Andrea Scrosati: «Gomorra e le serie glocal sbancano il mercato televisivo»

Ma il vicepresidente di Sky Italia ammette: «Non ci aspettavamo questo successo». Intanto i crimini del clan Savastano si trasmettono in 150 paesi (in napoletano e coi sottotitoli)

L’astinenza è finita: martedì 9 parte su Sky Atlantic e Sky Cinema 1 la seconda stagione di Gomorra. Avete già deciso anche la terza?

Si, la scrittura è già a buon punto. Stiamo anche già ragionando sulla quarta.

Squadra che vince non si cambia?

La squadra è in continua evoluzione, a partire dall’inserimento di Claudio Giovannesi che ha diretto gli episodi 7 e 8. Ma si tratta di una squadra che si basa su fondamenta solide, dal contributo fondamentale di Roberto Saviano a quello cruciale di Stefano Sollima, dal team di Cattleya guidato da Gina Gardini a quello di Sky guidato da Nils Hartmann e dagli sceneggiatori che creano la materia su cui tutta la serie si regge. Rispetto agli attori una delle forze di questo progetto è senza dubbio non aver avuto timore di raccontare quello che accadrebbe nella realtà, dove chi sceglie una vita di violenza è il primo a rimanerne vittima, che vuol dire che i nostri protagonisti possono morire. D’altronde, questa è la lezione che arriva dal miglior cinema di genere, a partire da quello di Scorsese, capace di far morire un protagonista improvvisamente, magari in una scena secondaria. Tanti ci hanno detto ad esempio che Donna Imma non doveva morire. Io sono persuaso del contrario: una storia dove tutti sono a rischio è narrativamente più tesa, ed è più realistica. Anche nella seconda stagione ci sono molte sorprese, ogni puntata potrebbe contenere una svolta davvero inaspettata.

Andrea Scrosati, 44 anni, vicepresidente di Sky Italia, responsabile di tutti i contenuti non sportivi della tv del gruppo Murdoch è considerato «l’uomo che ha cambiato le sorti dell’intrattenimento in Italia» (Studio). Grazie alla sua spinta e alla sua supervisione sono nati Romanzo criminale, la nuova edizione di X Factor, Masterchef e molti altri progetti. Probabilmente Gomorra è il vertice creativo e produttivo della sua direzione. Finora. Ho parlato con Scrosati dei cambiamenti nel mondo della serialità, americana ed europea

Una delle forze di questo progetto è senza dubbio non aver avuto timore di raccontare quello che accadrebbe nella realtà, dove chi sceglie una vita di violenza è il primo a rimanerne vittima


Andrea Scrosati

Una serie in napoletano stretto è stata venduta in più di 150 Paesi. Come ci è riuscita? E ve lo aspettavate?

Eravamo convinti della forza di questa storia, ma ammetto che non ci aspettavamo questo successo internazionale. In molti ci dissero che una serie in napoletano non se la sarebbero vista nemmeno a Roma, figuriamoci a Parigi. Credo che oggi il panorama dei prodotti seriali si possa raggruppare in tre macrocategorie: quelle local-local, quelle glocal e quelle global. Le local-local sono rilevanti per un singolo territorio, si basano su archetipi ed elementi che fuori dal loro contesto culturale sono di difficile comprensione. Quelle glocal – di cui Gomorra è un esempio perfetto – raccontano archetipi universali in contesti locali, hanno un elemento di grande realismo per un pubblico locale ma allo stesso tempo sono storie evocative anche per chi vive in paesi e realtà diverse. La tensione per il potere, i conflitti generazionali, l’effetto distruttivo della violenza, della corruzione, sono in fondo gli stessi elementi che sono alla base di una serie come Games of Thrones. Esempio perfetto di serie glocal era The Wire, sulla vicenda dei sindacati dei portuali di Baltimora, girata in dialetto stretto. Anche in quel caso si era partiti con un cast ignoto a livello internazionale. Ma come accadde per Idris Elba che da The Wire in poi è divenuto una star globale, così Fortunato Cerlino (Pietro Savastano) dopo Gomorra ha già recitato in due stagioni di Hannibal e sta lavorando ad altri progetti internazionali.

Dovesse dire qual è il suo maggior punto di forza indicherebbe il cast corale, la qualità della scrittura, l’imprevedibilità della trama o altro?

Come per ogni cosa, il tutto è il frutto di tanti elementi singoli e della loro armonia. Senza una scrittura di straordinario livello non ci sarebbero le basi per nulla. Senza un cast credibile e di grandi professionisti il risultato finale sarebbe imbarazzante. Senza una regia capace di un punto di vista straordinariamente realistico ed originale non ci sarebbero le atmosfere che fanno di Gomorra un prodotto di riferimento internazionale, e potrei andare avanti a lungo.

Gomorra è stata la prima produzione europea capace di ribaltare il flusso abituale della serialità, dal centro dell’impero alla provincia europea. Che possibilità c’è di ampliare questa direzione contraria?

Era già successo prima con alcune serie scandinave, ad esempio The Bridge e The Killing. Ed è successo contemporaneamente a Gomorra con Les Revenants di Canal+ e successivamente con una serie tedesca bellissima: Deutschland ’83. È interessante come in alcuni casi il mercato internazionale acquisisce il format per fare un remake, come nel caso delle serie scandinave, e in altri invece acquisisce il prodotto originale doppiandolo o sottotitolandolo, come nel caso di Gomorra e Deutschland ’83. Per un anno Weinstein ha provato a doppiare in inglese Gomorra, poi ha preso atto che la versione in napoletano era molto più forte e Sundance Channel ha annunciato la messa in onda in originale con i sottotitoli, come è avvenuto per Deutschland ’83. Il mercato sta anche proponendo prodotti ibridi. L’esempio perfetto è Narcos, serie di Netflix per il mercato americano, diretta da un regista brasiliano (Josè Padilha), prodotta da una casa francese (Gaumont), per il 40 per cento in spagnolo. Questa tendenza crescerà per ragioni industriali. Negli ultimi anni Hollywood è passata da una media di circa 220 serie l’anno alle 450 di oggi (tra nuove e rinnovi). Il ritmo di produzione aumenta, e inevitabilmente diminuisce la qualità del racconto. C’è meno tempo a disposizione. È una trasformazione già avvenuta nel cinema. Producendo di più si vuole andare sul sicuro e si punta su prodotti dove al posto della storia comandano gli effetti speciali. Si è più tranquilli producendo l’ennesimo blockbuster di supereroi che andando alla ricerca di una storia sofisticata.

(Continua su Cave Visioni)