Sofia Corradi, l’Italiana che ha inventato l’Erasmus ora lo allarga a tutto il mondo

Ideato nel 1987, il programma di mobilità per studenti e insegnanti ha coinvolto 3 milioni di persone e dal 2014 ha aperto le porte ai paesi extra-Ue

Ha quasi trent’anni e sua mamma, Sofia Corradi, un’italiana di 82 anni, lunedì 9 maggio è stata premiata in Spagna per averlo fatto nascere. Attualmente, il suo “conto in banca” ruota attorno ai 17 miliardi di euro una somma che l’intellettuale europeo del ‘500 da cui ha copiato il nome non ha mai avuto. Stiamo parlando di Erasmus che, da un paio d’anni, quasi fosse Zamorano all’Inter che sulla maglietta aveva scritto 1+8 (il 9 era di Ronaldo, quello brasiliano), è passato all’Anagrafe per farsi aggiungere un “Plus” come cognome. Ad oggi il programma di mobilità internazionale ideato dall’Unione europea nel 1987 ha permesso a oltre 3 milioni di persone di soggiornare all’estero per studio o lavoro.

Trent’anni, una mamma italiana di 82 anni (Sofia Corradi), un “conto in banca” che ruota attorno ai 17 miliardi e il nome di un intellettuale europeo del ‘500. Stiamo parlando del progetto Erasmus

Dal 2014, nell’ambito degli obiettivi di sviluppo dell’Ue per il 2020, il programma Erasmus è stato rivisto e potenziato. Sostanzialmente sono tre le principali novità: l’accorpamento dei vari tipi di mobilità europea, la possibilità di ripetere il soggiorno all’estero e una diversa ripartizione del finanziamento che arriva nelle tasche degli studenti. Nel primo caso si tratta dell’accorpamento dei vari tipi di mobilità in un unico programma senza alcuna divisione fra studenti (Erasmus, Erasmus Mundus, Erasmus Placement) e staff universitario (progetto Leonardo). Inoltre, ora si potrà rimanere fra i banchi delle università europee non solo per i classici sei/nove mesi ma per un massimo di 24 mesi per i due cicli (triennale e magistrale) di laurea. Infine, per far fronte alle spese del viaggio e della permanenza all’estero, l’Unione Europea ha pensato di correggere il sistema del sostegno economico: abbandonato il rimborso forfettario uguale per tutti (a cui si sommavano le diverse integrazioni nazionali e regionali) è stato adottato un sistema che divide i Paesi europei in tre fasce a seconda del costo della vita (con l’Italia inserita nella fascia più costosa: 280 euro).

Ma la vera novità sta nell’allargamento della mobilità ai paesi extra-Ue. «Le università italiane hanno reagito bene fin da subito – afferma Sara Pagliai, coordinatrice dell’Agenzia Indire – mettendo a sistema i precedenti accordi bilaterali che già attuati dai singoli atenei». Secondo gli ultimi dati Indire, sono stati 1.200 gli studenti in entrata dai quattro angoli del mondo, mentre 458 sono gli italiani che hanno passato un periodo di studio fuori dall’Europa (specialmente in America Latina). Da segnalare i 399 studenti e docenti provenienti dai paesi del Mediterraneo meridionale (Egitto, Tunisia, Algeria, ecc.), un dato che al di là della tragedia dei migranti che occupa le prime pagine dei giornali «racconta di un forte strumento di inclusione. L’unico che riesca effettivamente a creare una cittadinanza europea».

«I dati di Erasmus Plus raccontano il successo di un forte strumento di inclusione. L’unico che riesca effettivamente a creare una cittadinanza europea»


Sara Pagliai

Gli effetti positivi dell’Erasmus non si fermano qui. Secondo un recente studio, chi ha viaggiato per gli atenei europei ha un maggior successo professionale: non solo si dimezza il tempo di disoccupazione, ma se si partecipa ad un progetto di tirocinio l’opportunità di fare carriera è assicurata a uno studente su tre (magari al di là dei confini nazionali dove trova lavoro il 40% degli ex-studenti Erasmus). Dati che faranno felici gli studenti italiani che rappresentano il 10% del totale. E se solo lo scorso anno sono partiti in trentamila, dal lato incoming l’Italia si ferma al quinto posto in classifica dietro Spagna, Germania, Francia e Regno Unito. «Ci sono casi in cui l’università italiana, come quella di Firenze – ricorda Pagliai – riesce ad attrarre più studenti in entrata rispetto a quelli che vanno all’estero». I motivi? Appeal culturale, particolarità del corso di studi e, soprattutto, multilinguismo.

Ma non è tutto rose e fiori. Nonostante i 53 milioni di euro messi sul piatto dall’Europa per la mobilità degli Erasmus italiani, integrazioni nazionali e regionali sono ancora necessarie. «Inutile nascondersi dietro un dito – rivela Pagliai – siamo un Paese che spende, e bene, tutti i fondi che abbiamo a disposizioni. Ma fossero diec volte di più potremmo coprire ogni esigenza».