Marine Le Pen guida gli euroscettici all’assalto di Bruxelles

Si chiude a Milano la due giorni delle nuove destre. La crisi dell’Europa compatta un fronte non privo di contraddizioni: al fianco della nazionalista francese, la Lega di Salvini si dimentica le origini autonomiste

A guardarli tutti insieme dieci anni fa sarebbero apparsi come nemici impegnati su fronti contrapposti. E probabilmente, facendo lo stesso esercizio, li si vedrebbe allo stesso modo fra altri dieci, o magari anche solo cinque, di anni. Oggi, no. I leader delle destre euroscettiche europee, quelle guidate da Marine Le Pen e Matteo Salvini che si sono riunite a Milano, ma anche quella di Nigel Farage che è di un’altra parrocchia e se ne sta ben alla larga dagli altri due leader, stanno occupando uno spazio politico che rischia di essere più grande di quello che sembra. Non è una questione di voti, almeno non solo. È che il messaggio di questi movimenti che inseguono la chiusura delle istituzioni europee per tornare alle sovranità nazionali penetra con maggiore efficacia del messaggio contrapposto. In poche parole: saranno anche brutti (politicamente parlando) ma sembrano avere risposte più buone (utilitaristicamente parlando), nonostante in molti ne evidenzino anche i tratti xenofobi. Almeno è così nell’immediato.

«Siamo destinati a governare i nostri Paesi, avendo come unico alleato il popolo», è la scommessa che Marine Le Pen, la leader del Front National francese che sogna l’Eliseo nel 2017

«Siamo destinati a governare i nostri Paesi, avendo come unico alleato il popolo», è la scommessa che Marine Le Pen, la leader del Front National francese che sogna l’Eliseo nel 2017, ha fatto cadere sul tavolo della convention del gruppo europarlamentare Enf, che raggruppa otto forze euroscettiche di destra di altrettanti Paesi e di cui è presidente, che si è riunito per due giorni in Italia su invito del vice-presidente, il leader leghista Matteo Salvini. Già è curioso vedere allo stesso tavolo proprio loro due, l’erede di casa Le Pen e Salvini. La prima nazionalista, il secondo invece discendente di una tradizione autonomista che fino a poco tempo fa avrebbe litigato in piazza con i lepenisti (e il vecchio Umberto Bossi lo avrebbe fatto). Perché nella Lega in tanti, se fossero in Francia, starebbero ancora oggi dalla parte degli indipendentisti della Corsica, mentre una presidente Le Pen manderebbe senz’altro l’esercito a difendere la sovranità francese sull’isola in cui nacque Napoleone. Lo stesso si potrebbe dire di Tom Van Grieken, del Vlaams Belang, che vorrebbe le Fiandre indipendenti dal Belgio: i cugini olandesi, se fossero governati da Geert Wilders, il leader del Pvv che vuole uscire del tutto dall’Unione Europea per recuperare il proprio orgoglio nazionale, si schiererebbero con i secessionisti o con il re? E che dire di Heinz-Christian Strache, il leader della Fpo che aspira a diventare cancelliere in Austria: probabilmente non esiterebbe un momento a mandare la Polizia al Brennero per bloccare gli immigrati in arrivo dall’Italia, anche se a Roma ci fosse un governo guidato da Salvini alle prese con l’emergenza sbarchi.

Fantapolitica. Eppure questo fronte ha un messaggio più chiaro di quello dell’attuale leadership europea. Che sia socialista o popolare. La forza di questo schieramento storicamente sgangherato sta nella capacità di ripetere poche cose ma efficaci, senza che questo significhi che siano davvero realizzabili. La convention che ha riunito a Milano Le Pen, Salvini, Wilders, Strache e gli altri ha in mente questa cura per il disagio sociale dei cittadini europei. Tornare alle sovranità nazionali, quindi al potere di controllare i confini e battere la propria moneta. Respingere l’immigrazione di massa. Riscoprire le proprie tradizioni cristiane. Arginare quella che chiamano “l’islamizzazione dell’Europa”. Annacquare il modello culturale americano, troppo consumista e laico. Una contro-rivoluzione, insomma, presentata con la facilità di un gioco in scatola.

Era ed è più facile protestare contro istituzioni senza volto, ma capaci di imporre l’austerity, che non difendere lo status quo. Perché lo status quo, di questi tempi, è quello della crisi

Lo si diceva già due anni fa, per le elezioni Europee, quando il tema economico era il più forte: il fronte del no era ed è ancora più sexy del fronte del sì. Era ed è più facile protestare contro istituzioni senza volto, ma capaci di imporre l’austerity, che non difendere lo status quo. Perché lo status quo, di questi tempi, è quello della crisi. La crisi dell’economia. Dell’identità sociale. Dei partiti tradizionali. Il pasticcio dell’accoglienza dei migranti e gli attentati di Parigi hanno quindi finito per irrobustire il fronte di chi dice che l’unica soluzione è il ritorno al passato, a un’identità forte che tutto può guarire. All’ideale di un’Europa delle patrie, in cui ciascuno è libero di coltivare le politiche che più tornano utili alla propria economia nazionale. Un fronte che può essere diviso su molte cose (per esempio i leader hanno espresso posizioni diverse su un eventuale intervento militare contro l’Isis) ma che su questa prospettiva è pronto a occupare lo spazio di fiducia da cui i partiti tradizionali sono stati espulsi. Non è un caso che la cancelliera tedesca Angela Merkel abbia iniziato a perdere consenso in patria non appena ha preso una posizione netta a favore dell’accoglienza dei profughi.

Giusta o sbagliata che sia, si tratta di una visione che unisce queste nuove destre storicamente divise e che in futuro – se si dovesse tornare davvero a un continente separato – torneranno facilmente a dividersi sulla base delle rivalità nazionali che erano state messe da parte in vista dell’obiettivo comune. Intanto però hanno trovato il modo di presentarsi all’opinione pubblica in modo compatto e già sono riusciti a influenzare il dibattito politico a livello europeo. È questo l’aspetto che meno va sottovalutato della passarella politica milanese: il successo di questi partiti non dipenderà solo dall’abilità dei suoi leader ma anche dalla capacità di risposta degli altri su temi come la disoccupazione, la sicurezza, l’integrazione religiosa e il ruolo dell’Europa nel mondo. Come detto all’inizio non è infatti una questione soltanto di numeri. Il Front National è accreditato come il primo partito in Francia. Il Pvv in Olanda. E la Fpo in Austria. Ma questo vantaggio, senza alleati e dicendo solo dei no, potrebbe non bastare mai per guidare un governo e imporre una nuova strada all’Europa. Eppure chi vuole vincere oggi in Europa, deve adottare parte di questo messaggio portato dalle Le Pen e dai Salvini. Che da più di un anno chiedono il blocco di Schengen, il rimpatrio dei clandestini, i controlli a tappeto contro i terroristi islamici e li hanno ottenuti, sull’onda della cronaca, proprio dai governi a cui si oppongono.

Twitter: @ilbrontolo