Sgarbi: «Berlusconi è vivo, e a Milano vince Parisi»

Il critico a tutto campo sulla politica: «Parisi ce la farà grazie ai grillini, ma non penso però che sarà lui il leader del futuro per il centrodestra». Berlusconi? Ancora determinante

Non è un mistero: Vittorio Sgarbi avrebbe voluto essere candidato sindaco di Milano, con il centrodestra. Ed è convinto che avrebbe vinto a mani basse. «Ma vincerà anche Stefano Parisi», giura ora Sgarbi alla vigilia del primo turno delle Comunali, mentre risponde al telefono in macchina, nel suo eterno peregrinare lungo l’Italia. Perché il critico d’arte, ex deputato, ex sottosegretario ed ex assessore alla Cultura proprio a Milano, è convinto che tanti elettori del Movimento 5 Stelle faranno lo scherzetto a Giuseppe Sala. Anzi, più che all’ex commissario dell’Expo, lo vorrebbero fare al suo principale sponsor politico: Matteo Renzi. «Ma non è – chiarisce subito – che sono una Cassandra. Magari mi sbaglio. Di certo Milano è il punto da cui può ripartire l’offensiva del centrodestra. E Berlusconi un suo progetto ce l’ha». Anche Sgarbi è infatti convinto che queste elezioni Comunali siano un bel rischio sottovalutato per il premier e segretario del Pd: «Se alla fine vince a Milano, ha stravinto. Se vince solo a Torino, sarà pari e patta. Se perderà sia a Milano sia a Torino sarà invece la disfatta, perché Napoli è già persa e Roma andrà ai grillini». Uno scenario tratteggiato con la leggerezza del vecchio conoscitore dei fatti del mondo, che arriva però al termine di un ragionamento partito proprio da Milano (per Sgarbi un po’ la città d’adozione) e dalla campagna elettorale più incolore di cui ci si ricordi in tempi recenti.

Sgarbi, uno come lei come giudica una campagna così, fatta dai e per i tecnici, e piuttosto sotto tono?

Con me sarebbe stata molto più divertente, questo è sicuro. E avrei vinto. Avevo avuto due proposte, per queste elezioni. Una da Silvio Berlusconi, per candidarmi a Bologna, ma ho rifiutato. La seconda me la sono fatta io stesso, quando Berlusconi è venuto al compleanno di mio padre e gli ho detto che sarei stato il candidato perfetto per Milano, come gli ha spiegato al telefono anche Enrico Mentana. Lui, non so se da solo o per volontà di altri, ha ritenuto invece che fosse meglio scegliere un altro candidato. E mi sono ritirato. A Milano avrei condotto una battaglia simbolica. Parisi non combatte una battaglia simbolica ma una battaglia di merito sulla base della sua somiglianza con Sala: Parisi e Sala sono stati entrambi direttori generali di sindaci, sono due candidati non politici, anzi sub-politici.

Perché è convinto che Parisi ce la possa fare?

A Milano vincerà il migliore sulla base della propria competenza professionale ma anche dell’unica vera variabile. Ne ho parlato con Alessandro Di Battista e ho la certezza che l’odio prevalente dei 5 Stelle per il Pd porterà i loro voti su Parisi al secondo turno. E questo deciderà le elezioni.

Ma per Sala non ci sarà un effetto Expo?

No, ormai c’è un po’ di effetto Expo e un po’ di antipatia per Renzi. Sala sarebbe stato un ottimo candidato del centrodestra e avrebbe stravinto. Ora prenderà tutto quello che può prendere la sinistra, al primo turno arriverà al 40-42%. Ma si fermerà lì anche al secondo turno. Sala ha finto di essere di sinistra, senza esserlo, per pura convenienza. Parisi invece è più stilish. La vera differenza fra i due è che mentre Sala si appoggia alla sinistra, Parisi è appoggiato dalla destra. Una differenza fondamentale.

Ma perché, secondo lei, una città come Milano non è riuscita a esprimere un candidato sindaco politico e ha dovuto affidarsi a figure tecniche?

Per la sinistra questo dipende dalla mancanza di resistenza fisica e umana di Giuliano Pisapia, che sarebbe stato il candidato naturale. Per la destra, essendo in disfatta, un candidato politico sarebbe stato meno efficace di Parisi. Io sarei stato l’unico candidato politico ma autonomo. Fare il sindaco sarebbe stato per me un passo in avanti, anche se un sindaco ha un ruolo difficile, si prende tutte le rogne. Il ruolo importante è fare l’assessore alla Cultura.

Lo rifarebbe?

Lo rifarei certamente, è il ruolo in cui mi sono divertito di più.

Dovesse avere ragione su Parisi, che cosa gli consiglierebbe di fare per dare anima alla sua azione di sindaco?

Parisi mi sembra uno strutturato sul piano tecnico come Gabriele Albertini, che era un sindaco ambizioso ma moderato e consapevole dei suoi limiti. Parisi è uno più creativo e a questa creatività saprà aggiungere le componenti strutturali e organizzative di Albertini. Detto questo, anche se Milano è l’unico punto in cui può partire l’offensiva del centrodestra, non penso che Parisi sarà il leader del futuro.

Perché è “ricattabile” dalla Lega?

No, questo no. Parisi mi sembra una persona autonoma. Il problema reale è invece che nel centrodestra non c’è al momento un candidato politico se non Matteo Salvini. Quello che però ha in mente Berlusconi, Berlusconi lo sta già facendo, guardando alle prossime elezioni Politiche: lui resterà in prima fila, nonostante non sia candidabile, per portare Forza Italia in un sostanziale testa a testa con la Lega.

Ma Berlusconi sposta ancora tanti voti?

Lo ha già dimostrato tante volte. Il suo partito è dimezzato, diamolo al 10%. Ma è un 10% che rimane. Con Berlusconi che fa campagna elettorale nel ruolo dell’eterno combattente, guadagnerà i 3-4 punti che vale la mozione degli affetti: da qui al 2018, o quando si voterà, può portare Forza Italia al 15%, come la Lega. Questo è il massimo che può fare ed è quello che vuole fare Berlusconi. Anche perché il dato nuovo è che con la legge elettorale che prevede il ballottaggio, assisteremo a un corpo a corpo fra i tre schieramenti. L’area del Pd vale il 32-33%, esattamente come quella del centrodestra che ha in mente Berlusconi, il Movimento 5 Stelle varrà un 29-30%. Se la giocheranno così.

Senta Sgarbi, magari lei però non ha ragione. Se contiamo i riflessi politici sulla leadership di Renzi considerando tutti gli scenari possibili, come la vede?

Certo, io non sono una Cassandra. Posso anche sbagliarmi e Sala può anche vincere a Milano. Ragionando, dico che perdere a Milano non basta a far uscire di scena Renzi, deve perdere anche Torino. Se alla fine vince a Milano, Renzi ha stravinto. Se vince solo a Torino, sarà pari e patta. Se perderà sia a Milano sia a Torino sarà invece la disfatta e può ritirarsi fin da subito, perché Napoli è già persa e Roma andrà ai grillini. L’unica certezza che ha Renzi è Bologna, lo dissi anche a Berlusconi quando mi propose di candidarmi lì: Virginio Merola faceva il casellante, se avessero candidato a Bologna anche un Telepass, avrebbe vinto il Telepass, perché lì non vince il candidato ma la compattezza di un’area politica.

Twitter: @ilbrontolo