Quesiti linguistici“Stare all’impiedi”: ma è corretto? Risponde la Crusca

L’espressione si trova fin dal sedicesimo secolo. E oggi si usa non solo accanto al verbo stare, ma abbiamo anche le cene all’impiedi e i posti all’impiedi

Tratto dal sito dell’Accademia della Crusca

La locuzione all’impiedi si trova usata dalla fine del XVI secolo fino ai giorni nostri (come testimoniato dal Grande dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia, Torino UTET 1961-2002) ed è per questo che nel Grande dizionario italiano dell’uso Torino, UTET 1999-2000 di Tullio De Mauro, forse l’opera lessicografica più aperta nell’accogliere la varietà dell’uso nella lingua, è glossata come comune, ovvero generalmente nota a chiunque abbia un livello medio superiore di istruzione, a fianco della locuzione in piedi; mentre l’avverbio impiedi è classificato tra i vocaboli rari, di basso uso, attestato prima del 1607.

Per quanto riguarda letteratura la LIZ [Letteratura Italiana Zanichelli, a cura di P. Stoppelli e E. Picchi, 2001] riporta la testimonianza di Pietro Giannone (1676-1748), pugliese ma attivo a Napoli, che, nella Vita scritta da lui medesimo (Cap. 5,1.63), usa la locuzione, così come più tardi la usa il Verga in più luoghi (I carbonari della montagna: capp. 34.19, 35.13 e 45; Vita dei campi: L’amante di Gramigna.4; Novelle rusticane: La roba.2; Tigre reale: cap. 14.24).

Locuzione diversa si trova in un articolo dal titolo Oggetti di belle arti nel n. 106 del Conciliatore (Milano 1818-1819) dove, parlando di quadri, si scrive: “Il secondo per l’impiedi, già esposto anche l’anno scorso, seguita ad essere commendato da’ conoscitori” (corsivo mio).

Evidentemente la possibilità di locuzioni con impiedi è una potenzialità dell’italiano, anche se è da notare che la forma all’impiedi non ricorre per esempio in usi figurati con il verbo stare: non ci si può riferire cioè a argomenti, discorsi o altro che (non) stanno all’impiedi intendendo che (non) reggono alla prova. Questo è da vedersi come una spia della minore vitalità nell’italiano standard rispetto a in piedi, come conferma la testimonianza delle inchieste LinCiLa lingua delle Città (progetto coordinato da T. Poggi Salani e A. Nesi, Dipartimento di Filologia e critica della letteratura dell’Università di Siena, in collaborazione con le Università di Genova, Verona, Lecce, Cagliari, Roma3 e l’Istituto di Linguistica Computazionale del CNR di Pisa, di prossima pubblicazione in rete).

Nelle città indagate (L’Aquila, Arezzo, Cagliari, Catania, Carrara, Firenze, Genova, Lecce, Livorno, Latina, Milano, Nuoro, Oristano, Prato, Roma, Siena, Sassari, Verona) si chiede fra l’altro se in lingua si preferisca dire stare in piedi o all’impiedi. La scelta di all’impiedi appare minoritaria: le attestazioni più numerose, in linea con le testimonianze della letteratura, si registrano per Catania (tre informatori su dodici); due attestazioni a Roma, a Latina e a Firenze; infine una a Cagliari e Milano.

La formazione di all’impiedi da in piedi è normale nella lingua: da in piedi si è passati alla forma unica impiedi (con restituzione grafica del passaggio di n a m davanti a consonante labiale) con valore avverbiale; successivamente si è passati alla forma ampliata all’impiedi con l’aggiunta della preposizione articolata; come da in dietro si è passati a indietro e all’indietro (o anche da fuoria al di fuori o da sopra a al di sopra e così via).

Si può concordare con De Mauro sulla legittimità dell’impiego in lingua di all’impiedi, non fosse altro che sulla scorta dell’uso: facendo una ricerca su Google di all’impiedi in testi provenienti dall’Italia risultano 13.400 pagine. Da un sommario esame delle testimonianza la locuzione compare più frequentemente in combinazione col verbo stare, ma non sono rare anche espressioni come aspettare o attendere, viaggiare, scattare o levarsi, rimanere o restare all’impiedi. Si trovano anche, anche se molto più raramente, usi in dipendenza di sostantivi come attesa all’impiedi, cena all’impiedi, mensa all’impiedi e posti all’impiedi. Pur con le cautele del caso non si può negare che si tratti, quanto meno, di una tendenza in atto.

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