Altro che pillole della felicità, ecco quando l’antidepressivo ha solo un effetto placebo

Da oltre 20 anni cresce il consumo degli antidepressivi in Italia come in altri Paesi, con forse l’illusione che possano porre rimedio a molte difficoltà. Eppure i dubbi su questi farmaci sono ancora tanti

Una scorciatoia per la felicità. Anche così è stato etichettato il Prozac, l’antidepressivo per eccellenza, entrato nel linguaggio comune e persino nell’Oxford english dictionary, e utilizzato anche da star e artisti. Il rappresentante più famoso di una classe di farmaci che oggi ne conta numerosi altri, capaci di agire in maniera differente, ma sulla cui utilità, in alcuni casi, ancora oggi ci si interroga. Eppure in Italia, come in altri paesi, primo fra tutti gli Stati Uniti, il consumo di antidepressivi continua a crescere. Un trend in salita da venti anni a questa parte, nonostante evidenze scientifiche abbiano dimostrato che nelle forme più lievi di depressione abbiano effetto pari al placebo. E nonostante sia ancora poco chiaro cosa succede esattamente nel cervello di una persona depressa e da cosa sia causata la malattia.

Come molto spesso accade nel mondo scientifico anche il primo antidepressivo venne scoperto per caso. Erano gli anni ’50 quando alcuni ricercatori si resero conto che l’imipramina, un farmaco sintetizzato una decina di anni prima come antistaminico, aveva proprietà anti depressive diventando così il capostipite di una classe di composti detti “triciclici”. Solo in seguito, studiandone il meccanismo d’azione arrivò una seconda classe di farmaci, in grado di agire sulla serotonina, gli Ssri, tra cui appunto la fluoxetina, meglio conosciuta con il nome commerciale di Prozac, a cui seguirono numerosi altri farmaci con lo stesso funzionamento.
A questo punto una cosa sembrava abbastanza chiara: serotonina, noradrenalina e dopamina, i neurotrasmettitori implicati nella comunicazione tra i neuroni, in qualche modo avevano a che fare con la depressione. Probabilmente nelle persone depresse un’alterazione della concentrazione di queste sostanze sfociava nei sintomi ben noti della malattia. Ipotesi che si basava anche sull’effetto “collaterale” di due farmaci, l’iproniazide e la reserpina, riscontrato sempre negli anni ’50 da alcuni clinici americani. La prima usata per trattare la tubercolosi, aveva cambiato totalmente l’umore dei malati, facendoli passare da uno stato apatico a uno di euforia. Mentre la reserpina, un vecchio farmaco antiipertensivo, aveva mostrato l’effetto contrario, provocando crisi di pianto, letargia e senso di inutilità. L’unica cosa che le due specialità avevano in comune era la capacità di alterare la concentrazione di serotonina, l’iproniazide aumentandola la reserpina riducendola. La depressione dunque, si pensò per molto tempo, doveva originare da uno sbilanciamento chimico del cervello.

Anche nelle persone depresse non sempre i farmaci danno i risultati sperati. In alcuni casi soprattutto nelle forme più gravi, possono indurre un miglioramento e anche una remissione ma in quelle più lievi il loro effetto è praticamente paragonabile al placebo

Purtroppo però, come spesso accade, le cose non sono mai così semplici, soprattutto quando si parla di esseri viventi e soprattutto di cervello. Oggi sono diverse le teorie prese in considerazione dagli scienziati per spiegare l’origine della depressione, e probabilmente sono tutte in parte vere e connesse fra di loro. «Ancora non sappiamo con precisone cosa ci sia dietro la depressione – spiega a Linkiesta Angelo Barbato, ricercatore presso il Laboratorio di epidemiologia e psichiatria sociale dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano – ci sono delle ipotesi: sappiamo che gli antidepressivi hanno un effetto su alcuni neurotrasmettitori. Sappiamo che sono inibitori della ricaptazione della serotonina o della noradrenalina e questo è dimostrato ed è indubbiamente collegato alla depressione, ma non è detto che la causa della malattia sia direttamente dovuta a questo meccanismo. Sono ancora tante le cose da comprendere, e siamo ancora lontani da aver capito come funziona il cervello di una persona depressa».

Una cosa è certa come sottolinea anche Barbato, una pillola della felicità non esiste, e anche nelle persone depresse non sempre i farmaci danno i risultati sperati. In alcuni casi soprattutto nelle forme più gravi, possono indurre un miglioramento e anche una remissione ma in quelle più lievi il loro effetto è praticamente paragonabile al placebo. Come hanno dimostrato diversi studi scientifici. E come già aveva ipotizzato sul finire degli anni ’90 Irving Kirsch, uno psicologo americano.
«C’è un tasso elevato di persone che per motivi non del tutto chiari non risponde alla terapia – continua Barbato – sono il 30% o più delle persone affette da depressione, che assume una terapia farmacologica senza trarne alcun beneficio, probabilmente per motivi individuali. Inoltre una parte consistente dell’effetto di questi farmaci è in realtà un effetto placebo; e infine va considerato che questi prodotti sono più efficaci nelle depressioni gravi rispetto quelle medio-lievi. Una depressione può avere livelli di gravità molto eterogenei e un decorso molto diverso: può durare a lungo o essere legata a un evento specifico breve, può compromettere il funzionamento sociale oppure avere minore entità. Non abbiamo dimostrazioni convincenti sull’efficacia di questi farmaci nelle depressioni al di sotto di una certa soglia di gravità. Nelle forme più lievi non è dimostrato che funzionino meglio di un placebo. Ma si prescrivono lo stesso, per tutta una serie di condizioni dove non è dimostrato che diano benefici».

C’è una propensione da parte dei medici a trascurare l’utilità di altre forme di cura non farmacologiche. A partire dai trattamenti di tipo psicologico psicoterapeutico fino a quelli di altro tipo, come l’esercizio fisico

Spesso insomma si pensa erroneamente che ingoiare una pillola sia la via più breve per tornare o arrivare alla felicità. Certo nel nostro Paese il maggior consumo di farmaci antidepressivi in parte si giustifica anche con una maggior attenzione e sensibilità verso il problema. Oggi è più facile parlarne così come diagnosticare la malattia e di conseguenza accedere ai farmaci in caso siano necessari. «Dall’altra però c’è una tendenza a prescrivere questi farmaci in maniera impropria, a persone il cui problema non è tale da avere benefici certi» aggiunge Barbato.
«Inoltre c’è una propensione da parte dei medici a trascurare l’utilità di altre forme di cura non farmacologiche. A partire dai trattamenti di tipo psicologico psicoterapeutico fino a quelli di altro tipo, come l’esercizio fisico, e così via. Sia per motivi di carenza culturale nella formazione dei medici che non apprezzano l’utilità di questi interventi; sia perché c’è una carenza di risorse e il nostro Servizio sanitario nazionale non ha una quantità sufficiente di terapeuti preparati per dare una risposta a questo bisogno»

Certo verrebbe da pensare che il costo di una confezione di pillole sia di gran lunga inferiore a quella di una seduta dallo psicoterapeuta, ma questo vale solo nell’immediato e non nel medio lungo termine. Se si prendono in considerazione altri fattori, come il tempo di trattamento, molto più lungo nel caso dell’assunzione di farmaci rispetto alla psicoterapia , o gli effetti collaterali che possono portano ad ulteriori spese economiche. «Ci sono paesi che hanno messo in piedi un programma di espansione dell’uso delle psicoterapie nella depressione proprio nell’ipotesi che ci sia associata una riduzione dei costi» conclude Barbato. «Ipotesi da verificare che però ha un suo fondamento».

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