Ecco i veri potenti d’Europa, tanti i tedeschi, zero italiani

Nei palazzi i funzionari che contano sono tutti tedeschi. Berlino è rimasta l’unica potenza europeista che abbia ancora un peso: la Francia si è sfilata da qualche anno e l’Italia si accontenta delle briciole

Prendono ogni giorno decisioni in grado di influenzare la vita di circa 500 milioni di cittadini, lavorano in piena tranquillità e al riparo dal fastidio di stampa e opinione pubblica. Sono i famosi funzionari europei. Una platea di oltre 45mila persone soltanto per le tre isituzioni principali (Commissione, Parlamento e Consiglio europeo), alle quali si deve aggiungere il personale di altri importanti enti, come il Meccanismo Europeo di Stabilità, la Corte dei Conti, il Comitato economico e Sociale, la Banca Centrale europea, la Banca per gli Investimenti europei, la Corte di Giustizia e il Mediatore europeo. E non finisce qui, perché per ogni carica politica si deve poi considerare lo staff personale, quello che in pratica si occupa di seguire specifici dossier e intavolare i negoziati con le altre cancellerie o tessere le relazioni con gli uffici di altri eurodeputati. Una galassia imponente, la cui influenza è ormai innegabile anche dagli euroscettici più convinti.

Ma come vengono scelti e posizionati tutti questi eurocrati? In principio erano le quote nazionali. Era l’idea di ridistribuire le cariche e i posti nelle istituzioni in modo equo tra le nazioni. Un principio che, sulla carta, ancora regola concorsi e quote di massima nell’assegnazione dei posti, ma che viene meno quando in gioco non tanto il numero, ma l’influenza delle cariche. I funzionari, anche se a parità di stipendio, non hanno lo stesso potere e la stessa influenza. A fare la differenza è il portafoglio che viene loro affidato. Capita così che, per esempio, chi si occupa di concorrenza e commercio per la Commissione Ue si trovi di fatto a gestire le due aree specifiche nelle quali l’esecutivo comunitario ha diretta competenza.

«I Direttori Generali della Direzione Generale per la concorrenza, mercato interno e quello per il commercio hanno la possibilità di gestire direttamente gli affari di loro competenza. Gli altri, invece, si limitano a indirizzare le politiche dei singoli stati nazionali» spiega una funzionaria della Commissione. «Ai posti più influenti non ci sono quasi mai italiani. Negli ultimi anni è soprattutto la Germania ad occupare portafogli e posizioni strategiche, in passato era la Francia». Delle 33 Direzioni Generali della Commissione europea, cinque direttori sono tedeschi, quattro gli italiani. Sembra una differenza da poco, almeno dal punto di vista numerico. Ma bisogna guardare alle aree di competenza.

Per fare un esempio, la direzione per la Concorrenza, che fa capo alla temutissima Commissaria Margarethe Vestager, è diretta dal tedesco Johannes Laitenberger. Cristiano-democratico, tra i corridoi del Berlaymont, il palazzo della Commissione Europea, si mormora piaccia molto ad Angela Merkel. Laitenberger, che – per intendersi – si occupa dell’antitrust Ue, monitora gli aiuti di stato e vigila sullo situazione della concorrenza in Europa, ha alle spalle una lunga carriera da funzionario. Entrato nelle istituzioni nel 1999, è stato portaborse e poi portavoce di José Manuel Durao Barroso, l’ex Presidente della Commissione Ue.

E gli italiani? Come si è detto, sono quattro. L’ultimo in ordine di tempo è Stefano Malserviti (fino a ieri Capo di Gabinetto di Federica Mogherini), arrivato alla Direzione Generale per la Cooperazione Interazione e Sviluppo. Sono ruoli di prestigio, ma per lo più simbolico, e di certo non influente nel cambiare i destini di 500 milioni di cittadini. Si tratta di Giovanni Kessler, capo dell’ufficio anti-frode europea, l’Olaf. Poi c’è Marco Buti, direttore della Direzione Generale affari economici e infine Roberto Viola, a capo della Direzione Generale per i Contenuti digitali. L’ex magistrato Kessler, che tra i quattro riveste la carica più importante, è stato oggetto negli ultimi mesi di forti attacchi politici, guidati in particolare dai Popolari europei (e quindi dalla Germania), che ne chiedevano le dimissioni per aver autorizzato intercettazioni utili nel caso contro l’ex Commissario Dalli, accusato di corruzione. Kessler è rimasto al suo posto, ma la scia delle polemiche mosse contro di lui per aver di fatto difeso gli interessi comunitari ha suscitato non pochi dubbi sulla genuinità dei rimproveri.

Oltre alle direzioni generali, l’esecutivo Ue conta poi i 28 gabinetti dei diversi Commissari europei. Molto si è scritto sull’eminenza grigia dell’ufficio del Presidente Jean-Claude Juncker, cioè il tedesco Martin Selmayr, ritenuto l’autore della cacciata di Carlo Zadra, l’unico italiano a lavorare dietro le quinte per l’ex Premier lussemburghese. Una carriera di tutto rispetto alle spalle, Selmayr ha vissuto la gran parte della sua vita all’interno delle istituzioni comunitarie. Dopo aver lavorato per la Bce, l’uomo che oggi sussurra a Juncker, e secondo i maligni alla maggior parte delle alle altre Cancellerie Ue, ha lavorato come portavoce dell’esecutivo comunitario negli anni Barroso. Anche lui Cristiano-democratico, è uomo gradito ad Angela Merkel. L’influenza di Selmayr ha superato le porte del Berlaymont ed è arrivata fino a Palazzo Chigi, scatenando l’ira di Renzi e di alcuni eurodeputati del Partito Democratico eletti all’Europarlamento, che attraverso alcune interrogazioni hanno provato a scalfirne il ruolo e l’importanza. Senza, però, esserci riusciti. Selmayr resta l’uomo chiave per avvicinare il vertice della Commissione, per ottenere le informazioni giuste o anche soltanto per capire che aria tira nel Berlaymont.

La forte presenza di tedeschi nei posti chiave delle istituzioni Ue è stata documentata in questi anni da diversi studi di settore. Il think-tank Bruegel ha dedicato al fenomeno della cosiddetta germanizzazione dell’Ue una ricerca specifica. «L’intensificarsi della presenza tedesca nei posti chiave in Europa è un fenomeno relativamente recente» afferma Gregory Clayes, ricercatore del Bruegel e autore dello studio. «Possiamo datarla in modo specifico dal 2009. Sono gli anni della crisi economica in Europa. I Paesi faticano, la crisi dei debiti mette in evidenza le fragilità di Francia e Italia, mentre il modello tedesco emerge come l’unico in grado di resistere agli scossoni esterni». Ma «non è soltanto l’economia a contare» continua. «C’è anche la politica e la visione europeista. Dal 2005 in poi, con la vittoria dei no al referendum sulla costituzione Ue, la Francia ha di fatto rinunciato a guidare l’integrazione comunitaria. Si è rotto l’asse franco-tedesco. L’unico Paese a mantenere una visione europeista è stata la Germania, che però si è trovata sola a indirizzare le politiche e il corso delle istituzioni».

Già, perché oltre alla potente Commissione Ue anche l’Europarlamento parla tedesco. Caso unico nella storia dell’assemblea Ue, l’attuale Presidente, il socialista Martin Schulz, è riuscito a restare in carica per due mandati consecutivi, superando indenne anche le elezioni del 2014, e non ha mai negato di voler arrivare fino alla fine della legislatura (2019). Per Schulz la continuità di mandato è necessaria a rafforzare il ruolo del Presidente di quella che è sempre stata considerata la meno influente delle tre istituzioni dell’Ue. C’è chi, però, vede dietro le nobili ragioni anche interessi carrieristici personali. «A contare, oggi, nel Parlamento sono due tedeschi: Schulz e il Segretario Generale Klaus Welle. Il più grande gruppo politico è quello dei Popolari, guidato anch’esso da un tedesco Manfred Weber», racconta a Linkiesta un funzionario del Parlamento. «Nonostante le differenti radici politiche, tutti e tre lavorano per gli interessi tedeschi. La Germania è in grado di fare sistema. Cosa ad esempio che gli italiani non sanno fare. È vero, però, che la forte predominanza tedesca nelle ultime due legislature ha sbilanciato le cariche. Nei posti che contano si richiede oggi il tedesco. Prima bastavano francese e inglese». E anche se «può sembrare un dettaglio, in realtà la cosa dà l’idea di come tira il vento. La Germania fa attenzione ai posti che occupa, mentre in molti casi gli italiani si accontentano di accaparrarsi tutte le quote disponibili. Fossero anche soltanto tutte distribuite tra uscieri e servizi di sicurezza. E purtroppo, con l’internalizzazione dei servizi per la security in Parlamento lo abbiamo visto. La maggior parte degli assunti era di nazionalità italiana o spagnola. Non è una questione discriminatoria, ma di scarsa lungimiranza del sistema Paese», spiega ancora lo stesso funzionario.

Ma anche quando l’Italia cerca di ottenere i posti che contano, contro di lei pesano stereotipi e cattiva reputazione. È stato il caso ad esempio della nomina dei manager del nuovo Fondo per gli Investimenti Strategici. Roma puntava a ottenere la carica, se non di amministratore delegato del fondo, almeno quella di suo vice. Entrambe le richieste sono state rispedite al mittente. Voci di corridoio parlano del timore delle altre cancellerie di lasciare gestire al Belpaese 315 miliardi di euro di fondi Ue necessari per il rilancio dell’economia. Ed ecco allora che al posto di Amministratore Delegato è stato scelto il lussemburghese Pier Luigi Gilibert. Mentre il numero uno del Meccanismo europeo di Stabilità, il cosiddetto fondo salva stati Ue, quello da cui dipendono gli aiuti alla Grecia, è guidato dal tedesco Klaus Regling. Una carriera da economista al Fondo Monetario Internazionale e poi al Ministero delle finanze tedesco. Regling è stato anche tra gli uomini scelti per consigliare e stilare le linee guida della politica economica tedesca del governo Merkel a ridosso dello scoppio della crisi finanziaria. Il ruolo svolto in quegli anni e la stima del super ministro Wolfgang Schauble gli sono valsi la nomina nell’istituzione chiave per la ridefinizione delle politiche e delle prassi economiche e finanziarie dell’Eurozona, con particolare attenzione per quei Paesi considerati poco disciplinati.

La sfera di influenza germanica nelle istituzioni non si limita ai confini naturali del Paese, ma sconfina spesso in quella parte di Europa che con Berlino ha sempre avuto rapporti privilegiati anche sulla base di ragioni storiche. L’allargamento ad est, ad esempio, ha aumentato il numero di Paesi più vicini a Berlino culturalmente e storicamente che a Parigi o Roma. Ma quali sono le conseguenze di una guida a maggioranza tedesca dell’Ue? Gregory Claeys del Bruegel lo spiega: «La politica tedesca è orientata di per sé al progetto comunitario. Venendo a mancare l’equilibrio dello storico asse con la Francia, si assiste a una prevalenza di una visione liberale, dove a contare è il libero mercato e allo stesso tempo il rispetto di regole e paletti fiscali».

E allora, «quando Berlino e Roma si dicono d’accordo sull’istituzione di un super ministro delle finanze Ue, ad esempio, sono d’accordo soltanto in apparenza. Per Roma si tratta di realizzare la mutualizzazione delle finanze, per Berlino la capacità di intervenire sotto forma di veto nelle decisioni economiche degli altri Stati. La gestione della crisi greca ha mostrato alcuni limiti della guida tedesca, mentre ad esempio lo stesso non può dirsi dell’emergenza migranti. In questo caso l’approccio tedesco è stato il più saggio e orientato a ridistribuire il peso tra tutte le capitali. Il vero problema è che nessun approccio da solo può essere vincente in un’Europa a 28. La Germania, che pure è europeista, lasciata sola a guidare un’Unione sotto il peso crescente dei nazionalismi e con Francia e Italia ancora debole creerà più malcontento che soddisfazione. Il vero obiettivo sarebbe riportare al livello della Germania le altre potenze che un tempo sapevano bilanciare con visioni e principi diversi il cammino dell’Ue».

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