The Hateful Eight e le ragioni del boia

L'ottavo film di Quentin Tarantino racchiude tutto il suo repertorio e nello stesso tempo lo supera. Non vi piace? Tenetevi Tornatore

The Hateful Eight, l’ottavo film di Quentin Tarantino, è la carta che gli chiude il punto. Riesce ad essere il film che non ti aspetti da Tarantino, ma nello stesso momento, è il film che avresti dovuto aspettarti da Tarantino se fossi stato molto più attento alle sue puntate precedenti, che in fondo ci sono tutte.

Quello che distingue un genio da uno che è soltanto brillante è il fatto che il brillante, una volta che gli hai preso le misure, non ti stupisce più. Il genio invece, ogni volta che sei convinto di averlo nel mirino, si sposta di quel tanto che basta a farti sparare nel vuoto.

The Hateful Eight è questo spostamento. È un film perfettamente tarantiniano senza essere una tarantinata. È profondamente spassoso e spassosamente profondo; è curato oltre il minimo dettaglio, con una profondità di sceneggiatura che oltrepassa lo schermo e arriva a comprendere anche la tua pisciata nell’intervallo; è impeccabile nella costruzione della scena, dei personaggi e dell’intreccio, meticoloso come un meccanismo da giallo a orologeria; sa essere lento e veloce, dimostrando che anche la lentezza è un ritmo, e che non è affatto un disvalore; sa perfino essere politico e mandare un messaggio discreto e potente prendendo per il culo sia il messaggio, che la discrezione, che la potenza.

C’è una scena del film che di per sé vuole dire poco, ma che è la figura perfetta per spiegare quello che rende Quentin Tarantino Quentin Tarantino.

Siamo nella prima parte del film. A parlare è il personaggio di Oswaldo Mobray, interpretato da Tim Roth, che a un certo punto si mette a parlare di giustizia di fronte a Daisy Domergue (una Jenniffer Jason Leigh da standing ovation), la prigioniera di John Ruth (niente male nemmeno il vecchio Kurt Russell).

Sei accusata di omicidio, dice Mobray a Daisy. Mettiamo che l’accusa sia fondata e che a Red Rock alla fine del processo ti dichiarino colpevole. Bene, a quel punto arrivo io e ti impicco. Se tutte queste cose accadono insieme, questa è quella che la società civilizzata chiama giustizia. Ora, se invece i parenti delle persone che ti hanno ucciso fossero fuori da questa porta e, dopo averla buttata giù, ti trascinassero fuori nella neve e ti tirassero il collo. Bene, quella sarebbe giustizia sommaria. La parte buona, continua Mobray, è che la giustizia sommaria placa la rabbia, la parte cattiva è che non è c’entra nulla con il giusto o lo sbagliato.

La scena è particolarmente importante per Tarantino, che l’ha fatta mettere nella colonna sonora originale. Perché? Perché continua così:

«Ma alla fine… qual è la vera differenza tra le due?», è sempre Mobray che parla. «La vera differenza sono IO… Il boia. A me non importa cosa hai fatto. Quando ti impicco, non avrò nessuna soddisfazione dalla tua morte. È il mio lavoro. Ti impicco a Red Rock, poi vado nella prossima città e impicco qualcun altro. L’uomo che tira la leva che ti spezzerà il collo sarà un uomo distaccato. Ed è quel distacco la vera essenza della giustizia. Perché la giustizia comminata senza distacco, corre sempre il rischio di non essere giustizia».

Tarantino è questo. È il freddo, distaccato e lucido boia, che gestisce il truculento con freddezza maniacale; che scrive il pulp con il distacco di un giallo; che rende il trash una figata grazie alla sua professionalità e a quella di tutti quelli che lavorano con lui al film, dal primo dei suoi assistenti all’ultima delle comparse.

E ancora, la sua freddezza è nell’attenzione ossessiva per i punti di vista, per i movimenti di camera, per il ruolo narrativo della musica, per i dialoghi, per gli sguardi, per ogni minimo dettaglio, per ogni pistola di Checov che semina nel film alla fine sarà fumante anche se non l’avete vista sparare. E in The Hateful Eight c’è tutto il repertorio.

Tarantino è un professionista, un fanatico di film che è diventato una pietra miliare della storia del cinema: sa costruire ingranaggi perfetti e superpop e nello stesso conquistare gli amanti del cinema d’autore; ha saputo partire dai generi per diventare lui stesso il suo genere; ti porta dove vuole, quando vuole, come vuole, alle regole che vuole e con i suoi tempi. Non vi piace? Tenetevi Tornatore.

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