Clintoniani e trumpisti, gli italiani in attesa delle elezioni Usa

Mauro della Porta Raffo, fondazione Italia-Stati Uniti: «Né Hillary né Donald mi convincono. Ma alla fine pessimi candidati si sono rivelati spesso ottimi presidenti»

Abituati a dividersi fra guelfi e ghibellini, questa volta i politici italiani faranno fatica a orientarsi in maniera così netta fra i due candidati alla presidenza Usa. La politica estera, in modo più o meno genuino, ha sempre rappresentato un gioco di bandierine da piantare, di qua o di là, per mandare messaggi al proprio elettorato nazionale, senza rischiare granché. Ma quest’anno schierarsi equamente fra Donald Trump e Hillary Clinton sarà più difficile per i vip nostrani: perché i due candidati alla Casa Bianca non rappresentano solo due alternative politiche. Oltretutto, spiega a Linkiesta il saggista Mauro della Porta Raffo, che fa parte del comitato scientifico della Fondazione Italia Usa di Roma, «usando le proprie categorie la politica e i giornalisti italiani non capiscono davvero quali sono gli schieramenti negli Stati Uniti».

Gli amici dichiarati di Donald Trump in Italia si contano sulle dita di una mano, al massimo di due, anche se sotto sotto la figura dell’imprenditore americano che ha vinto le primarie repubblicane incuriosisce tante persone quanto ne impaurisce. Perché è uno fuori dal coro, anzitutto. Flavio Briatore e’ il primo amico italiano di Trump. L’ex manager di Formula 1 che ha inventato il marchio del Billionaire, con Trump ha lavorato, è stato anche il suo corrispondente nella versione italiana del talent show The Apprentice. Recentemente, Briatore ha assicurato parlando a La Zanzara che il candidato repubblicano è una figura democratica «che è la sintesi massima del sogno americano». Poi c’è Daniela Santanchè, oggi deputata di Forza Italia in rotta con la linea moderata del suo partito e che in passato è stata socia proprio di Briatore: non solo ha rivendicato un’amicizia con Trump ma ne ha lodato anche la sfida politica all’establishment. Chi invece ha visto nella candidatura del magnate newyorkese un’opportunità di averne in dote anche un po’ di gloria elettorale, è il segretario della Lega, Matteo Salvini, che è andato apposta a Filadelfia nelle scorse settimane per farsi fotografare insieme a lui e dire ai suoi elettori italiani da che parte sta. Beppe Grillo invece è più prudente: «Forse è meno peggio della Clinton – ha detto il leader M5S a Wired -. Però se è quello che esprimono oggi gli Stati Uniti, non è una cosa straordinaria».

Gli amici dichiarati di Donald Trump in Italia si contano sulle dita di una mano, al massimo di due, anche se sotto sotto la figura dell’imprenditore americano che ha vinto le primarie repubblicane incuriosisce tante persone quanto ne impaurisce. Perché è uno fuori dal coro, anzitutto

Ma chi potrebbe essere, Trump, in Italia? Per anni si è detto che fosse una copia di Silvio Berlusconi, lettura respinta da Giuliano Ferrara. E lo stesso Cavaliere di recente ha detto che forse è proprio una via di mezzo fra Salvini e Grillo. Facile, dunque, che Berlusconi voterebbe, se fosse americano, Hillary Clinton e non Trump. Anche perché l’ex premier ha sempre tenuto a rivendicare affinità con i presidenti Usa che ha incontrato: insieme ai Clinton poso’ al suo primo G7 di Napoli, sorridente al fianco dell’allora moglie Veronica. Con Hillary si schierano di sicuro tutti gli italiani di sinistra. Anzi, l’ex first lady è una delle poche cose che unisce le anime del Pd. La sua candidatura piace al premier Matteo Renzi ma anche a Massimo D’Alema e a tutti i nostalgici della terza via perseguita da Bill Clinton ai tempi di Tony Blair e Romano Prodi, allora si parlò anche di un Ulivo mondiale. Chi in passato ha coltivato di più i rapporti con il clan Clinton è stato l’ex vice-premier Francesco Rutelli, che in una missione negli Stati Uniti si portò anche Paolo Gentiloni, oggi ministro degli Esteri di Renzi.

Però Hillary raccoglie le simpatie anche di quelli che magari non si riconoscono nei Democratici ma proprio non potrebbero votare per Trump. Come Berlusconi o altri forzisti alla Renato Brunetta. Quelli come Maurizio Gasparri non voterebbero invece né per Hillary né per Donald. Ma oltre alla politica c’è un altro elemento: il fatto che la Clinton sia la prima donna candidata alla Casa Bianca ha scatenato il giubilo delle deputate di destra e sinistra, che hanno dettato dichiarazioni pressoché identiche fra loro. Due per tutte Marina Sereni, vicepresidente della Camera per il Pd, e la deputata Elena Centemero, di Forza Italia.

Hillary raccoglie le simpatie anche di quelli che magari non si riconoscono nei Democratici ma proprio non potrebbero votare per Trump. Come Berlusconi o altri forzisti alla Renato Brunetta. Quelli come Maurizio Gasparri non voterebbero invece né per Hillary né per Donald. Ma oltre alla politica c’è un altro elemento: il fatto che la Clinton sia la prima donna candidata alla Casa Bianca

Risultato: nel derby d’Italia, Trump è quello più controverso ma che suscita maggiori attese fra i suoi fans, la Clinton è la più glamour ma in fondo è la campionessa del meno peggio. Il problema alla fine è capire quanto questo gioco aiuti davvero a capire che cosa sta accadendo alle Presidenziali. Della Porta Raffo – che è capace di citare a memoria ogni singolo personaggio della storia politica americana, dove voterebbe repubblicano – sostiene che fra i due sistemi «la differenza è abissale». «La ragione principale – aggiunge – per cui l’Italia, ma anche l’Europa, faticano a comprenderlo è che gli americani usano parole uguali alle nostre per definire significati che però sono diversi. Basti pensare alla differenza fra il nostro “liberale” e il loro “liberal”. Per dire: non è vero che Trump è di estrema destra, quel candidato era Ted Cruz. Anzi, Trump è un “maverick” e farà fatica a prendere quei voti».

Ma chi vincerà, alla fine? «Fra lui e la Clinton, non mi piace nessuno dei due – risponde lo scrittore – Clinton è una donna che le ha sempre sbagliate tutte, e trovo per di più imperdonabile che si sia candidata con il cognome del marito e non il suo. Trump potrebbe essere un’incognita. Ma vi invito a riflettere su due fatti. Il primo è che storicamente molti grandi candidati si sono rivelati pessimi presidenti, mentre quelli che passavano per idioti si sono invece rivelati ottimi presidenti. Infine, contrariamente a quanto pensiamo, il presidente Usa non decide tutto. Gerald Ford disse che l’unica cosa che un presidente Usa può decidere da solo è quando andare al gabinetto».

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