, nel centrosinistra, anche quelli che in pubblico non lo nominano più. Eppure proprio per questo il sindaco di Milano che non ha voluto ricandidarsi alla fine, di eredi veri, non ne avrà.
Perché, dicono gli amici, il suo ruolo storico era di far vincere e maturare, a Milano, una sinistra di governo a cui passare il testimone. Ma anche, aggiungono i critici, perché ha un carattere spesso difficile da conciliare con le sfumature che mandano avanti il gioco politico. Soprattutto ora che il Pd si chiama Matteo Renzi.

Sulle primarie del centrosinistra incombe, ad ogni modo, questa figura enigmatica (Enrico Mentana lo paragonò alla Gioconda: «se lo osservi sembra sempre che guardi te»): malgrado l’appoggio alla vice-sindaco (dem) Francesca Balzani contro il favorito (renziano) Giuseppe Sala, Pisapia ancora non ha mostrato quanto intenderà spendersi in questa fase di transizione, caratterizzata peraltro dalle profonde indecisioni del centrodestra e dalla debolezza mediatica dei 5 Stelle. Pisapia c’è, ma spesso non si vede. Interviene, ma non lo fa platealmente. Pisapia non è come Ignazio Marino: lui esce di scena senza che nessuno glielo abbia chiesto ma anche senza creare scandalo. E non è nemmeno che lo faccia per farsi dimenticare presto, perché anzi cercherà di lasciare pezzi della sua eredità un po’ a tutti quegli aspiranti successori che vantano, da lui, una discendenza legittima o presunta. Ma un nuovo Pisapia probabilmente non ci sarà, che vinca o meno il centrosinistra alle Comunali di giugno.

Non un manifesto ideologico: Pisapia, a Milano, ha offerto soprattutto una biografia. La sua. E’ Un figlio della borghesia milanese che si è fatto da subito ribelle ma con misura. Che in ogni stagione ha ricoperto il ruolo che quella stagione sembrava richiedergli, senza ritenere che un posto fosse per la vita

Non un manifesto ideologico: Pisapia, a Milano, ha offerto soprattutto una biografia. La sua. E una biografia può, sì, essere fonte di ispirazione o essere il pentolone da cui gli avversari pescano vizi e debolezze per inchiodare la controparte alle sue incoerenze.
Ma non può essere replicata. Quella di Pisapia, classe 1949, è la biografia di un figlio della borghesia milanese che si è fatto da subito ribelle ma con misura. Che in ogni stagione ha ricoperto il ruolo che quella stagione sembrava richiedergli, senza ritenere che un posto fosse per la vita, eccetto quello a cui è approdato per destino: erede dello studio legale del padre Giandomenico, patriarca di sette figli, dove il giovane Pisapia (il quarto dei sette) è arrivato dopo aver fatto per qualche anno l’educatore in carcere, l’operaio, il venditore porta a porta, tutto pur di non mettersi (finché ha potuto) sulla strada di famiglia. La sua è una biografia del Novecento.

Fare il chirurgo è sempre stato il sogno che per i suoi amici dimostra lo slancio ideale del sindaco. Tanto pragmatismo, declinato nell’impegno sociale ma anche in quello professionale. SI va dove ci si sente chiamati. E’ la biografia che lo stesso Pisapia ha più volte ripercorso, da quando si è messo in testa di conquistare Palazzo Marino, nel 2010. A Stefano Rolando l’ha raccontata praticamente tutta in un libro-intervista, dopo essere stato eletto (a sorpresa) sindaco contro Letizia Moratti. Un garantista, un sessantottino saggio, un cane sciolto relazionato, un uomo di sinistra dialogante: di definizioni, se ne trovano parecchie. Come le esperienze. Prima scout, poi contestatore negli anni della contestazione, ha però fatto la naja adempiendo al suo dovere di cittadino. Ha ascoltato con interesse le parole di don Luigi Giussani, insegnante di religione quando frequentava il liceo Berchet, ma ha votato sempre a sinistra, pur non avendo mai voluto avere in tasca la tessera di qualunque partito. La prima volta ha messo la croce sulla falce e martello del Pci. In tempi più maturi – dal 1996 al 2006 – è stato deputato eletto come indipendente nella lista di Rifondazione comunista. Da avvocato ha difeso De Benedetti contro Berlusconi, il Leoncavallo, Ocalan e la famiglia di Carlo Giuliani. Da parlamentare ha cercato di rappresentare una figura di mediazione fra sinistra e destra sulla riforma della giustizia. Gli avversari la ridurrebbero così: cuore a sinistra, portafoglio a destra.

Durante o dopo ogni esperienza, Pisapia è sempre tornato al suo studio legale. E alla lettura “rilassante” di Topolino. Quando vinse nel 2011, a Milano, certo c’era anche la crisi del berlusconismo in arrivo, e il sindaco Moratti non raccoglieva più grandi simpatie in città. Però Pisapia era riuscito a mettere insieme tutti i mondi che aveva incontrato in passato e che si fidavano di lui, l’uomo di sinistra con il loden convinto che servisse una riscossa della sua parte politica. Il 55% conquistato al secondo turno era anche il frutto di quella biografia, i voti della borghesia milanese e dei suoi salotti ma anche i voti dei centri sociali, i voti della sinistra di governo e quelli della sinistra di lotta, i voti del civismo, quelli dei laici e quelli dei cattolici, i giovani e i vecchi.

I renziani e la borghesia moderata stanno con Sala, la borghesia più progressista con la Balzani, mentre la sinistra-sinistra più impegnata in partiti come Sel e nelle associazioni è divisa fra quest’ultima e Majorino

Perché allora Pisapia lascia? Gli amici sostengono che abbia esaurito il suo compito storico. Da uomo di sinistra senza tessera di partito ha arginato l’antipolitica e ha fatto da garante nel passaggio dal ventennio di centrodestra alla prima Giunta di centrosinistra della seconda Repubblica, portando con sé la formazione e il temperamento di un uomo della prima Repubblica. Lui stesso ha detto che agli incarichi non bisogna affezionarsi e che cinque anni sono sufficienti. Anzi, recentemente li ha definiti una forma di “volontariato” per la comunità. Gli avversari pensano invece che Pisapia si fosse stufato di un incarico disseminato di beghe quotidiane e avesse paura di perdere e di macchiare la bella vittoria del 2011 con un bilancio insufficiente, soprattutto sul fronte della sicurezza e delle tasse, pur avendo coltivato senza pregiudizi i frutti dei grandi progetti urbanistici avviati dalle Giunte Albertini e simboleggiati da quei grattacieli che sono la fisionomia plastica della Milano degli anni Duemila.

Vari elementi fanno pensare però che l’enigma Pisapia di questi tempi sia anche il risultato di un cambiamento delle condizioni di partenza che rendono quasi impossibile la replica del clima che accompagnò le elezioni del 2011. Il sindaco uscente è stato accusato da una parte della sua maggioranza di aver predicato il gioco di squadra ma di non averlo praticato nei momenti decisivi, a partire proprio dal percorso che avrebbe dovuto portare alla scelta di un successore. Dicono che abbia sbagliato i tempi e i modi della sua uscita di scena, annunciata con un anno di anticipo in solitudine e senza avere in mente una proposta alternativa. Quindi, scontentando tutti.

In questo avvio di campagna per le primarie del 6-7 febbraio, Pisapia è stato di fatto archiviato dalla maggior parte dei suoi assessori, che sono andati con Sala e non spendono più una parola sul suo nome malgrado siano costretti a evocare la “continuità” e a sedere insieme al tavolo della Giunta ancora per sei mesi. Per di più, gli unici due assessori Pd che ancora lo ringraziano apertamente sono candidati delle primarie l’uno contro l’altro, senza che il sindaco arancione sia riuscito, come gli sarebbe riuscito in altri tempi, a farli mettere d’accordo per rafforzare la sfida al commissario Expo. La Balzani, spinta proprio da Pisapia a mettersi all’ultimo momento in gioco per arginare il fenomeno Sala. E Pierfrancesco Majorino. Dietro le questioni personali, c’è poi anche un dato più politico: quel largo consenso che aveva portato Pisapia alla guida del Comune si è frazionato. Il centrosinistra dell’era Renzi-Alfano-Verdini non è quello dei tempi di Bersani-Vendola, che il sindaco-avvocato si ostina a difendere. I due modelli si sfideranno implicitamente nelle urne delle primarie. I renziani e la borghesia moderata stanno con Sala, la borghesia più progressista con la Balzani, mentre la sinistra-sinistra più impegnata in partiti come Sel e nelle associazioni è divisa fra quest’ultima e Majorino (e chissà che cosa succederà dopo il 7 febbraio). La continuità – a dispetto delle parole – sarà difficile per tutti questi motivi. E per un altro ancora, che sembra mettere d’accordo estimatori e detrattori: il pragmatismo di questi cinque anni ha offerto un ‘esprit’ a Milano, il senso di un impegno civico, ma non ha lanciato un progetto di lungo periodo per la metropoli. Serve un politico a tutto tondo, per farlo. O un manager, forse. Serve, insomma, un po’ più di azzardo di fronte anche all’irrobustirsi dei messaggi populisti.

Giuliano Pisapia si è riservato di dire la sua sui candidati, quando i programmi saranno chiari. Il suo inner circle è convito che la partita alle primarie sarà fra Sala e la Balzani. Se vincerà Sala, il sindaco potrà dire di aver garantito una competizione aperta e non decisa fin dall’inizio a favore di mr Expo (e di Renzi). Se vincerà la ‘sua’ Balzani, avrà la soddisfazione di appoggiare l’unica biografia fra quelle dei candidati che sembra avvicinarsi almeno in parte alla sua. Quanto al suo futuro personale, probabilmente lo conosce solo l’unica persona davvero vicina a lui, la moglie Cinzia Sasso, la principale consigliera. Di sicuro, anche questa volta Pisapia tornerà a occuparsi del suo studio legale (e a guadagnare anche di più, sottolineano i cinici). Viaggerà in Oriente, antico amore. E non di disimpegnerà dalla politica, anche perché qualunque candidato sindaco del centrosinistra avrà bisogno di lui per recuperare, una volta passate le asprezze delle primarie, quelle realtà civiche che lo avevano votato nel 2011 e che di fronte a una gara tutta interna al Pd sono tentate di disertare i gazebo del 6-7 febbraio. Che poi questo significhi un futuro ruolo da leader morale di una sinistra di governo non renziana ma alleata del Pd, come immagina chi vede con sospetto la sua scelta di far candidare la Balzani ma solo dopo averla presentata a Renzi, è ancora presto per dirlo.

Twitter: @ilbrontolo

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