In Siria le opposizioni si alleano con Assad contro il terrorismo

Maria Saadeh della lista di opposizione “Dimasq Al Sciam”: «Prima della guerra c’erano molti punti di disaccordo con Assad, ma ora stiamo superando l’apogeo del conflitto, e presto entreremo in una fase di negoziazioni e di conflitto politico»

DAMASCO – In visita a Damasco a metà degli anni Ottanta, il ministro degli Esteri Giulio Andreotti, incontrando l’ex presidente Hafez Al Assad aveva rinominato la Siria “repubblica ereditaria di Siria”. Già allora si discuteva del problema della successione che si sarebbe dovuta iscrivere in un contesto familiare, dunque clanico e religioso. Hafez aveva associato il figlio maggiore Basil agli affari di Stato, eppure il destino volle sbarazzarsi di lui. Il 21 gennaio 1994 morì a soli trentadue anni in un incidente automobilistico.

Allora fu il secondogenito Bashar Al Assad (nato l’11 settembre 1965) che in quel periodo studiava a Londra per diventare medico ad essere richiamato in patria per una fulminea ascesa ai vertici del potere. Morto il padre nel 2000 e assunto il ruolo e le funzioni del fratello maggiore Basil, Bashar moltiplica fin da subito i gesti di riconciliazione con la società civile: introduce delle profonde riforme all’interno del Baath e nelle istituzioni, riceve gli oppositori, apre le trattative con i curdi siriani, accoglie Giovanni Paolo II a Damasco e traccia un percorso di normalizzazione dei rapporti con la comunità internazionale che poi si interromperà qualche anno dopo: l’11 novembre 2004 il congresso statunitense votava una risoluzione voluta da George W. Bush detta “Syria Accountability Act” che autorizzava la Casa Bianca ad applicare le sanzioni economiche e diplomatiche contro la Siria, accusata di sostenere il terrorismo, di sviluppare armi di distruzione di massa e di ostacolare la stabilità dell’Iraq (da qualche anno in guerra con Washington). Così da uomo di governo discreto, Assad, è diventato il nemico da sconfiggere a tutti i costi.

Il percorso di normalizzazione dei rapporti con la comunità internazionale che si interromperà l’11 novembre 2004, quando il congresso statunitense votava una risoluzione voluta da George W. Bush detta “Syria Accountability Act”

Ora la pace in Siria dipenderà dalla legittimità dei suoi portavoce. Chi potrà arrogarsi il diritto di parlare a nome di una popolazione che convive con una guerra da oltre cinque anni? Chi può rappresentare tutte le componenti etnico-religiose e sociali? Chi meglio di altri può restituire al Paese la sua dignità? Le cancellerie occidentali e i loro alleati della regione mediorientale non sembrano avere dubbi e sostengono ai tavoli diplomatici in corso a Ginevra una “transizione politica” che prevede l’allontanamento di Bashar Al Assad dalle sue funzioni e l’inclusione degli anti-governativi. Ma c’è un problema di fondo: molti di questi detrattori del governo di Damasco non vivono in Siria da anni, sono stati “fabbricati” all’estero e di fatto sono soggetti più di chiunque altro a pressioni straniere. Il Consiglio Nazionale Siriano (CNS) guidato da Khaled Khoja è stato fondato ad Istanbul nell’ottobre del 2011 dagli esponenti dei Fratelli Musulmani.
La “Coalizione Nazionale Siriana delle forze dell’opposizione e della rivoluzione” di George Sabra è nata nel novembre del 2012 a Doha, in Qatar.
Mentre Mohamed Alloush, membro del gruppo terroristico Jaish Al Islam, è stato nominato capo dei negoziati durante un meeting internazionale a Riad. E allora quanto c’entra il popolo siriano con queste decisioni prese dall’alto e fuori dai confini nazionali?

Prima della guerra c’erano molti punti di disaccordo con Assad, ma ora è in corso un conflitto internazionale contro il nostro Paese. E’ una guerra che viene da fuori per cui dobbiamo rimanere uniti, maggioranza e opposizione


Maria Saadeh, lista di opposizione “Dimasq Al Sciam”

Forse sono più interessanti agli occhi dell’osservatore la tesi delle cosiddette “opposizioni patriottiche”, le forze politiche interne al Paese. Perché seppur il Baath è il partito egemone da più quarant’anni, nella repubblica presidenziale siriana esiste un sistema secondo il quale più partiti possono correre alle elezioni legislative per il rinnovo del Parlamento. Le stesse “opposizioni patriottiche” che nel 2011 avevano appoggiato le prime rivolte popolari, ma che col passare dei mesi hanno ritirato il loro sostegno non appena le manifestazioni pacifiche erano state inglobate dal terrorismo.
​Abbiamo incontrato nel suo ufficio a Damasco Maria Saadeh, parlamentare uscente e candidata nella circoscrizione della capitale nella lista di opposizione “Dimasq Al Sciam”, per capire le ragioni del suo endorsement al governo: «prima della guerra c’erano molti punti di disaccordo con Assad, ma ora è in corso un conflitto internazionale contro il nostro Paese. E’ una guerra che viene da fuori per cui dobbiamo rimanere uniti, maggioranza e opposizione. E’ nostro dovere difendere la nostra sovranità politica, economica e militare. Il governo ha fatto molti errori ma chi non ne ha mai fatti?».

Ora la 41enne Saadeh guarda al futuro con ottimismo: «Stiamo superando l’apogeo del conflitto, ci avviciniamo alla fine, e presto entreremo in una fase di negoziazioni e di guerra politica» concludendo che «questo spingerà il Parlamento a creare un pluralismo politico, non sappiamo quanto ci vorrà, dipende dagli eventi, ma ma stiamo creando un Paese forte con le persone che lavorano qui, la società civile, sono loro che subiscono la guerra, sono loro le prime vittime, è con loro che dobbiamo costruire la nuova Siria, non con quelli che la abbandonano associandosi a quei governi stranieri che combattono il loro Paese di origine». Pur stando all’opposizione Maria Saadeh non sembra ammettere traditori della nazione siriana: «io rispetto tutte le opposizioni patriottiche collegate al loro Paese, anche quelle che vivono fuori, ma permettetemi di dire che non rispetto chi si fa dettare l’agenda politica dall’esterno». In sostanza il destino dei siriani devono sceglierlo i siriani stessi.

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