Altro che referendum, il problema della Gran Bretagna è la produttività

La ripresa del Pil dopo il 2008 e l'occupazione diffusa (ma poco specializzata) hanno nascosto la crisi della manifattura. L'unica soluzione ora sembra essere la svalutazione

Forse non tutti ricordano quando alla fine dell’estate del 1992 la nostra vecchia la lira dovette svalutarsi, spinta da molti fattori tra cui il debito pubblico in crescita, l’aumento dei tassi di interesse tedeschi per accompagnare la riunificazione, e di conseguenza le speculazioni di Soros. Uscimmo dallo Sme, il “serpente monetario”, quella banda di oscillazione del cambio all’interno cui rimanere, un prodromo alla moneta unica. Ma, e questo forse ancora meno viene ricordato, non fummo gli unici, assieme alla lira ci fu un’altra moneta ad abbandonare lo Sme, la sterlina, che soffriva di un’inflazione decisamente più alta di quella tedesca, oltre che di un doppio deficit di bilancia dei pagamenti e di bilancio pubblico. Ebbene, ora Regno Unito e Italia così diverse economicamente, sembrano soffrire di nuovo di malattie simili tra loro.

Un Paese con una manifattura ancora forte, nel caso dell’Italia, e un settore IT non sviluppato. Il sogno di ogni startupper, serio o velleitario che sia, il Regno Unito, con un peso fortissimo dei servizi (finanza e tecnologia). Eppure in entrambi i casi colpisce la malattia economica del secolo: la bassa produttività. Dal 2008 ad oggi non c’è stata una crescita del prodotto per ora lavorata, secondo l’ufficio nazionale di statistica britannico.

Facendo un confronto con le le precedenti recessioni non c’è stata una ripresa della produttività analoga a quella che si era verificata nel 1973, 1979, 1990.

Non solo, questo si è verificato essenzialmente nelle isole britanniche. Negli altri Paesi, basti pensare agli Usa, al Canada, persino al Giappone, la produttività, seppur non ai ritmi degli ultimi 70 anni, è cresciuta ovunque più che nel Regno Unito. Ovunque tranne che in Italia, ca va sans dire. A differenza dell’Italia, però, che soffriva di questa malattia già prima della recessione, in Inghilterra la produttività cresceva prima del 2007 più che altrove. Appare quindi un caso ancora più grave.

È una cosa che stupisce non poco considerando che negli ultimi anni il Regno Unito è stato tra i Paesi d’Europa che ha messo a segno una ripresa tra le più forti, con il Pil in crescita del 2,2% nel 2015, addirittura del 2,9% nel 2014, molto sopra la media dell’Unione europea e ancora più della zona euro. Cosa è successo allora?

La crescita del Pil britannico è dovuto soprattutto all’incremento di consumi interni, che nel primo quadrimestre 2016 è stato il solo driver considerando che il debolissimo contributo dell’aumento dei consumi pubblici, degli investimenti e delle scorte servono appena a compensare quello negativo della componente della bilancia commerciale, squilibrata verso le importazioni.

Il ristagno della produttività è stato nascosto di fatto dalle conseguenze della ripresa occupazionale, che ha provocato un incremento dei consumi privati. Ripresa occupazionale che ha visto il tasso di disoccupazione calare da un massimo del 8,5% circa al 5% attuale, e quello dell’occupazione crescere dal 70% al 74%, mentre in Italia rimaniamo sul 55-56% da diversi anni. Come è potuta avvenire senza un aumento di produttività? Con un calo dei salari reali. Era l’unico modo. Dal 2008 fino all’inizio del 2015 l’andamento dei salari è stato quasi sempre inferiore a quello dell’inflazione, almeno finchè non è intervenuta la deflazione.

Di fatto i salari reali minori sono stati compensati da un maggior numero di persone con un salario. I nuovi assunti, pur senza grandi stipendi, hanno aumentato i consumi. Questo è un eccellente modo per fare crescere l’economia e avviare una ripresa, in teoria, lo si è visto in Germania negli anni anni 2000. Stipendi fermi o in calo ma più lavoratori, a patto però che vi sia anche una crescita della produttività. Ma nel caso del Regno Unito non è stato così.

I posti aggiuntivi sono stati prevalentemente in settori che richiedono low skills, nel commercio, nella ristorazione, nella cura della persona, ma a differenza che in Germania questa moderazione salariale è riuscita solo a impedire una diminuzione della produttività, non a spingerla verso l’alto. In Inghilterra secondo molti osservatori vi è stata sia una crisi del settore minerario e petrolifero, che di quello finanziario, che erano quelli che portavano i maggiori aumenti di produttività, ma non vi è un accordo sulle cause. Un elemento che mette d’accordo i più è la debolezza della manifattura, e di conseguenza degli investimenti su di essa, mentre il settore dei servizi con la sua fortissima competizione interna vede margini ridotti, che si ripercuotono sugli stipendi dei nuovi assunti.

E anche il basso costo del lavoro, del resto, alla lunga diventa un disincentivo per fare investimenti produttivi. E con l’avvicinamento al pieno impiego l’aumento dei consumi grazie alla maggiore occupazione così come la possibilità di tenere bassi i salari sono strumenti che si stanno esaurendo. Ne rimane uno che noi italiani conosciamo bene, la svalutazione, che magari con la Brexit gli inglesi sarebbero più portati a utilizzare ma sappiamo come allontani semplicemente i problemi, rendendoli poi più urgenti. Brexit o non Brexit, quindi, anche il Regno Unito sarà costretto ad affrontare comunque la sfida difficilissima della produttività.

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