Pizza Connection1968: rivoluzione Fosbury

Un ingegnere di Portland rivoluziona per sempre il salto in alto diventando il simbolo degli innovatori

Si stanno disputando le Olimpiadi del 1968 a Città del Messico. Sono le 5.20 di pomeriggio del 20 ottobre e in ballo c’è la medaglia d’oro nel salto in alto. Le cose sono già chiare dall’ottavo salto. In corsa per il podio sono rimasti in tre: il sovietico Valentin Gavrilov e i due statunitensi Ed Caruthers e Dick Fosbury. Tutti e tre si ritrovano per la prima volta a battagliare per la medaglia olimpica, ma Fosbury ha un asso nella manica che tira fuori proprio in occasione delle Olimpiadi. O meglio, il mondo lo scoprirà solo durante le giornate olimpiche, perché la federazione a stelle e strisce ha custodito il segreto di Fosbury per tutti i trials, le gare con cui ci si qualifica ai Giochi.

D’altronde erano gli anni dei segreti e della guerra fredda, e quell’esplosione di di forza e coordinazione non poteva essere svelata prima: i russi andavano tenuti dietro e a debita distanza. Solo a Città del Messico il pubblico scopre il «salto alla Fosbury», che diverrà in seguito la tecnica utilizzata da tutti i saltatori in alto del futuro. Fosbury, lungagnone che supera il metro e novanta, non salta come tutti gli altri. Ha perfezionato una tecnica che in passato è stata utilizzata da Bruce Quande, uno dei più grandi dimenticati della storia dello sport.

Essì, perché tutti saltavano quell’asticella con la pancia rivolta verso il basso. Stile ventrale, lo chiamavano. Si faceva così dal 1912, e di arrivare alle Olimpiadi e saltare in altro modo proprio nessuno ne aveva intenzione. Tranne uno: Dick Fosbury. Fino ad allora non aveva avuto una carriera di acuti importanti l’atleta di Portland, Oregon. Tanto che anche dopo quella medaglia d’oro si dedicò ben presto all’attività per cui era rimasto sui libri, cioè l’ingegnere in quel dell’Idaho.

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Torniamo però a quella sera del 20 ottobre del 1968. «Con il numero 272, per gli Stati Uniti d’America, si appresta a saltare Richard Fosbury». Lui si presenta lì, concentratissimo con una scarpa di un colore diverso dall’altro «la destra di quel colore – disse – mi dava una spinta verso l’alto superiore rispetto a un altro tipo di calzatura». Vogliamo credergli. Intanto lui sulla pedana inizia a correre. A pochi metri dal materasso fa una leggera curva e poi via: si salta e con un gioco acrobatico di braccia e un colpo di reni si arriva all’asticella. L’ultima cosa da fare rimane sollevare le gambe. È fatta. Una rivoluzione. Dagli anni ’80 in avanti tutti gli atleti iniziano a utilizzare il «Fosbury flop», il salto alla Fosbury. E l’asticella inizia ad alzarsi: il record del mondo con salto ventrale è di 2.35 e lo stabilirà il russo Vladimir Jaščenko. Con il Fosbury la misura arriverà dieci centimetri più in alto e imbattuto sul tetto del mondo a 2.45 c’è ancora il cubano Javier Sotomayor dal 1993.

Fu una rivoluzione assoluta quel salto. In gara Fosbury battagliò con il connazionale Caruthers e con il russo Gavrilov. La svolta arriva alla misura di 2 metri e 22. Per il fresco inventore, o meglio, perfezionatole di quel salto, non sono ancora arrivati errori. Caruthers invece riesce a saltare la misura al secondo tentativo, mentre Gavrilov esce definitivamente di scena. A 2.24 la tensione sale: sia Caruthers sia Fosbury sbagliano i primi due tentativi. Al terzo Dick supera l’asticella, mentre Caruthers deve capitolare. Medaglia d’oro e record olimpico per l’atleta di Portland, che probabilmente non lo sa ancora, ma ha rivoluzionato uno sport intero, e regalato un sogno agli innovatori.