Renzi offre una tregua alla minoranza Pd, ma i nodi verranno al pettine dopo il referendum

Tre le sfide che attendono il premier nel giro di pochi mesi. Amministrative di giugno, referendum costituzionale, in cui si gioca tutto. E il congresso che si aprirà subito dopo. Chiede unità ai suoi, ma il clima resta caldo

Matteo Renzi offre alla minoranza del Partito democratico cinque mesi di tregua. Il presidente del Consiglio tende una mano ai suoi avversari interni, chiedendo unità in vista dei prossimi appuntamenti elettorali. Prima le amministrative di giugno, poi lo spartiacque del referendum costituzionale atteso in autunno. In cambio, il premier promette di anticipare il congresso. La resa dei conti sarà celebrata prima del previsto, al termine del voto sulla riforma della Carta. Esattamente come aveva chiesto la minoranza.

È una partita tutta interna al Nazareno quella che si è aperta nell’ultima direzione del Partito democratico. Sullo sfondo il lungo braccio di ferro e le tensioni mai sopite con la minoranza del partito. Adesso il premier ha bisogno di tempo. È una scelta strategica: per vincere la scommessa del referendum serve unità. Impossibile avvicinarsi alla sfida d’autunno dilaniati da polemiche interne. «Io credo che non abbiamo nessun motivo per continuare nelle prossime ore e settimane una sfibrante discussione interna». È un’offerta di pace che qualcuno legge anche come un ultimatum. Una sorta di ultima chiamata: nel momento più delicato della legislatura tutti dovranno partecipare in prima persona alla campagna referendaria. Chi non si schiererà rischia di mettersi ai margini del partito. Per non parlare dei dirigenti dem che hanno persino ipotizzato di dare vita a qualche comitato del No.

All’orizzonte già si intravede la prima sfida per il Pd, le amministrative di giugno. I sondaggi non sono particolarmente favorevoli, il rischio di una sconfitta è alto

E così Renzi offre cinque mesi di tregua. All’orizzonte già si intravede la prima sfida per il Pd, le amministrative di giugno. I sondaggi non sono particolarmente favorevoli, il rischio di una sconfitta è alto. Da Roma a Milano, in nessuna città la partita è facile (nella Capitale e a Napoli è anzi particolarmente complicata). Anche per questo, non è la prima volta, Renzi prova a depotenziare la portata della sfida. Il premier continua a spiegare che in ballo ci sono le amministrazioni locali, non si tratta di un voto sul governo. Ha ragione, anche se in caso di débâcle è impossibile immaginare che non ci saranno ricadute politiche. Ecco perché il premier chiama i suoi a raccolta. Li invita a intestarsi con “orgoglio” le riforme del governo. A metterci la faccia. E, forse per esorcizzare i timori, continua ad attaccare i Cinque Stelle. I grandi avversari della partita elettorale.

La vera sfida, però, è quella che si apre in autunno. Sarà il referendum costituzionale a decidere la sorti della legislatura e il futuro politico del premier. Renzi ha già assicurato che in caso di sconfitta lascerà la politica. Un impegno assunto in prima persona. Intanto chiama il partito a uno sforzo: minoranza compresa. Da qui all’apertura delle urne Renzi immagina una “mobilitazione permanente”. Chiede a tutti impegno. I comitati per il sì nasceranno ovunque, i big del partito sono chiamati a fare la propria parte.

Renzi chiede unità alla minoranza. In cambio il segretario promette che un minuto dopo il voto si aprirà il congresso. Qui si decideranno i rapporti di forza interni

In cambio, il segretario promette alla minoranza che un minuto dopo il voto si aprirà il congresso. In anticipo di qualche mese rispetto alla naturale scadenza. Qui si decideranno i rapporti di forza interni. «Nelle modalità che riterrete – ha lanciato il guanto di sfida Renzi durante l’ultima Direzione – a tesi o in altri modi, farlo durare tre mesi, sei mesi o un anno. Potrete scegliere l’arma con cui si gioca e ci potremo dire le cose in faccia». La minoranza è pronta all’intesa? Difficile a dirsi. Nessuno mette in discussione il sostegno ai candidati dem impegnati nella tornata delle amministrative. Più freddo l’entusiasmo in vista del referendum. «Per ora siamo uniti sulle amministrative – ha chiarito il bersaniano Roberto Speranza – Del referendum parliamo dopo». Con ogni probabilità sarà lui a sfidare il segretario al congresso. Nella minoranza non tutti condividono l’impianto della riforma (e finora non hanno fatto nulla per nasconderlo). Molti altri non hanno gradito la personalizzazione del referendum diventato quasi un plebiscito sulla figura del premier. Il timore diffuso, peraltro, è che una vittoria a ottobre possa portare a un’accelerazione verso la fine della legislatura e al voto anticipato nella primavera 2017.

Nonostante le offerte di tregua, al netto delle scadenze elettorali, i rapporti interni al partito restano difficili. E non è un caso se, anche nel giorno in cui il premier tende la mano ai suoi avversari, il clima resta incandescente. La Direzione con cui il premier chiede l’unità del partito si caratterizza per il duro battibecco tra Gianni Cuperlo e Maria Elena Boschi, esponenti dei fronti contrapposti. Al centro richieste di scuse e smentite. Toni alti in diretta streaming («Se chi vota Sì al referendum è equiparato a Verdini, allora chi vota No si schiera insieme a CasaPound. È un dato oggettivo» ha detto la ministra). La novità, semmai, è il ruolo all’attacco della titolare delle Riforme, che finora mai aveva preso la parola in una direzione dem. «Da qui alla fine della legislatura – così ancora la Boschi – ci sarà una direzione del Pd in cui la minoranza interna non attaccherà questa dirigenza? Dico una, anche perché la nostra gente è stanca, quando gli attacchi sono su motivi pretestuosi». Se questo è l’inizio della tregua, nel Pd qualcuno può iniziare a preoccuparsi.

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