Massini: «Il teatro non è mai consolatorio, è sempre politico»

Il drammaturgo della trilogia dei Lehman sbarca in libreria con un libro sul caso Moro in cui, anziché continuare a scavare nel corpo del rapito come fanno tutti gli altri, disseziona l'Italia del 1978. «Sono un rabdomante di vene occulte più che un cantore di somme gesta»

Infine, l’irrompere della belva dona alla Storia, a una pagina di cronaca – pur sempre cronaca, per quanto agghiacciante, destinata alle corone d’alloro e all’allarme della corruzione – il nitore del Genesi. “Il 9 maggio 1978, nelle prime ore del mattino, un elicottero dei carabinieri si era levato in volo per perlustrare i dintorni di Latina alla ricerca di belve in fuga. Ma non si trattava di terroristi. Riferiscono le cronache che poco prima un camion del circo Orfei era uscito di strada schiantandosi contro un albero, e nell’incidente due gabbie si erano spalancate, quella del puma e quella della pantera”. Belve nella campagna romana. Uno splendore dai denti letali nel giardino di casa. “Vedere il puma o la pantera ridotti a gattini implica in qualche modo la rivincita dei figli di Adamo, il loro riscatto sul serpente che gli tolse l’Eden. Malati di orgoglio, cerchiamo la conferma di una definitiva appropriazione del pianeta, entusiasmandoci alla sottomissione di tutto ciò che sembra invincibile”. Quello stesso giorno, quarant’anni fa, l’evento bestiale: il bagagliaio della Renault 4 rossa aperto come un ruggito, il corpo, sghembo, di Aldo Moro. “Aldo Moro era un po’ come il puma degli Orfei: uno statista chiuso in gabbia per esibire la farsa di un potente ridotto all’ubbidienza, costretto a tendere la zampa e mostrarsi sottomesso”. Aldo Moro, il puma: l’immagine, ora, non ha l’enigma di una ‘pagina di Storia’, ha la magniloquenza di un simbolo.

Rewind. Mentre la telefonata sta atterrando verso i saluti, convenzionali, toglimi una curiosità, gli faccio. Dì, fa lui, dall’incipiente accento fiorentino. Quali sono le tue fonti, le tue letture, insomma, cosa leggi? “Tanta, grande letteratura straniera, anglosassone, di certo, americana, penso a Melville. Poi mi piacciono i russi. E gli slavi. Magda Szabó, ad esempio. Sono poco ‘italiano’, e questo, forse, è un limite; questa, in effetti, è una delle rare occasioni in cui ho parlato di Italia”. Pare un paradosso, gli dico. Perché 55 giorni. L’Italia senza Moro (Il Mulino 2018, pp.170, euro 14,00) ha l’acutezza e l’acribia narrativa del Grande Romanzo Italiano, quello che si continua a scrivere senza mai trovarne la cifra risolutiva. Lui nicchia. Io gli dico. Sei stato l’anatomopatologo del 1978. Ha avuto una idea potente, in effetti. Mentre tutti – troppi – quarant’anni dopo hanno continuato a scavare nel corpo di Moro, scassinando date, cronologie, secondi, secondini, ambiguità, collusioni, rapacità seriali. Lui ha fatto altro. Ha dissezionato l’Italia di quell’anno, l’Italia del ’78. D’altronde, dice lui, all’inizio, “non ho timore a confessarvi di ritenermi con orgoglio più un rabdomante di vene occulte che non un cantore di somme gesta”.

Lui è Stefano Massini. Lo conosco da anni, da quando, nel 2005, vinse il Premio ‘Tondelli’, appendice under 30 del Premio Riccione per il Teatro. L’odore assordante del bianco. Così si chiamava il testo premiato, che faceva pasto di Vincent Van Gogh. Piacque molto a Luca Ronconi e a Franco Quadri. Da allora ad ora: Massini è probabilmente il più riconosciuto drammaturgo italiano in giro, il suo Lehman Trilogy è un successo europeo, suoi testi sono messi in scena a Broadway. Nel frattempo, Massini dal 2015 è consulente artistico per il ‘Piccolo’ di Milano, è scrittore per Mondadori (Qualcosa sui Lehmanè uscito nel 2016; l’anno scorso è pubblico L’interpretatore dei sogni), è volto televisivo a Piazzapulita. Il testo su Moro, per altro, ha avuto una lettura televisiva, un mese fa, per voce e corpo di Luca Zingaretti, su RaiUno.

Nel racconto, lei allinea una serie di dettagli, spesso schizoidi, dal successo di Heidi a quello di Gilles Villeneuve, da “Suspiria” di Dario Argento alla “Febbre del sabato sera”, dai libri di Erich Fromm alle imprese di Ambrogio Fogar, da Corrado ai Ray Ban. Shakerando tutto, al netto di tutto: che Italia ‘intorno a Moro’ viene a galla?

Una Italia profondamente ‘in trincea’ per quanto riguarda i rapporti generazionali. Era un momento in cui i figli facevano la guerra ai padri, ma avevano un legame diretto con i nonni. Mi spiego. A dire delle le BR, la loro guerra continuava quella della Liberazione, che non era stata ancora conclusa, compiuta. I nipoti, in questo senso, continuavano la guerra dei nonni. Basti un esempio. Le BR firmarono alcuni agguati con la ‘Walther’, la pistola d’ordinanza nazista. Era un segnale chiaro che si perpetuava la guerra di Liberazione: riesumando le armi tedesche nascoste nei fienili dai partigiani, pronte ad essere imbracciate contro il nemico.

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