#jusquicitoutvabienBaraghini: Pannella, il vero nemico del “fascismo democratico”

Parla Marcello Baraghini, il mitologico editore di Stampalternativa, che nei primi anni Sessanta fu sodale di Pannella nell'avvio delle lotte per i diritti civili e nella fondazione del Partito Radicale: «questa fase italiana richiama il peggior fascismo»

Marco Pannella è morto e fa una certa impressione pensare che quel suo volto scavato, che ci ha accompagnato per così tanti anni, che è stato il volto della radicalità in questo paese, se ne sia andato per sempre. Eppure, ci sono persone — e Pannella è stato una di queste — che hanno in sé qualcosa che, a un certo punto, riesce a impipare anche la morte e sgattaiolare via, per continuare a ispirare in altri la religione antireligiosa del non conformismo, dell’indipendenza, del libertarismo.

«Oggi Marco è morto, ma continua a vivere. È il faro di ogni mia attività antiregime, antipotere, del mio libertarismo». A parlare è Marcello Baraghini, sodale di Pannella della prima ora, di quando, all’inizio degli anni Sessanta, iniziò il percorso politico del movimento radicale. «Marco mi ha salvato la vita negli anni Sessanta», continua Baraghini, «l’ho appena scritto sul mio sito, lo continuo a dire. Mi ha salvato la vita fisicamente, ma mi ha anche impresso a fuoco nell’animo il libertarismo».

Come vi siete conosciuti?
Io uscii di casa minorenne, era il 1963, andavo alla ricerca di radicalità. I miei genitori mi opprimevano e sono scappato di casa incazzato come una bestia. Mi imbattei subito — perché seppi, leggendo giornali che a casa mia erano vietati visto che mio padre approvava solo i giornali di destra — mi imbattei, dicevo, nei dissidenti del partito comunista, mi affascinavano. Dopo due settimane, capii che in via Zanardelli a Roma, la loro sede, si parlava peggio di Pannella che dei padroni capitalisti. Fu allora che decisi di andare a bussare da Marco.

E cosa successe?
Lo incontrai in quel posto affascinante che era la sede di via 24 maggio, una sede magica, di fronte alla Federconsorzi e a pochi metri dal Quirinale. Bussai alla porta e fu lui ad aprirmi. E mentre gli spiegai chi ero e che avevo voglia di radicalità — non nel senso del Partito Radicale, che ancora non conoscevo — suonarono ancora alla porta. Era un taxi. Avrebbe dovuto portarlo all’aeroporto, e da lì a Parigi, dove aveva ancora contatti con i gruppi di resistenza algerina. Successe una cosa che ti fa capire chi era Marco Pannella. Mandò via il taxi e non andò a Parigi perché voleva continuare a dialogare con me.

Come le ha cambiato la vita?
Da quel giorno intrapresi una esistenza a doppio binario. Da una parte il marciapiede: fui capellone, radicale, drogato, alcolizzato, però con ideali di libertà assoluta, di ribellione estrema, esistenziale. Dall’altra c’era il binario dell’impegno civile, e fu proprio quello a salvarmi la vita. Perché degli altri cinquanta compagni capelloni di quegli anni Sessanta ne sono rimasti due, gli altri si sono persi per le strade del mondo, qualcun altro è morto.

Tornando agli anni Sessanta, come proseguì il rapporto tra lei e Pannella?
Di lì a pochi mesi fondammo la lega del divorzio con Marco e altri pochi; poi la marcia antimilitarista Milano Peschiera, ma te ne potrei raccontare altre decine di iniziative antiautoritarie organizzate con Marco, fino alla mia iscrizione all’ordine dei giornalisti, avvenuta nel 1967, e fatta al solo scopo di coprire ogni giornale che non aveva direttore responsabile. Una missione in favore dei diritti civili che combinammo insieme, io e Marco. E così, in cinquant’anni, ho fatto da direttore a circa 500 pubblicazioni e pensa, l’ordine mi ha sospeso pochi giorni fa.

Avete anticipato di almeno un lustro il ’68 e le sue battaglie; droga, sesso, diritti civili, qual era la fonte di tutto ciò?
Era Marco che era un visionario, non so francamente da dove prendesse la sua forza ed energia. Ma ognuno ha la sua, pensa che io che ho 70 anni e che ho rischiato la vita da ragazzo in mille modi, non sono mai finito in ospedale.

Suonarono alla porta. Era un taxi. Avrebbe dovuto portarlo all’aeroporto, e da lì a Parigi, dove aveva ancora contatti con i gruppi di resistenza algerina. Successe una cosa che ti fa capire chi era Marco Pannella. Mandò via il taxi e non andò a Parigi perché voleva continuare a dialogare con me

A un certo punto le vostre strade si divisero, come mai?
Ci separammo a un certo punto, ma consensualmente. Io volevo continuare la mia vita da marciapiede, lui voleva entrare nelle stanze del potere per destabilizzare da dentro. Ma a me non interessava, io, come allora, continuo a vivere sul marciapiede. Ci siamo incontrati in altre battaglie; io fondai Stampalternativa nel 1970, poi lui mi fece capolista della prima lista Pannella e mi fece inaugurare la campagna elettorale nelle sue due televisioni. Ma io non frequentavo più il partito da molti anni. Il nostro sodalizio continuò, in parallelo, su molte battaglie e, da parte mia, sempre nella luce pannelliana. Ero un radicale pannelliano, anche se non tesserato. In questo senso per me lui non è morto, ma continua a vivere.

Lo spirito radicale, in Italia, ha un futuro?
Io credo di sì, perché lo spirito va oltre a quello che è il Partito Radicale. Perché io continuo a fare l’editore secondo te? C’è sempre più un paese reale che è sempre più animato dalla voglia di riscatto, di intraprendenza. Ogni giorno aumenta la radicalità in questo paese. Il problema è che i media di regime non lo rappresentano il paese reale, ma io nel paese reale ci vivo, e questo spirito lo vedo crescere. È per questo che sono ottimista.

È possibile che fosse più facile essere disallineati negli anni Sessanta piuttosto che ora?
Sì, ci sono stati anni in cui il paese reale, pur essendo agli antipodi rispetto a quello che sostenevo, mi rispettava anche se non era d’accordo con me. Ora il paese è appiattito su una monocultura politica. Quando dico che questa fase italiana richiama il peggior fascismo, parlo sul serio. Il partito unico, l’editore unico, il distributore unico, e via dicendo, tutte queste concentrazioni di potere non c’erano nemmeno durante il fascismo. Il fascismo, prima delle leggi razziali, abbaiava tanto, ma nel paese reale riusciva ad esistere un panorama culturale e sociale vivo e libero, molto più di oggi. Perché oggi, dietro una maschera di democrazia formale, sostanzialmente c’è un autoritarismo molto più opprimente. Ma, come ti dicevo, io sono ottimista. E lo sono perché lo vedo che, proprio contro questo autoritarismo, il paese reale, anzi, il paese radicale è sempre più numeroso.

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