TaccolaL’odio razziale in Usa non si spegne, nonostante Obama

L'80 per cento degli arrestati a New York sono afroamericani. Roberto Festa: «C’è una situazione di crescente tensione. La nuova leadership nera non è più disposta ad aspettare una giustizia che non arriva mai»

Come insegna la storia del terrorismo negli Stati Uniti, anche la strage di Dallas è opera di un lupo solitario. Cinque poliziotti uccisi nella sera di giovedì 7 luglio (nella notte tra giovedì e venerdì ora italiana) durante una manifestazione contro gli omicidi di due ragazzi neri da parte di poliziotti avvenuti nei giorni scorsi. I feriti sono nove. Le prime ricostruzioni, che parlavano di più sospetti coinvolti, hanno man mano lasciato spazio a quella secondo cui è stato solo Micah Xavier Johnson a sparare. Johnson, asserragliatosi in un garage, è stato poi ucciso dalle forze dell’ordine, probabilmente con l’esplosivo usato per forzare la porta. Il cecchino, 25 anni, era un riservista dell’esercito americano in servizio in Afghanistan. «Il responsabile è uno solo», commenta Roberto Festa, giornalista di Radio Popolare e del Fatto Quotidiano, che da anni racconta gli Stati Uniti con reportage e analisi sulle sue trasformazioni politiche e sociali. L’omicidio, commenta, è arrivato dopo mesi di tensione crescente. Mesi in cui una nuova leadership della comunità nera si è imposta e ha manifestato un’insofferenza crescente verso il “razzismo giudiziario” degli Stati Uniti. In cui si sono moltiplicati le violenze e gli omicidi ai danni degli afroamericani. In cui la presidenza Obama ha finito per polarizzare gli animi, dando luogo allo stesso tempo a un aumento delle violenze e a una maggiore rivendicazione dei diritti. Le vittime sono poliziotti, che oggi vengono pianti. Ma la polizia, dall’omicidio di Michael Brown, nel 2014, ha fatto pochissimo per riformarsi.

Vedremo nelle prossime ore cosa diranno le indagini sulla dinamica della strage di Dallas. Ma cominciamo col chiederci: era in qualche modo prevedibile?

La storia americana è costellata da lupi solitari che a un certo punto agiscono. Gli ultimi episodi lo hanno confermato, dalla strage di Orlando (49 persone uccise in un locale frequentato da omosessuali, ndr) a quella di San Bernardino.

Dopo Orlando la politica americana si divise sull’attribuire maggior peso al tema del possesso delle armi o al terrorismo islamico. Cosa prevarrà in questo caso?

Già ci sono nuove richieste di riaprire la discussione su una legge sui limiti alla vendita delle armi. Ma certamente, visto il clima di tensione che si era creato nei giorni scorsi, si darà molto peso alla questione razziale.

In che clima si è inserito questo episodio?

Il clima sicuramente è molto difficile. È una situazione molto calda, in cui ci sono continui attacchi contro la comunità nera. Dal primo gennaio sono 558 le persone ammazzate dalle forze dell’ordine (al conteggio è dedicato il minisito del Guardian “The Counter”, ndr). Di queste vittime, una buona parte sono afroamericani. Spesso sono barboni, la cui uccisione non fa notizia. In altri casi, come in quello di mercoledì (6 luglio, ndr) a St. Paul, Minnesota, dove è stato ucciso Philando Castile, le scene vengono riprese dagli smartphone e diventano virali. È un contesto carico di tensione, esacerbata dal razzismo giudiziario che esiste negli Stati Uniti.

«È una situazione molto calda, in cui ci sono continui attacchi contro la comunità nera. Dal primo gennaio sono 558 le persone ammazzate dalle forze dell’ordine. Di queste vittime, una buona parte sono afroamericani. È un contesto carico di tensione, esacerbata dal razzismo giudiziario che esiste negli Stati Uniti»

Perché razzismo giudiziario?

I neri sono il 13% della popolazione. Ma è nero il 37% delle persone arrestate per consumo di droga. È afroamericano l’80% delle persone fermate dalla polizia di New York. Un ragazzo afroamericano ha 3-4 volte le probabilità di finire in carcere durante la sua vita di un suo coetaneo bianco. Sono dati che ha richiamato anche il presidente Obama. Ci sono stati dei casi particolarmente scioccanti come quello Freddie Carlos Gray, a Baltimora. C’è stato un continuo aggiornamento dell’elenco di neri morti, ma nessuno è mai stato ritenuto veramente responsabile di questi omicidi. Pochi giorni fa Darren Wilson, il poliziotto che nell’agosto del 2014 uccise il diciottenne Michael Brown, è stato da poco scagionato da qualsiasi accusa.

Quale è stata la reazione della comunità nera negli ultimi mesi, di fronte a questa escalation?

Si è affermata una nuova leadership afroamericana, una rete di organizzazioni sotto la sigla di “Black Lives Matter”. Le tensioni hanno cambiato profondamente la comunità afroamericana, che non è più disposta ad aspettare giustizia. Qualche giorno fa è stato chiuso il famoso caso dei tre attivisti uccisi nel Mississippi 1964 (che ispirò il film Mississippi Burning, ndr), che era stato riaperto nel 2005. Il giudice ha concluso che non si poteva più arrivare alla verità, perché troppi protagonisti erano morti. Questo è un pattern, un modello, che continua a ripetersi nella storia della comunità nera.

«L’elezione di un presidente afroamericano ha provocato una reazione nelle parti della società razziste, sono aumentati gli “hate crimes” e il numero di neri morti. Però Obama ha avuto una funzione positiva, soprattutto sulle nuove generazioni. Oggi un ragazzino afroamericano che vive in un sobborgo di Cleveland sa che potrebbe diventare presidente. Questo porta anche all’emergere di rivendicazioni dei diritti in maniera più forte»

Qual è stata l’influenza del presidente Obama? La sua figura è stata alla fine positiva o paradossalmente negativa per la comunità nera?

Ci sono entrambi gli aspetti. L’elezione di un presidente afroamericano ha provocato una reazione nelle parti della società razziste, sono aumentati gli “hate crimes” e alla fine anche il numero di neri morti. Dall’altro lato, però, Obama ha avuto una funzione positiva, soprattutto sulle nuove generazioni di afroamericani. Oggi un ragazzino afroamericano che vive in un sobborgo di Cleveland sa che potrebbe diventare presidente. Questo porta anche all’emergere di rivendicazioni dei diritti in maniera più forte.

Le vittime di Dallas sono poliziotti. Non sono i primi. Alla fine del 2014 due poliziotti furono uccisi a New York. Seguì una parata della polizia che diede le spalle al sindaco Bill De Biaso, che aveva criticato le forze dell’ordine per la violenza di cui si rendono protagonisti. Oggi è il giorno del dolore. Ma una riflessione va comunque fatta. Cosa è cambiato negli ultimi due anni nella polizia?

Dopo il caso di Michael Brown, nell’estate del 2014, il Dipartimento di Giustizia aveva concluso che i diritti costituzionali dei neri venivano violati. Lo stesso Dipartimento di Giustizia aveva chiesto alle polizie locali di fare dei corsi per aggiornarsi e cambiare atteggiamento. Ma non ci sono stati progressi. La polizia, spesso con l’aiuto delle autorità locali, ha fatto di tutto per difendere l’indifendibile. Anche in una grande città come Chicago, dove ci sono voluti 14 mesi di proteste perché fosse diffuso il video dell’omicidio di un 17enne nero, Laquan McDonald, colpito 16 volte. Certo, ci sono tante storie che vanno in senso opposto. Nella stessa Dallas poliziotti si erano scattati delle foto assieme a ragazzi afroamericani alla manifestazione, prima che cominciasse la strage.

Il discorso del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, dalla Polonia, sulla strage di Dallas:

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