Vedi Westworld e poi muori

La serie tv HBO, scritta da Jonathan Nolan e Lisa Joy e prodotta da J. J. Abrams, è arrivata alla fine della prima stagione dimostrando che l'asticella del formato seriale televisivo si può ancora alzare, e di parecchio

Chi è il misterioso uomo in nero che non ha un briciolo di pietà? Che rapporto ha con Dolores? E con William? E Bernard è veramente quel che sembra? E chi c’è dietro Ford? E dietro Delos? Che senso ha il labirinto? Dove porta? Da quanto tempo esiste Westworld? E fuori, che cosa c’è? Chi si è ribellato a chi? E chi resta in piedi alla fine?

C’è poco da girarci intorno: Westworld è un capolavoro. Certo, forse lo si poteva dire fin dal principio, ma ora che la prima stagione della serie televisiva HBO scritta da Jonathan Nolan e da Lisa Joy e prodotta da J. J. Abrams è finita è il caso di ribadirlo: perché con Westworld, finalmente, qualcuno ha deciso che era ora di finirla con i compitini e che era venuto il momento di prendere il formato seriale da piccolo schermo e riempirlo di qualcosa che ne valesse veramente la pena.

Westworld ha veramente alzato l’asticella. È una di quelle serie che segnano il passo di tutot il genere, che condizionano potenzialmente tutte quelle che hanno intorno, che rendono tutto quello che abbiamo visto finora lento, prevedibile e semplice. Ispirata da un’idea originale sviluppata da quel genio di Michael Crichton, che nel 1973 sulla stessa idea ci ha girato un film diventato poi un grande cult del genere, in una manciata di puntate e in soli due mesi di programmazione Westworld ha cambiato le regole del gioco, sia quelle interne della narrazione, sia quelle esterne della fruizione.

Dal punto di vista interno, quello della struttura della costruzione narrativa della sua trama, Westworld è stata capace di compiere un piccolo miracolo: con la sua straordinaria complessità e molteplicità sia spaziale che temporale, ha reso il labirinto narrativo di Lost una ridicola bambinata, ma ha anche ricordato all’esimio Doctor Who che non servono 10 anni per far provare le vertigini al pubblico.

A livello strutturale Westworld è un gioco di specchi, di rimandi continui, una rincorsa di livelli spaziali e temporali che si sovrappongono in un labirinto la cui via di uscita è un paradosso. Roba da farci impazzire Genette e tutti i più coriacei strutturalisti francesi. Se fosse una passeggiata in montagna di sicuro sarebbe una di quelle che partono al mattino con una camminata, e che dopo il panino con il prosciutto del pranzo, iniziano a prender quota fino al passo, superano un ghiacciaio e poi, con un’ultima scalata, arrivano al panorama mozzafiato della vetta, una di quelle passeggiate che quando sei arrivato in cima non te ne vuoi più andare.

Ma anche dal punto di vista esterno, nel rapporto tra se stessa e i suoi fruitori, Westworld ha colpito nel segno. Se è vero che praticamente tutte le altre serie tv fino ad oggi hanno avuto un rapporto passivo e impaurito davanti agli spoiler, Westworld, come gli host che lo popolano, ci porta a ribellarci a questa logica, a trasformare lo spoiler da temibile punto di arrivo delle conversazioni tra fan a vertiginosi punto di partenza per sviluppare qualche pazzesca teoria sulla natura ultima di quello a cui assistiamo. Certo, anche all’epoca di Lost si sprecavano le teorie sul significato dell’Isola, anche durante ogni stagione di Game of Thrones impazzano le teorie genealogiche sull’origine di Jon Snow, anche in mille altre serie siamo portati a complottare e a inventarci possibili traiettorie narrative sorprendenti.

Solo che in Westworld poi quelle cose succedono veramente e l’appassionante gioco nato intorno a queste teorie ha preso il sopravvento e spazzato via i timori. Per la prima volta, al bar, le conversazioni non si fermavano davanti alla visione degli episodi non perfettamente sincronizzata tra gli amici. Ma da quelle lacune spesso partivano. Tante sono state le possibilità e le domande che Westworld ci ha aperto nella testa che ci siamo ritrovati a parlare di potenziali spoiler senza nemmeno farci caso. Ed è successo proprio perché Westworld è scritta, girata e prodotta magistralmente. Non teme gli spoiler, tutt’altro, ci punta, li provoca e li cavalca.

Il capolavoro di Nolan e Joy è quello di aver costruito un gigantesco ummagumma, uno di quei sistemi che ha al suo interno il frattale di se stesso e, come una mise en abyme negli stemmi medievali, si replica al proprio interno all’infinito. La carta che chiude il punto di questa straordinaria serie è proprio questa e non riguarda gli host, né il rapporto tra uomo e macchina. Riguarda noi.

Facendo finta di raccontarci la storiella delle creature che si ribellano al proprio creatore ci ha messo nella stessa situazione di quelle creature, Westworld ci ha convinti di poterci pensare più scaltri di dio, di gonfiare i nostri ego raccontandoci di essere in grado di prevedere le sue decisioni e di identificare le svolte narrative e i colpi di scena in anticipo. Westworld, accompagnandoci all’interno del suo mondo narrativo con semplice complessità, spiegandoci di tanto in tanto i passaggi e facendoci credere di assistere a una semplice narrazione esterna onnisciente ci ha portato in mezzo al labirinto e ci ha messo in mano una colt con un solo proiettile in canna.

Un po’ come Ford con i suoi host. Ford il genio, il padrone del sogno, l’inventore di Westworld, che asseconda la propria mania di grandezza ingannando sia gli uomini che le macchine e piegando inevitabilmente tutti al suo volere.

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