Guccini: la mia vita tra Brel, Brassens, Pasolini e Bob Dylan

Dal libro "Per strade maestre" di Stefano Regondi, il piccolo mondo antico, intenso e solitario, della Pavana di Francesco Guccini e una panoramica della sua carriera di cantautore

Pubblichiamo un estratto del libro “Per strade maestre” di Stefano Regondi, un viaggio lungo lo Stivale per conversare con i grandi della cultura italiana e addentrarsi nelle loro vite e nei segreti del loro mestiere. Come nasce la vocazione di uno scrittore, di un architetto, di un musicista, di uno scultore, di un attore? Quali lampi di genio attraversano la biografia di donne e uomini simili? Quale posto merita la cultura umanistica in una società che vive la terza rivoluzione industriale? Ecco alcuni degli interrogativi che trovano risposta in quest’affascinante esplorazione della creatività. Tra gli intervistati, Erri De Luca, Antonia Arslan, Carla Sozzani, Giacomo Poretti, Claudio Magris. E, in questo estratto, Francesco Guccini.

Il cartello stradale reca scritto: Pavana. Nel cuore dell’Appennino emiliano, già provincia di Pistoia. Fermo la macchina, oltre- passata la segnalazione, per accertarmi di essere sulla strada giusta; una gentile farmacista mi rassicura: «La sua casa è proprio quella». Ne seguo alla lettera le indicazioni e varco il cancello dell’abitazione. Premo il campanello e mi trovo davanti il Maestrone, come lo chiamano dai tempi dell’Università a Bologna.

Guccini non ha i vezzi del cantautore moderno. Ed è proprio come lo immaginavo, come l’ho conosciuto dai brani musicali. «Da ragazzino volevo fare lo scrittore e ci sono riuscito. Il primo romanzo me lo hanno pubblicato perché ero già conosciuto come autore. Ho iniziato a suonare con gli amici ai tempi del rock ‘n roll e sono quindi entrato in un’orchestra da balera».

Interrompe la musica e l’Università di Lingue per i di- ciotto mesi della leva obbligatoria (esperienza che andrebbe recuperata). Il primo giorno di militare si trova a Lecce in una serata torrida di luglio. Le divise odorano di nuovo e ai neoarrivati tocca prendere ago e lo per cucirsi le mostrine sopra il berretto. «C’era una tristezza diffusa, arrivò un to- scano e disse: “Ma è tua quella chitarra? Perché non canti qualche cosa?”. Stringemmo un patto: se cantavo, lui cuciva. Cantai e facemmo festa allontanando la tristezza; la chitarra ha risolto tante situazioni».

Al termine del servizio militare ritorna in università ma cambia facoltà iscrivendosi a Lettere. Lì ha la fortuna di avere come professore un grande italianista, Ezio Raimondi («negli ultimi anni ho poi avuto la possibilità di incontrarlo diverse volte a cena con amici»). Contemporaneamente lavora in una redazione come cronista, sempre trovando margini di tempo per scrivere le proprie canzoni. Sono gli anni in cui comincia a collaborare con il gruppo I nomadi e scopre di aver successo. Ma è ancora indeciso, incerto, tanto è vero che «il mio primo LP non ospita tutte canzoni rmate da me, perché non ero iscritto ancora alla SIAE e non ero certo di farlo». Poi arrivano altri dischi e i primi concerti e capisce che questo sarà il suo mestiere. Gli domando se la passione per la musica è nata tra le mura di casa:

«Mio padre da giovane ha suonato un po’ il mandolino, mia madre cantava in casa insieme a mia nonna. In generale le signore di un tempo accompagnavano le faccende di casa con i canti; ricordo il vasto repertorio popolare di mia nonna. In più qui ci troviamo tra collina e montagna, il Corno si trova a 2.000 metri di altez- za. L’assenza di tante attività, come potevano esserci in città, ha permesso di concentrarsi sulla musica».

All’indomani dell’esperienza da cronista e dopo aver intrapreso la carriera da cantautore, lavora per quasi vent’anni al Dickinson College, la scuola off campus a Bologna dell’Università della Pennsylvania. Guccini, però, non aveva concluso il percorso di laurea: «Terminati gli esami mi ritrovai all’inizio della carriera da cantautore e finii per trascurare la tesi che trattava di canto popolare. Molto tempo dopo, alla ne degli anni Ottanta, pensai di presentare come tesi quello che poi sarebbe diventato Il Dizionario del dialetto pavanese, ma in segreteria mi dissero che ci sarebbero state da pagare tasse universitarie esorbitanti, così lasciai perdere». Ma quasi a saldo di quell’impegno riceverà in corso di carriera due lauree honoris causa, la prima in Scienze della Formazione e la seconda, per l’appunto, in Lettere.

I luoghi di Guccini sono Pavana, Bologna e Modena dove nasce quattro giorni dopo l’entrata in guerra dell’Italia: «Mio padre era già in guerra ed è tornato due anni dopo aver fat- to molto tempo in campo di concentramento. Mia madre era carpigiana, abitavamo lungo il ume accanto ai tre mulini. Di ritorno dalle prigioni mio padre riprese a lavorare nelle Poste e mia madre proseguì nel fare la casalinga. Il papà era perito elettromeccanico e avrebbe tanto voluto studiare alle Magi- strali, leggeva moltissimo, in particolare di storia». Nel 1961 la famiglia Guccini si trasferisce a Bologna «per un caso strano»: il padre torna a casa e annuncia che un collega delle Poste è alla ricerca di un collega disposto a fare a cambio con lui che desidera trasferirsi a Modena. «Ci trasferimmo a Bologna. Vi rimanemmo sino a che mia moglie ha ottenuto la cattedra di Lettere alle scuole medie in queste zone di Pavana».

Interrogato sui maestri, Guccini ne ricorda due in particolare. Il primo è Franco Violi, il professore di Lettere e Latino alle magistrali con una smisurata passione per la storia medievale e la toponomastica, il secondo è il già citato Ezio Raimondi. «Per quanto riguarda i maestri letterari ne ho avuti moltissimi perché ho sempre letto molto; capitava che prendessi in un certo periodo un drizzone per un autore, allora divoravo tutto ciò che aveva scritto. Dal punto di vista musicale, beh, prima ci sono stati i francesi Jacques Brel e George Brassens: amavo quel tipo di canzone, l’armonia e il linguaggio. Poi mi sono appassionato ai cantacronache italiani all’inizio degli anni Sessanta: da Fausto Modei a Italo Calvino, passando per Pier Paolo Pasolini. C’era spazio anche per ilcabaret, come si capisce anche dal mio 1° album».

Ma il vero spartiacque nel genere arrivò con Bob Dylan che «dettò il clima e l’orientamento di quel tempo». «Ma poi sono andato avanti con le mie gambe».

Quando gli domando di parlarmi dei suoi allievi sorride. «Ci sono alcuni in cui risento parte del mio stile, ma la cosa che mi genera più simpatia è quando ascolto cantanti che imitano la mia erre arrotata». Da quattro anni non scrive più canzoni e ci tiene a sottolineare che non si è mai chiuso in casa a scrivere brani per il disco in uscita:

«Capitava che venisse un’idea e dal momento che avevo sempre sotto mano una chitarra mi mettevo a pro- vare un giro armonico e costruivo la melodia. I primi tempi ero veloce, una canzone nasceva in un paio di ore, eccezion fatta per La locomotiva per la quale ho impiegato venti minuti. Ma di recente ho perso interesse a tenere sotto mano la chitarra, non aveva più senso per me scrivere canzoni».

Ora è molto più preso dalla scrittura: ha all’attivo tre romanzi, un libro di racconti, un libro sulle canzoni, un Dizionario delle cose perdute e sette gialli. «Con l’amico Loriano Machiavelli abbiamo creato sette gialli, due con un personaggio della guardia forestale e dato che pare che stia per scomparire dob- biamo cambiare lavoro al personaggio», dice ridendo. «Per il giallo ognuno fa un capitolo, poi l’altro lo rilegge e lo riguarda». Quanto allo scrivere ha molta facilità, non nutre il terrore della pagina bianca. «Mi siedo e vado, se sono stanco lascio perdere, non ho l’ossessione delle ore di lavoro. Dopo aver riletto tendo ad aggiungere più che a togliere». La sua prima correttrice è la moglie Raffaella. «Mi tratta come un suo alunno e mi segnala tutti gli errori sottolineandoli. Sto cercando di spiegarle che si tratta di stile, ma non ne vuole sapere. Ogni tanto discutiamo».

Cerco di riorientare la conversazione in materia di musica e, più nello specifico, in merito alle opportunità che ci sono oggi in questo ambito. «A essere sinceri sono poche: sono presenti 3-4 multinazionali della discografia che hanno inglobato ogni cosa e hanno sistemi molto diversi di produzione da quelli con cui sono cresciuto. I talent scout che selezionano i nuovi cantanti trovano spesso ragazzi molto preparati tecnicamente ma privi della scorza che si acquisisce cantando in una balera o per strada». Calca le parole sul fatto che la discografia oggi è molto attenta a fare successo in tempi brevi. «Ma il mio primo LP che ha avuto successo è stato il quarto, i primi tre non hanno avuto un riscontro d’affari. Oggi non potrei rientrare in codeste logiche». Chiosa l’argomento dicendo che vale la pena dedicare una vita a questo mestiere se l’interesse non è volto a diventare un cantautore professionista ma alla musica. «Il contenuto di una canzone è il suo cuore. Oggi molte persone passano da casa mia per salutarmi», ne deduco che la gentile farmacista abbia dato indicazioni non solo a me, «succede perché le canzoni hanno suscitato un qualcosa che è rimasto. Qualche giorno fa ero in clinica per un problema di calcolo e una suora si è avvicinata dicendomi: “Ascoltando alcune delle sue canzoni mi sono convertita”». Comincia a sorridere: «Ho detto alla suora che non poteva darmi la colpa di questo». Di esempi sull’incidenza dei contenuti ne ha molti da raccontare. Come quando la Polizia gli chiese di essere il testimonial per una campagna di prevenzione per gli incidenti stradali per il successo di pubblico che ebbe con Canzone per un’amica.

Ci addentriamo nel territorio delle canzoni: «Il più importante dei primi album è stato Radici, che ha avuto il pubblico più ampio. A seguire Via Paolo Fabbri 43, l’indirizzo di Bologna dove ho abitato. In ne l’ultimo, il ventiquattresimo, L’Ultima Thule». Nel parlare delle creature musicali ricorda il fascino provato nei confronti della sala di incisione, la novità della tecnologia dei macchinari. «All’inizio trascorrevo l’intera giornata in sala d’incisione per controllare l’intero processo; poi la noia incombeva. Siamo arrivati a registrare l’ultimo album al Mulino dei miei nonni, dove c’erano stanze normali e gli spazi mi ricordavano di quando le persone camminavano accompagnati dai muli, dai somari, con il carico di grano da trasportare.

Ero incuriosito e divertito dall’idea di lavorare in un luogo simile. Abbiamo attrezzato lo studio e forse l’aspetto più complicato è stato portare il pianoforte a coda. Abbiamo cantato come non facevo da tempo, potevo persino fumare in quel posto. L’ultimo album si è rivelato prezioso: avevo in testa di chiudere il percorso musicale con un’isola lontana di antiche mitologie, poi vidi un quadro che la rappresentava, ma non individuavo l’immagine corretta per la copertina. Inseguivo una gura di veliero abbandonato in un mare glaciale e poi conobbi un fotografo specializzato in aurore boreali, Luca Bracali, che aveva scattato l’immagine che cercavo. Lo incontrai in trattoria. Come capitò per mia moglie. La tratto- ria è sempre stata strategica per me». Si accende una sigaretta per facilitare la memoria: «Amo l’album Radici in cui ci sono diversi brani che preferisco, come Bisanzio, Amerigo, Signora Bovary, Piccola città, Incontro. Ci sono poi alcuni che sono nati in un determinato periodo storico ma che sono attuali, come Nostra Signora dell’ipocrisia, o Libera nos Domine o Addio in cui mi scaglio contro le barbarie della nostra società. Quasi mai ho scritto canzoni politiche, a parte la Locomotiva che più che altro è romantica. Peraltro i miei brani cantati da altri sono pochi, ma Dio è morto l’hanno cantata in moltissimi e ultimamente la chiedono ancora. Poi sono affezionato a Vorrei che ho scritto per Raffaella quando l’ho conosciuta».

Guccini non ha mai scritto una canzone al mattino, lo ha sempre fatto la sera o di notte. Oggi, però, va a dormire sul presto, com’è uso in montagna

«Mi sedevo abbracciando la chitarra, a volte le canzoni venivano da sé, altre volte tardavano. Tutto nasceva da un personaggio o da una vicenda che mi aveva colpito in qualche modo». Come accadde per il primo disco, nel 1966: si stava muovendo verso Milano con un budget povero, un amico di Modena gli disse che era morta in un incidente stradale un’amica comune, tornò per un periodo di pausa e scrisse Canzone per un’amica. Oppure quando voleva scrivere un brano per il prozio emigrato in America in qualità di minatore. «Volevo raccontare la storia di due Americhe, la sua legata al lavoro, la mia ideale e adolescenziale. Faticai a ingranare l’argomento, ma poi nacque». Un’altra canzone è stata Bisanzio alla quale Guccini ragionava da tempo. Si mise a leggere di tutto per reperire spunti e colori di una storia che riusciva a immaginare solamente nei tratti più sommari. Trovò lo spunto nella vicen- da della Rivolta del Niké quando Giustiniano era in procinto di fuggire e fu fermato dalla madre che così gli parlò: «Quando uno è nato nella porpora deve avere il coraggio di morirci». Giustiniano prese i soldati e vinse la guerra. «Leggendo molto mi sono imbattuto nel nome di Filemazio che è poi diventato il personaggio della canzone, un vecchio a cavallo fra due mondi tanto cronologici quanto geogra ci». Persino la Bambina por- toghese è nata da un racconto. Così molte altre. «Per qualche altro brano invece è capitato un avvenimento che mi ha spinto a tradurlo in canzone».

«In fondo scrivere è sempre ciò che ho fatto, prima su un pentagramma e oggi su pagina bianca».

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