BrexitBill Emmott: fuori dall’Europa il Regno Unito muore

Secondo l'ex direttore dell'Economist sul referendum Brexit la politica di Cameron è tutta sbagliata: giocare sulle paure degli elettori è il grande errore dei conservatori britannici

Un nuovo Premier, l’indipendenza scozzese e l’apertura di una parentesi lunga due anni e dagli esiti incerti per rinegoziare il proprio rapporto con Bruxelles. E’ questo lo scenario che secondo Bill Emmott aspetta l’Inghilterra in caso di Brexit. Da una Londra fin troppo calma per essere vicina all’avvio di una campagna referendaria nella quale è in gioco molto di più del futuro di David Cameron, l’ex direttore del The Economist ammette in modo placido: «sono poco ottimista sugli esiti del referendum».
Dalla minaccia per l’occupazione da parte dei migranti europei, al rischio, una volta fuori dall’Ue, di ritrovarsi isolati a gestire il doppio del flusso attuale di arrivi di rifugiati, fino a oggi David Cameron ha puntato gran parte della sua campagna mediatica sulla Brexit calcando la mano sul tema dell’immigrazione. «Questo perché è il tema più emotivo e anche più simbolico per i britannici. Si tratta secondo quanto dicono i sondaggi dell’aspetto a cui gli elettori sembrano interessarsi di più» spiega a Linkiesta.it Emmott: «L’immigrazione è da sempre un tema sensibile. Negli ultimi anni, anche a causa della crisi economica, questa è stato associata all’Unione europea, diventando quasi lo stesso tema. Per i cittadini britannici i migranti europei in arrivo nel Paese rappresentano la causa del peggioramento delle condizioni generali di vita. Ecco perché Cameron ha scelto questo argomento, almeno inizialmente».

Ora Cameron sembra aver spostato l’interesse sui rifugiati. Davvero il Premier britannico si è reso conto solo ora che una volta fuori dall’Ue il Regno Unito potrebbe trovarsi solo a gestire un flusso sicuramente più alto di quello attuale?

Non credo che se ne sia reso conto ora, lo ha sempre saputo. Credo si tratti piuttosto di una tattica ben precisa. Nel momento in cui a Bruxelles si definisce la bozza di accordo sulle riforme richieste da Londra, compresa quella del cosiddetto “freno di emergenza” (l’esclusione per 4 anni dai sussidi statali agli immigrati europei freschi di arrivo nel Regno Unito, Cameron si trova nella posizione di dover difendere quanto fatto. A mio avviso non è una scelta molto lungimirante. Cameron potrà riuscire a vincere la battaglia interna al Partito Conservatore, ma credo che perderà quella con gli elettori.

Quali altri argomenti ha dalla sua parte Cameron per cercare di vincere il referendum?

Per quello che posso osservare fino a ora, David Cameron sta giocando molto sulle paure degli elettori. E questo è un errore. La chiave dovrebbe essere quella di sottolineare le opportunità di cui il Paese ha goduto, gode e potrà godere in futuro restando in Europa. Ma è sicuramente un argomento molto più complesso. Del resto anche chi farà campagna per la Brexit scenderà in campo giocando sulle paure.

Ma oltre all’immigrazione, quali altre paure possono agire sui britannici?

Ad esempio quella legata al concetto di sovranità. Per i fautori della Brexit si tratterà di avvicinare gli elettori con la domanda: “Chi è che oggi governa il tuo Paese?” . O anche quella: “Non pensate riuscireste a governare meglio il vostro Paese se fosse fuori dall’UE?”. E’ uno degli argomenti tipici degli euroscettici. L’aspetto che non viene mai sottolineato è che rappresenta anche la grande difficoltà per i gruppi che si schiereranno contro la Brexit è come riuscire a spiegare che “Siamo noi a governare il nostro Paese e che lo facciamo bene perché siamo parte dell’Unione europea”.

Perché è così difficile?

Perché dallo scoppio della crisi economica l’Unione europea ha smesso di essere percepita come una soluzione ai problemi e ne è diventata la causa. Le nuove generazioni non associano valori come la libertà di circolazione con l’Unione europea. Considerano questi aspetti come dati in assoluto. In questi ultimi anni l’Unione europea, la Commissione europea sono state percepite come fortemente inefficaci e anzi in alcuni casi anche dannose. E’ stato così durante gli anni della crisi economica e finanziaria ed è così oggi con l’emergenza rifugiati. Quando vedi che un milione di rifugiati una volta varcato il confine europeo sono liberi di muoversi ovunque, la prima reazione che si ha è quella di chiudere le frontiere, di provare a risolvere il problema da sé.

Dobbiamo rassegnarci alla fine di Schengen?

Ho già scritto altrove che sarebbe intelligente sospendere Schengen e attivare dei meccanismi alternativi. Questo per evitare che il sistema collassi in modo disordinato come purtroppo sta accadendo oggi.

Tornando al referendum britannico, in caso di vittoria degli euroscettici quale futuro aspetta il Regno Unito?

Credo siano tre gli effetti immediati di una Brexit alle urne. Per prima cosa ci saranno le dimissioni di David Cameron. Poi molto probabilmente la Scozia, che intende restare nell’Ue, chiederà un nuovo referendum sull’indipendenza e dunque si potrebbe assistere alla potenziale disintegrazione del Regno Unito. Terzo si apriranno i negoziati per il tipo di relazioni da stringere con l’Ue. Si tratta di negoziati che potrebbero durare fino a due anni. Durante i quali non so immaginare quale potrebbe essere la situazione interna.

Quanto è plausibile l’arrivo di Corbyn al potere?

Tutto dipende da come andranno le cose negli anni immediatamente successivi a una potenziale Brexit. Se il Paese dovesse risentire in modo negativo dell’allentamento dall’Ue e dell’indipendenza scozzese potrebbe verificarsi il caso di un Governo targato Corbyn. Sarebbe, però, un chiaro paradosso per un elettorato che votando la Brexit ha chiesto maggiore libertà di mercato di ritrovarsi con un Premier che di fatto procederebbe con la nazionalizzazione dell’economia dando vita a una svolta protezionista.

In caso di Brexit quali sono le conseguenze per il resto dei Paesi Ue?

Sicuramente in un primo momento la vittoria degli euroscettici potrebbe fare da volano per gli altri partiti nazionalisti. Il Front National, la Lega Nord, i veri finlandesi, etc..potrebbero usare il referendum britannico per mandare acqua alla loro causa. Il vero punto da cui guardare gli eventi, però, è proprio quello del tipo di conseguenze reali davanti le quali si troverebbe sin da subito il Regno Unito. Se lo scenario appena descritto diventasse realtà è probabile che nessun altro Paese in Europa vorrebbe seguire la strada britannica.

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