Oltre i Marò, la giustizia in India è un gigantesco caos

Dopo quattro anni finisce la detenzione di Salvatore Girone, un record in un Paese da 3 milioni di casi pendenti (il più vecchio è del 1878)

Alla fine sul caso Marò ha deciso L’Aja. O meglio: il Tribunale arbitrale internazionale invita Italia e India a trovare una soluzione affinché Salvatore Girone possa rientrare nel nostro Paese dove attenderà il verdetto dell’arbitrato avviato nel giugno 2015. Una vicenda giudiziaria, quella dei Marò, che ormai va avanti da più di quattro anni e ora – nonostante la Corte Suprema indiana non vogliare mollare di un centimetro: «L’Italia non ha interpretato correttamente l’ordine del tribunale. Le condizioni della libertà provvisoria di Girone devono essere stabilite dalla Corte Suprema», fanno sapere dal Governo – sembra essere vicina alla soluzione con tempistiche che per l’India sono una novità.

Durante una conferenza fra alte cariche dello Stato, di fronte al primo ministro Narendra Modi, la situazione della giustizia indiana è apparsa in tutta la sua criticità, con tanto di lacrime. Quelle del capo della giustizia indiano, Tirath Singh Thakur. Un pianto fatto di numeri: sono oltre tre milioni le cause pendenti di cui 700.000 in attesa di giudizio da più di 10 anni davanti alla Corte Suprema che peraltro è a corto di personale. Fatti i conti, ogni giudice deve occuparsi, annualmente, di 2.600 casi (contro una media di 81 casi per i giudici americani).

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I numeri nella giustizia indiana sono un problema dal 1987. Come ha ricordato lo stesso Thakur, alla fine degli anni Ottanta una comissione dedicata aveva raccomandato di assumere più giudici fino a un totale di 50 ogni centomila abitanti «ma niente si è mosso d’allora. Avevamo bisogno di quarantamila giudici ma nel frattempo la popolazione è cresciuta di 250 milioni di persone», ha affermato Thakur durante il suo intervento. Anche se si volesse risolvere completamente la questione con una maxi-assunzione da oltre trentamila giudici, per i nuovi non ci sarebbe nemmeno lo spazio fisico dove lavorare. In India, infatti, ci sono solo 16.500 aule giudiziarie, tremila in meno degli attuali 21 mila giudici al lavoro.

Ma al di là della scarsità di giudici, a influire sulla malagiustizia Indiana sono altri due fattori: da un lato la poca chiarezza delle leggi (soprattutto quelle legate alla proprietà e alla locazione di cui fa parte il più vecchio caso in attesa di giudizio: una disputa territoriale che risale al 1878) che porta a un aumento dei procedimenti (in cui molto spesso è lo Stato a presentarsi come una delle parti in causa). Dall’altro, la lentezza delle procedure legali e in particolare delle audizioni delle parti che sono spesso rinviate di mesi per insifficienza di prove. Uno studio ha fatto notare che i giudici hanno in media 15 minuti per ogni audizione, nemmeno il tempo di leggere le generalità all’imputato e i capi d’accusa.

Al momento il Governo non ha in programma una vera e propria riforma della giustizia, sebbene siano in dirittura d’arrivo due leggi: una che dovrebbe sveltire le diatribe legali che vedono conivolte la pubblica amministrazione (il Memorandum of Procedure), un’altra che punta alla cancellazione di 1240 leggi in disuso. La soluzione più rapida, però, sembra quella di richiamare in servizio ex giudici ora in pensione che, nel caso in cui il Tribunale de L’Aja decidesse che sarà l’India ad avere la giurisdizione su Girone, potrebbero ritrovarsi a riprendere il mano il caso dell’Enrica Lexie.

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