Il debito in Africa: ogni abitante dell’Angola deve 745 dollari alla Cina

La morsa, lunga e sottile, di Pechino, porta molti Paesi a indebitarsi e a cedere importanti asset strategici ed energetici. Petrolio, per esempio, ma anche terre e diritti di sfruttamento

Prima arrivano con i prestiti e le infrastrutture, insieme a tante promesse di sviluppo. Poi, a un certo punto, diventano creditori esigenti. Prima chiedono i soldi e, se non ci sono, vogliono le risorse naturali. È così che l’Africa, di prestito in prestito e di progetto infrastrutturale in progetto infrastrutturale, sta diventando una sorta di colonia della Cina.

Secondo Deborah Brautigam, dell’Iniziativa di ricerca Cina-Africa, i Paesi che hanno ceduto risorse naturali ai cinesi hanno diminuito le proprie entrate. È il caso dell’Angola, che ora deve il 63% delle sue esportazioni petrolifere a Pechino. E altri 35 Paesi della fascia subsahariana, già molto indebitati, rischiano di non riuscire più a sostenere i propri obblighi. La lista è impressionante: la Cina detiene il 55% del debito estero del Kenya e il 70% del debito pubblico bilaterale del Camerun. Per tornare all’Angola, ognuno dei suoi 28 milioni di abitanti deve alla Cina 745 dollari.

Non solo: il debito sta minando ogni forma di sviluppo. Gli oneri del servizio del debito ghanese, per fare un esempio, hanno raggiunto il 36,2% nel 2017. Mentre nel 2011 era “solo” al 32,9%.

Del resto, la Cina è un partner commerciale privilegiato. Non ha alle spalle antipatiche storie di colonie alle spalle e in più, a differenza degli Europei, non fa strane richieste di democrazia e rispetto dei diritti umani (e ci mancherebbe: è la Cina). Gli Stati più autoritari apprezzano: accettano le offerte di prestito, mettono in cantiere lavori infrastrutturali e poi si trovano indebitati con Pechino. Complimenti a tutti.

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