AutomazioneI robot non tolgono ma creano lavoro (ed è ora che ce ne rendiamo conto)

Il primo studio territoriale sull’impatto dell’industria 4.0 in Veneto mostra che le aziende digitali creano più posti di lavoro di quelle meno innovative

Chi l’ha detto che i robot ci rubano il lavoro? Anzi, lo creano. E ora c’è anche una ricerca italiana che lo dice. Dal Veneto arriva il primo studio territoriale sull’impatto dell’industria 4.0 sull’occupazione: il risultato è che le imprese che usano le tecnologie digitali non solo non hanno ridotto i dipendenti, ma da sole hanno creato il 75% dei posti di lavoro in più rispetto a quelle meno tecnologiche.

Il rapporto “Industria 4.0 in Veneto”, presentato dalla Cgil a Treviso, mostra l’altra faccia della vulgata comune che vuole i robot distruttori del lavoro umano. Tra il 2012 e il 2014 sono proprio le imprese venete che hanno adottato le tecnologie ad aver assunto il maggior numero di dipendenti. Soprattutto tra i più istruiti. I laureati che hanno trovato un lavoro nelle imprese più innovative sono il 6% in più di quelli che lo hanno trovato invece nelle aziende rimaste indietro nell’innovazione digitale.

Su un campione di 900 aziende, la crescita occupazionale netta è stata di 1149 posti, di cui 870 posti di lavoro attribuibili alle imprese utilizzatrici di robot (75%). La crescita più alta si è verificata per lavori che richiedono un’alta specializzazione (+10%) e la laurea (+16%). E a parità di altri fattori, le imprese con un’alta percentuale di laureati hanno una probabilità cinque volte superiore di utilizzare il digitale rispetto a imprese che hanno dipendenti poco qualificati nelle proprie fila.

Su un campione di 900 aziende, la crescita occupazionale netta è stata di 1149 posti, di cui 870 posti di lavoro attribuibili alle imprese utilizzatrici di robot

Guardando ai settori, in quello manifatturiero i laureati assunti nelle imprese digitali sono stati quasi il doppio rispetto a quelli che hanno firmato un contratto in quelle poco digitali: +23,3% rispetto al +12,6%. Anche nel settore delle costruzioni la differenza è notevole: +19% nelle imprese che utilizzano il digitale, contro +0,3% in quelle che non lo fanno.

I lavori che non richiedono competenze particolari, invece, sono in declino in tutti i tipi di aziende, digitali e non. Con un picco soprattutto in quelle del terziario tech: -20%.

«I casi studio», scrivono i ricercatori, «mostrano come non sia il puro numero di laureati o lavoratori qualificati a determinare l’utilizzo delle tecnologie. Ben più importante è il mix dei diversi gruppi di lavoratori, che permetta uno sfruttamento intelligente delle risorse e competenze».

Anche i meno qualificati, insomma, possono non restare indietro. La parola chiave è “formazione”. E in questo caso può entrare in gioco anche il sindacato. «Il sindacato può avere un ruolo in particolare nella formazione continua», ha spiegato a Rassegna.it Dejan Pejcic, ricercatore dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, tra gli autori dell’indagine, «per evitare che un lavoratore si trovi in difficoltà, in balia di quello che decide l’azienda». O, peggio ancora, un algoritmo.

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