Brexit, le ragioni della Gran Bretagna per restare. E per andarsene

Oltremanica l'Unione Europea ha sempre affascinato poco. Sia il fronte del sì che quello del no sono trasversali. E il 23 giugno si decide la partita fondamentale per l'idea di Europa come la conosciamo

“Leave” o “Remain”. Meno dieci. È partito il conto alla rovescia per il referendum britannico sulla permanenza nell’Unione europea. Da un lato i sostenitori del “Leave”, del ritorno ai confini nazionali, dall’altro quelli del “Remain”, che nell’Unione europea vogliono rimanerci anche se a patto di cambiare qualcosa. Sì, perché, oltremanica Bruxelles ha sempre affascinato poco. È forse per questo che David Cameron ha scelto di giocarsi la carta del referendum nella campagna elettorale del 2015 e che si è rivelata vincente. Accontentati gli appetiti degli elettori del partito nazionalista guidato da Nigel Farage, eurodeputato che da anni combatte l’Unione dall’interno delle istituzioni, Cameron si trova oggi in mezzo a una situazione molto delicata.
Nel referendum del 23 giugno non esiste una chiara distinzione politica, Leave e Remain sono entrambi gruppi trasversali, dove il colore politico è difficilmente comprensibile. Conservatori e laburisti si dividono tra loro sulla questione e per gli elettori ripercorrere il filo del discorso diventa complesso.

I Leave. Boris Jonhson è il leader della campagna a favore del Leave. Insieme a lui il conservatore Michael Gove. La campagna per il ritorno all’indipendenza britannica dall’Ue è guidata dall’organizzazione Vote Leave. L’ex sindaco di Londra ed ex corrispondente del Telegraph a Bruxelles punta sulla Brexit per fare la scalata interna ai Conservatori e assumere la Premiership una volta sconfitto Cameron alle urne. Vote Leave ha ottenuto indirettamente anche il supporto del leader dell’Ukip Nigel Farage, a sua volta fondatore di un altro comitato referendario, il Grassroot Out, che però non si è aggiudicato il riconoscimento di comitato ufficiale nazionale pro-Brexit. I due gruppi si distinguono essenzialmente per l’approccio con il quale supportano la Brexit. Per Vote Leave si tratta di slegare il Paese dalla burocrazia comunitaria. Grassroot Out ha sempre preferito un approccio legato alla necessità di introdurre maggiori controlli sull’immigrazione.

Le posizioni di Vote Leave trovano l’appoggio anche di una parte dei laburisti. Tra questi il deputato John Mann. Per i maligni anche il leader dei laburisti Jeremy Corbyn sarebbe stato a favore della Brexit se non fosse a capo del partito. Di certo Corbyn non è in queste ore la voce forte all’interno del fronte del Remain.

​Nel referendum del 23 giugno non esiste una chiara distinzione politica, Leave e Remain sono entrambi gruppi trasversali

I Remain. La campagna a favore della permanenza nell’Unione europea è rappresentata dal comitato Britain Stronger in Europe. Fondato e finanziato da Lord Stuart Rose, ex capo di Marks & Spencer, il comitato è rappresentato da una giovane promessa dei laburisti Will Straw.
Figlio del più noto laburista John Straw, Will ha difeso pubblicamente la scelta di chiamare il principale comitato a rappresentare le ragioni dei Remain con un nome il cui acronimo ricorda nel Regno Unito le sigle del morbo della mucca pazza, BSE appunto. Supporter indiretti del comitato il Premier David Cameron, il sindaco di Londra Sadiq Khan e Nicola Sturgeon, eletta in Scozia e leader dei nazionalisti scozzesi.

Testa a testa. Leave e Remain dividono in queste ore la società britannica in due. Anche se gli ultimi sondaggi realizzati danno in lieve vantaggio i sostenitori del Remain le cifre si distanziano per uno o due punti percentuali e in molti ritengono che a fare la differenza saranno proprio gli indecisi e le astensioni. Ragione che ha spinto il Governo di Londra a estendere di altri due giorni il termine per la registrazione al voto dopo il verificarsi di un blocco al sito nelle ore vicine al limite ultimo per le iscrizioni. Il timore di David Cameron è che che, come spesso accade in occasione delle elezioni europee, a recarsi al voto il 23 giugno prossimo saranno principalmente gli euroscettici. Con la differenza, però, che questa volta le conseguenze del voto saranno davvero decisive per il futuro del Paese.

I temi di scontro tra Leave e Remain. La campagna referendaria britannica è di quelle senza esclusioni di colpi. Il fronte del Leave fa leva sui costi dell’appartenenza all’Unione europea e sullo scarso ritorno economico. Sulla pagina che dà il benvenuto sul sito di Vote Leave si legge “Le 350 mila sterline che il Regno Unito paga settimanalmente all’Unione europea potrebbero essere usate per costruire ospedali, assumere 8000 nuovi poliziotti e costruire 10 scuole”.
Sulle cifre, però, Vote Leave è stato accusato di fare falsa propaganda. Come sottolineato anche dal Financial Times e dall’Istituto Nazionale di Statistica britannica il contributo settimanale del Regno Unito all’Unione europea è di 120 milioni di sterline, stimato in 26 pences per cittadino. I dati presentati dai pro-Brexit non tengono conto del cosiddetto “Rebate” ottenuto dal Regno Unito, ovvero il rimborso speciale che ogni anno il Paese ottiene indietro dal bilancio dell’Ue come anticipo sull’Iva dell’anno successivo. Ottenuto da Margaret Tatcher il “rebate” è un tema complesso da spiegare e da sostenere per il fronte del Remain. Ecco forse spiegato perché Britain Stronger in Europe ha finora costruito l’intera campagna sulla paura dell’ignoto. Agli elettori viene sconsigliato di fare un salto nel vuoto, senza però offrire dati e cifre esatte.

Al contrario di quanto hanno scelto di fare i sostenitori della Brexit, dove le cifre vengono presentate- spesso impropriamente- un po’ ovunque. I Leave battono lì dove la sensibilità del cittadino britannico medio diventa più forte. Oltre alle spese di gestione dell’apparato comunitario, infatti, i pro Brexit mettono in guardia gli elettori dal rischio di nuovi e ulteriori allargamenti dell’Ue, dando per scontata l’apertura alla Turchia. Scenario in realtà molto poco probabile soprattutto in questo momento storico e politico. Collegato a questo vi è poi la questione migratoria.

I sostenitori del Leave ritengono che i posti di lavoro britannici siano in pericolo a causa dell’arrivo di massa degli altri cittadini europei. Studi di settore hanno, però, mostrato che gran parte del successo economico del Regno Unito degli ultimi anni sia proprio dovuto all’immigrazione Ue ed extra Ue, che non soltanto ha ricoperto carenze interne, ma generando nuovi servizi ha di fatto creato nuova occupazione. Il sito INFACTS.org, nato dall’iniziativa di un gruppo di giornalisti britannici schierati con il Remain ha anche sottolineato come centrando la campagna sull’immigrazione soltanto dal lato degli arrivi nel Regno Unito, i Leave dimentichino di citare le conseguenze per tutti i cittadini britannici oggi residenti in altri Paesi Ue.

In caso di vittoria dei NO i Trattati prevedono una fase di negoziato lunga almeno due anni. Le conseguenze politiche, invece, non si faranno attendere. Accertata la morte politica di David Cameron, il Paese si recherebbe probabilmente a breve a nuove elezioni​

Altro punto centrale della campagna referendaria è l’accesso al libero mercato. Per i Leave l’economia britannica soffre oggi dei lacci e lacciuoli imposti da Bruxelles, la cui eccessiva regolamentazione è considerata nociva per il benessere di Piccole e Medie Imprese. Punto sul quale anche David Cameron ha insistito durante i negoziati per il nuovo accordo con Bruxelles ottenendo nuove concessioni in caso di vittoria dei Remain il 23 giugno. In caso di Brexit, però, lo scenario potrebbe diventare più complesso per Londra. Un anticipo lo ha già dato il super ministro dellefinanze tedesco Wolfgang Schauble che al Der Spiegel ha annunciato «In caso di Brexit, Londra non otterrà nessun accesso privilegiato al mercato interno». Affermazione non da poco se si conta che le esportazioni britanniche verso il Mercato Interno Ue rappresentano il 13% del PIL, contro il 3% di quanto accade per il resto dei Paesi Ue verso il Regno Unito. Ma non basta. Nell’ottica di un probabile accordo di libero scambio tra Ue e Stati Uniti, il Regno Unito rischierebbe di trovarsi tagliato fuori anche dalle relazioni economiche con Washington.

Il fattore Cameron. Dopo aver ottenuto il secondo mandato da Premier, David Cameron è tornato a Bruxelles sbattendo i pugni sul tavolo per ottenere un accordo che ridefinisca una volta per tutte i rapporti tra il Regno Unito e l’Unione europea. Un testo che entrerà in vigore soltanto a patto di una vittoria dei Remain alle urne. Ma per il cittadino medio britannico che un anno fa ha scelto di votare Cameron anche per la sua determinazione a sfidare la tecnocrazia europea il cambio di casacca, o così percepito, del Premier ha creato non poca confusione. Così come l’ha creata l’emergere all’interno dei Tories della lotta alla successione ingaggiata da Boris Johnson. Dopo aver chiesto maggiore indipendenza, economica e politica, da Bruxelles Cameron è oggi impegnato a far campagna accanto al sindaco di Londra, il laburista Sadiq Khan per scongiurare la Brexit. “Un salto nel vuoto” la definiscono i due ex acerrimi nemici, che l’elettorato britannico si è abituato a vedere insieme negli ultimi giorni.

Cosa accadrà dopo il 23 giugno. Qualunque sarà il risultato del referendum Londra si avvia verso una difficile fase di negoziato con l’Ue. In caso di vittoria dei NO i Trattati prevedono una fase di negoziato lunga almeno due anni. Durante i quali il ruolo del Paese sarebbe quasi come congelato a livello di mercato interno e libera circolazione dei cittadini, con evidenti ricadute sulle performance economiche nel breve periodo. Scenario sul quale, per altro, convergono sia i Leave che i Remain, che però hanno idee diverse su come qualificare lo scenario a lungo termine. Le conseguenze politiche, invece, non si faranno attendere. Accertata la morte politica di David Cameron, il Paese si recherebbe probabilmente a breve a nuove elezioni e la Scozia, fondamentalmente pro-Ue, annuncerebbe un nuovo referendum per l’indipendenza.
Anche in caso di vittoria dei Si e del Remain la situazione non sarà semplice. L’accordo stretto tra Cameron e gli altri 27 leader europei sulla ridefinizione delle relazioni tra Londra e l’Ue avrà tempi lunghi di attuazione e non sono escluse conseguenze politiche più generali anche negli altri Stati membri. Il referendum britannico, considerato a torto una pura e semplice questione di politica interna, avrà inevitabilmente delle ripercussioni anche sulle altre capitali. Capire quali è al momento difficile. Per ora si può solo aspettare cosa decideranno di fare i cittadini britannici tra dieci giorni.