L’Isis perde terreno, ma il guaio grosso ci aspetta in Iraq

Alla vigilia delle battaglie per Mosul e Raqqa, c'è chi ha interesse a mantenere destabilizzata l'area in cui si trova lo stato islamico, il cui nocciolo duro si trova nella terra d'origine, il nord dell'Iraq

A quasi due anni dalla sua proclamazione lo Stato Islamico in Iraq e Siria è una bestia ferita ma ancora molto pericolosa. La campagna della coalizione a guida Usa da un lato e quella della Russia, in appoggio ad Assad in Siria, dall’altro hanno prodotto risultati: le “capitali” del califfato, Raqqa e Mosul, sono sotto pressione, leader e quadri dell’Isis vengono costantemente eliminati coi droni, il territorio del Califfato è stato sbocconcellato costantemente, e da ultimo ha perso il controllo su Palmira (grazie all’offensiva di Assad) e su una vasta area a nord-est della Siria dove sono avanzati i curdi del Ypg.
Manca il colpo letale: le battaglie per Mosul e Raqqa (più altri centri minori) che – secondo i piani di generali occidentali – dovrebbero cominciare a primavera/estate 2016 e lasciare lo Stato Islamico senza grandi città sotto il suo controllo. E tuttavia questo “scacco matto” – che secondo gli analisti depotenzierebbe il Califfato in modo significativo, pur non eliminandolo definitivamente – sembra ancora lontano dall’essere pronto.

Manca il colpo letale: le battaglie per Mosul e Raqqa (più altri centri minori) che – secondo i piani di generali occidentali – dovrebbero cominciare a primavera/estate 2016 e lasciare lo Stato Islamico senza grandi città sotto il suo controllo. Ma per molti attori, locali e internazionali, coinvolti nel caos mediorientale lo Stato Islamico è un fattore di stabilizzazione

«In questi ultimi mesi è diventato sempre più evidente che per molti attori, locali e internazionali, coinvolti nel caos mediorientale lo Stato Islamico è un fattore di stabilizzazione», afferma Claudio Neri, direttore dell’Istituto Italiano di studi strategici. «Se infatti il Califfato dovesse scomparire improvvisamente si aprirebbe la questione della spartizione delle aree di influenza in Medio Oriente tra Arabia Saudita e Iran, tra sunniti e sciiti, tra Turchia e curdi, tra Usa e Russia, e via dicendo. Visto che al momento non è ancora emerso un attore in grado di imporsi sugli altri per dettare il proprio ordine, né sembra che un accordo tra le parti sia al momento fattibile, allora è per molti preferibile che l’Isis continui ad esistere finché la questione geo-strategica a monte non viene risolta».

Questa situazione è la madre delle difficoltà nello sradicare il Califfato dalla Siria e dall’Iraq. In Siria, dove la oramai quinquennale guerra civile ha creato una situazione caotica e frammentaria, paradossalmente il contrasto allo Stato Islamico procede meglio che in Iraq. La presenza della Russia – che ha tra le altre cose innescato una competizione con gli Usa nel farsi portabandiera della lotta all’Isis – unita ad altri fattori (ad esempio la determinazione dei curdi siriani nel liberare i propri territori, anche in vista di eventuali rivendicazioni di autonomia o indipendenza, dagli uomini del Califfo) ha costretto lo Stato Islamico sulle difensive.
Raqqa e Manbij sono insediate da vicino dai curdi (per ora tenuti a freno dagli Usa, che non vogliono irritare eccessivamente la Turchia, ma potrebbe essere una situazione non destinata a durare), Deir ez Zur, al-Tabqah e al-Bab sono nel mirino delle forze lealiste e dei russi. Una campagna estiva che portasse alla caduta di queste roccaforti – eventualità possibile ma per ora ostacolata dal perdurante contrasto tra Assad e i ribelli siriani, e dalla contrarietà di Ankara – potrebbe praticamente eliminare l’Isis dalla Siria.

«Se le offensive pianificate dovessero avere successo, l’Isis verrebbe confinato nell’ovest dell’Iraq, dove abita la minoranza sunnita del Paese, che è poi da dove ha avuto origine», spiega ancora Neri. «In Iraq la situazione sta degenerando da un punto di vista della stabilità interna, ma sarebbe sbagliato ritenere che lo Stato Islamico ne sia la causa. Al massimo è il contrario, l’Isis è il prodotto del fallimento nel costruire uno Stato iracheno unitario pacificato».
Un fallimento questo che diversi analisti ascrivono alla pessima gestione americana del dopo-invasione del 2003, prima quando furono sciolti dall’oggi al domani l’esercito e i servizi segreti del regime Baathista di Saddam Hussein (il nucleo decisionale strategico dell’Isis è composto proprio da ex ufficiali dell’intelligence irachena), e poi quando si lasciò che il Paese – soprattutto durante il governo di Al Maliki – scivolasse nella logica dello scontro settario tra sunniti e sciiti.

Ora l’esercito iracheno sembra poco efficace contro l’Isis, manca un’autorità centrale forte e pullulano le autorità locali e partigiane, spesso si deve appoggiare a milizie sciite filo-iraniane – che però alienano il supporto della popolazione sunnita, spesso maggioranza nei teatri di guerra dove si combatte il Califfato – e periodicamente emergono contrasti coi curdi iracheni (Peshmerga).
A livello politico poi le proteste da parte della popolazione si fanno sempre più pericolose per il governo di Al Abadi, di recente una folla – sobillata dall’Imam sciita Muqtada al Sadr – ha violato la “green zone” di Baghdad ed è arrivata fin dentro il Parlamento, prendendo di mira deputati sunniti e curdi. I curdi iracheni, già praticamente indipendenti nei fatti, a novembre dovrebbero tenere un referendum per sancire ufficialmente l’indipendenza. Gli sciiti sono comunque divisi al loro interno, e i sunniti tentati dal ricercare – al pari dei curdi – una loro indipendenza da Baghdad.

«La situazione è molto fluida e lo rimarrà ancora per i prossimi anni temo, ma per quanto si può azzardare al momento non vedo in Iraq un attore che sia in grado di salvaguardare l’unità del Paese», conclude Neri. «Credo che l’attuale degenerazione della stabilità interna andrà probabilmente a sancire uno spezzettamento anche formale dell’Iraq». Le ricadute di questa situazione sulla guerra allo Stato Islamico sono evidenti: forse Mosul cadrà quest’anno, forse la Siria riuscirà ad estirpare al 90% l’Isis dal suo territorio, ma fino a che non sarà trovato un accordo tra i vari attori internazionali e locali sulla spartizione delle sfere di influenza in Iraq il caotico brodo di coltura da cui sono nate Al Qaeda in Iraq, lo Stato Islamico dell’Iraq e da ultimo l’Isis continuerà a generare mostri.

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