Acquari pensati per rubare, ovvero: come sprecare centinaia di milioni di soldi pubblici per vasche di pesci mai aperte

A Roma il caso più clamoroso: l’acquario «Sea Life» è un cantiere aperto dieci anni fa e mai chiuso. Intanto è costato già 120 milioni di euro. A Bari un acquario che è solo macerie e scavi è sulle guide turistiche. E Napoli non è da meno

ANDREAS SOLARO / AFP

Se ne parla poco, ma nel catalogo degli orribili sprechi del denaro pubblico stanno salendo di quota gli acquari. Spesso inutili, talvolta finti, e quasi mai terminati oppure abbandonati nel più completo degrado. Ho cercato di capire il senso di questa moda degli acquari e poi tutto mi è stato spiegato con estrema chiarezza: con gli acquari è facile imbrogliare. E rubare soldi pubblici.

Innanzitutto è un’opera classificata come una spesa green, dunque è di moda, fa tendenza e incrocia tutta la retorica sulla sostenibilità che i cinici usano solo per i loro affari. Poi si tratta di un’opera pubblica piccola, di impatto non enorme, dove i vari costi specifici possono essere facilmente gonfiati. Chi potrà mai contestare la spesa per una speciale vasca per le tartarughe? Chi avrà qualcosa da ridire su un particolare tipo di pavimento che serve per le vasche dei pesci? E così via. Morale: con l’acquario la truffa e lo spreco sono garantiti.

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