Pizza Connection#PanamaLeaks: anche l’Europa va in paradiso

Conti segreti e società di comodo nei caraibi. Leader politici e imprenditori europei non disdegnavano l'approdo al paradiso fiscale. Un leak rivela i clienti dello studio Mossack Fonseca & Co.

Tesori nascosti al riparo dal fisco, soprattutto quando non dichiarati. Duecentomila società sparse in ventuno paradisi fiscali sono la società della più imponente fuga di notizie e documenti. I “Panama Papers” sono costituiti da oltre 11 milioni di documenti di cui l’International Consortium of Investigative Journalism è venuto in possesso. Il leak, cioè la fuga dei documenti, è arrivata al giornale tedesco Suddeitsche Zeitung tramite un informatore anonimo dello studio Mossack Fonseca & Co. Tra le mura di questo studio dal lontano 1977 si sono create 200 mila società offshore con clienti eccellenti in 200 paesi nel mondo.

Il nome “pesante” è quello di Vladimir Putin e di una buona parte di persone legate al “clan” del presidente russo. Leader di Paesi africani e sud americani compaiono nelle carte, ma anche politici di vertice e personaggi influenti del panorama europeo. Insomma, ci sono anche i “nostri”, compresi coloro che si sono scagliati in occasione di tornate elettorali contro la cattiva finanza e i conti off-shore. Dal Belgio alla Svizzera, passando per l’onnipresente Lussemburgo alla Finlandia, Francia, Grecia, Italia, Islanda, Spagna e Portogallo.

GLI ISTITUTI DI CREDITO

Non solo nomi e cognomi di persone fisiche. Panama Papers è anche uno spaccato sul sistema bancario europeo che finisce off-shore. Se infatti Panama e il Belize sono destinazioni del denaro l’Europa si presenta come una grande tappa intermedia tra banche svizzere, lussemburghesi e filiali di queste ultime presso gli istituti di credito italiani. Non mancano istituti di credito inglesi e soprattutto tedeschi: questi ultimi sono ben 28.

Tra gli 11 milioni e mezzo dei documenti arrivati dallo studio Mossack Fonseca compaiono nomi di banche di primaria importanza. Limitandosi ai soli documenti raccolti dall’ICIJ oltre alle 28 tedesche risultano cinque svizzere e quattro lussemburghesi tra le banche più attive nella creazione di società off-shore. Nel dossier, riporta Bloomberg compaiono nomi come Hsbc e Ubs, Credit Suisse, Société Générale, Royal Bank Of Scotland (salvata con denaro pubblico nel 2008). Ci sono Ubi e Unicredit. In Germania 28 istituti di credito, incluse Deutsche Bank e Commerzbank.

D’altronde non esistendo una normativa europea sull’offshore ci sono Paesi europei che nonostante aderiscano agli accordi sulla trasparenza finanziaria continuano a proteggere le informazioni bancarie, informazioni che vista l’assenza di accordi non possono essere richieste a Panama obbligando il Paese a collaborare. Dunque operazioni opache, ma leggi rispettate. Anche quando il denaro transitato non è utilizzato a scopi propriamente legali.

Tra gli 11 milioni e mezzo dei documenti arrivati dallo studio Mossack Fonseca compaiono nomi di banche di primaria importanza

LE PERSONALITA’ COINVOLTE

Dal Regno Unito escono tre nomi dall’archivio: Michael Mates, Michael Ashcroft e Pamela Sharples, oltre al padre dell’attuale premier britannico David Cameron. Proprio Cameron da mesi è in campo per sostenere misure più severe contro l’evasione fiscale, mentre il padre, Ian Cameron, agente di borsa scomparso nel 2010 risulta proprietario in un fondo d’investimento presso lo studio Fonseca.

Michael Mates ex membro del parlamento britannico sedeva come presidente in una società per lo sviluppo immobiliare nei Caraibi. Michael Ashcroft invece, uno degli uomini più ricchi del Regno Unito (imprenditore attivo nel settore della sicurezza), compare con una società registrata dallo studio Mossack Fonseca, la Belize Corporate Services. “Tutto falso” ha risposto un suo portavoce.

La baronessa Pamela Sharples, una vita tra le fila dei conservatori al parlamento britannico è intestataria di una società usata per investimenti alle Bahamas, la Nunswell Investements Ltd. «Nessuna rimunerazione però dalle società con sede da queste parti», ha risposto il figlio, socio della Nunswell.

Uno dei nomi a sorpresa è quello dell’attuale primo ministro islandese Sigmundur Gunnlaugsson che nel 2013 si trovò a negoziare con le banche per sforbiciare il debito. Una condotta che valse al primo ministro un cartellino giallo dal Fondo Monetario Internazionale che arrivò con Gunnlaugsson al muro contro muro e all’insofferenza di quest’ultimo nei confronti dei creditori esteri. Sua è la società Wintris registrata nello studio Mossack Fonseca e il premier non avrebbe dichiarato il suo interesse nella compagnia all’ingresso in parlamento datato 2009. Nel frattempo ha venduto il 50% della società alla moglie per 1 dollaro otto mesi dopo la sua elezione. La compagnia, riportano i documenti sarebbe servita per investire alcuni milioni di dollari ereditati in obbligazioni delle tre principali banche islandesi crollate nel corso della crisi finanziaria del 2008.

Gunnlaugsson si difende dichiarando che nulla di illecito è stato fatto con la società e il suo portavoce sottolinea come il primo ministro non avesse l’obbligo di dichiarare il suo interesse nella società creata a Panama. Un nemico della “grande finanza” a targhe alterne insomma. Con lui si trovano anche il ministro dell’economia Bjarni Benediktsson, co-titolare di una società alle Seychelles che dice di aver comunque dichiarato in sede di tassazione e il ministro dell’interno Ólöf Nordal, che ha dichiarato a ICIJ di non essere al momento proprietario di società offshore.

Non manca il Belgio. Qui i documenti inviati dall’anonimo segnalatore ai giornalisti traccia la connessione tra l’attuale commissario europeo per l’energia e i cambiamenti climatici ed ex ministro dell’agricoltura e dell’ambiente spagnolo Miguel Arias Canete con la moglie Micaela Domecq Solìs-Beaumont. A lei sono arrivati oltre un milione di dollari in sussidi per gli allevamenti di tori. La società panamense di Solìs-Beaumont fu creata nel 2005 proprio mentre Canete si trovava nel bel mezzo del suo primo mandato come ministro dell’agricoltura in Spagna. Secondo i documenti della Mossack Fonseca la società risulta inattiva dal 2010 e gli avvocati dei due hanno dichiarato la linearità della condotta dei loro assistiti.

Nel 2013 Jérôme Cahuzac, allora ministro delle Finanze francese del governo Hollande, incappa in quella che viene definita “la pi spettacolare gaffe pubblica negli annali della politica francese”. Nel bel mezzo di una serie di colloqui avviati con gli altri ministri per mettere in campo misure atte al risparmio in vista della riduzione del deficit pubblico viene sollecitato per riferire di un conto in Svizzera. Cauhzac nega, ma una inchiesta della procura di Parigi per frode fiscale ne provoca comunque le dimissioni. Per vent’anni infatti Chuzac ha nascosto in Svizzera 750mila dollari poi spostati nel 2009 verso Singapore. A Panama l’ex ministro francese è proprietario beneficiario della Cerman Group, e in merito i suoi legali hanno riferito che chiariranno tutto al processo fissato a settembre 2016, e che lo stesso Cahuzac non è responsabile per le strutture create dai suoi consulenti finanziari.

Dal Portogallo a Panama finisce invece Idalécio de Castro Rodrigues de Oliveira, amministratore delegato della Lusitania Group, società portoghese attiva nel settore estrattivo. De Oliveira entra anche nella recente inchiesta brasiliana Lava Jato che ha coinvolto Dilma Roussef e il presidente Lula in relazione alle tangenti sul colosso petrolifero Petrobras. Lo studio Mossack Fonseca è stato approdo sicuro per le società satellite di De Oliveira, le quali, secondo gli investigatori brasiliani sarebbero serviti per il transito di 20 milioni di dollari destinati a un noto lobbista legato al Partito Democratico brasiliano della stessa Dilma Roussef e Luiz Inacio Lula. Una parte delle tangenti sarebbero finite, secondo i magistrati brasiliani a Eduardo Cunha presidente della Camera dei Deputati brasiliana che avrebbe incassato, secondo gli investigatori, tangenti dallo stesso amministratore delegato della Lusitania.

Non manca la Spagna dove Pilar de Borbón, sorella di Re Juan Carlos di Spagna. Pilar, duchessa di Badajoz e attiva nel sociale con l’associazione Nuevo Futuro che raccoglieva fondi per i bambini senza tetto, si è occupata anche di gestire gli investimenti della famiglia reale. Appassionata di cavalli e membro del Comitato Olimpico Internazionale l’Infanta di Spagna è negli archivi della Mossack Fonseca a far data dall’agosto del 1974 con la società Delantera Finaciera, di cui diventò presidente.

Dal 1993 la società è di proprietà dello studio di avvocati Gòmez-Acebo, fondato dal cognato di Pilar de Borbón, Ignacio Gomez Acebo. Il figlio di Pilar, Bruno Alejandro Gàmex-Acebo dal 2006 al 2014, anno in cui la società è stata chiusa, è stato tesoriere e direttore della società off-shore. La sorella di re Juan Carlos non ha ritenuto di commentare la vicenda societaria con l’ICIJ.

Nella lista sono finiti 12 capi di stato e di governo, di cui sei ancora in attività, 128 politici con incarichi di varia responsabilità, 29 miliardari transitati dalla lista dei 500 più ricchi del mondo e 33 persone finite anche nella lista nera del governo statunitense perché in affari con organizzazioni terroristiche, stati canaglia e cartelli della droga messicani. I reporter investigativi di oltre 100 media nel mondo, tra cui L’Espresso in Italia, hanno studiato una mole impressionante di documenti per nove mesi e nelle prossime settimane verranno via via diffusi i risultati dell’inchiesta giornalistica. Inchiesta che nei prossimi giorni riserverà fatti e nomi sugli 800 clienti italiani di Mossack fonseca.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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