C’è un’America contro Trump, ed è molto forte: i mormoni

Le primarie repubblicane si giocano sul filo delle differenze religiose. Dopo gli scontri su Israele, l’altra comunità ostile all’ascesa del magnate è quella dei mormoni, e può risultare decisiva

Solo Dio sa che cosa potrà accadere tra i repubblicani nella corsa alla nomination presidenziale. Tra associazioni ebraiche, gruppi evangelici e comunità di mormoni, il fattore religioso-confessionale potrà avere un peso enorme per le sorti di Donald Trump, il candidato contro cui tutti si battono (anche se qualche segnale di riavvicinamento con i vertici dell’establishment c’è stato). L’ultimo, in ordine di tempo ad attaccarlo è stato Mitt Romney, l’ex sfidante di Barack Obama nel 2012. Ha dichiarato , proprio in chiave anti-Trump, il suo voto a sostegno del senatore del Texas Ted Cruz. Meglio votare per “un candidato di cui essere fieri”. Non solo: stando ad alcune fonti giornalistiche, sarebbe pronto a scendere di nuovo in campo in caso di una brokered convention. Uno scenario realizzabile nel caso in cui Trump dovesse arrivare a Cleveland a luglio senza quei 1237 delegati che gli garantirebbero la nomination al primo turno, l’unico durante il quale i rappresentanti hanno l’obbligo di seguire la volontà degli elettori.

Lunedì è stato il giorno dalle conferenza annuale dell’AIPAC, una delle principali associazioni pro-Israele degli Stati Uniti. L’unico candidato a non presentarsi è stato il democratico Bernie Sanders che, in una lettera inviata al presidente del comitato Roger Cohen, ha motivato la sua assenza con gli impegni della campagna elettorale. Tutti gli altri candidati ancora in pista hanno confermato la loro presenza, compreso Donald Trump. Proprio contro la sua presenza si sono levate voci di protesta: un movimento interno all’AIPAC, costituito da rabbini vicini al Partito democratico e alla linea progressista, aveva chiesto ai vertici di annullare l’invito al front-runner repubblicano. Jeff Ballabon e Bruce Abramson, vertici del comitato pro-Israele Iron Dome Alliance, hanno accusato i vertici del AIPAC di voler anteporre i loro ideali politici agli interessi delle relazioni tra Stati Uniti ed Israele. “Si dovrebbe parlare di Israele, non di Messico”, sferzano Balladon e Abramson – il riferimento è alle contestate affermazioni di Trump sul muro da costruire tra i due Paesi. Sotto attacco dei due anche gli stessi democratici che si sono detti d’accordo sull’esclusione di Trump: Obama, Kerry e Clinton sono accusati di fare “ciniche e mere promesse” di sostegno ad Israele ma di agire politicamente contro lo stato ebraico.

Secondo un sondaggio del 2014 del Pew Research Center, oltre il 60 percento degli ebrei d’America si sente vicino ai democratici, mentre la stessa percentuale di battisti del sud e il 70 dei mormoni si definisce affine ai repubblicani. Quando Mitt Romney, annunciando il suo sostegno a Ted Cruz ha definito il trumpismo “ripugnante”, il magnate si è scagliato contro di lui dandogli del bugiardo e ricordandogli le sue sconfitte elettorali nelle primarie del 2008 e nelle presidenziali di quattro anni dopo. Gli unici, finora, ad aver bocciato su tutta la linea The Donald, che pure nelle primarie ha raccolto il voto eterogeneo dei laureati e delle classi operaie, rimangono i mormoni. Rappresentano circa il 2 percento della popolazione americana ma sono molto addentro alle questioni repubblicane e vicini alle alte sfere dell’establishment del Grand Old Party. Attacchi mormoni sono già partiti contro Trump durante le primarie in Idaho dell’8 marzo (dove Cruz ha vinto con 17 punti su The Donald), mentre martedì i candidati si trasferiranno in Utah e Arizona; poi, tra fine maggio ed inizio giugno, sarà la volta di Washington, Oregon e Montana. Cinque stati ad alta concentrazione di mormoni, una comunità, oltre che molto vicina ai repubblicani, con alti livelli di partecipazione e affluenza alle urne.

Con il Wyoming – terzo stato per concentrazione di mormoni – che ha già votato per Ted Cruz e l’Alaska – quinto stato “mormone”– salda nelle sue mani in attesa del voto di sabato prossimo, il sostegno dei fedeli della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni al senatore texano pare essere in cassaforte, grazie anche all’apprezzamento mormone della retorica di Cruz sulla difesa del ruolo della chiesa nella Costituzione americana. Ha stupito molti osservatori e commentatori il fatto che gli evangelici della Carolina del Sud abbiano votato per Trump, con tre divorzi alle spalle, preferendolo al “predicatore” Cruz. Ma analizzando con attenzione i sondaggi, si nota come i frequentatori abituali delle chiese evangeliche siano per gran parte al fianco di quest’ultimo, mentre chi si reca meno nei luoghi di culto ha preferito il magnate. Ai mormoni, comunità strettamente osservante e praticante, non vanno giù i discorsi di Trump contro le minoranze musulmane, memori del passato di repressione subito nel 1838 nel Missouri.

Utah, Arizona, Washington, Oregon e Montana assegnano 197 delegati, alcuni sulla base del sistema winner-take-all. A questi si aggiungono i 9 delegati messi in palio nei caucus di martedì nelle Samoa americane – in cui il 25 percento della popolazione è mormone. Il totale di 206 potrebbe servire a Ted Cruz per rilanciare la sua candidatura come anti-Trump , ma potrebbero non essere sufficienti a lanciarlo verso l’obiettivo 1237. Una quota che senza il voto mormone potrebbe essere sempre più lontana anche per The Donald. Che Dio benedica l’America, o almeno tenga a battesimo le primarie repubblicane.

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