Il caso francese insegna: l’Europa della spendig review è finita. È ora di tirare fuori i soldi

Il centro di un organismo non può ignorare le periferie e se la Germania è il cuore di questa Europa, batta un colpo. Il momento è arrivato

La Francia è in fiamme. Il Belgio brucia. Al di là della manica barcolla il governo di Theresa May. Vista dal bunker di Berlino l’Europa è una cartina geografica piena di croci. In Spagna avanza un’armata franchista spinta da una disoccupazione che continua a sfiorare il 20%. La Grecia è un paese sconfitto, con un quarto dell’economia andato distrutto. E in Italia i populisti non sono in piazza a bruciare pompe di benzina, ma solo perché hanno scelto una via più democratica: sono al governo.

La cupola trasparente del Parlamento tedesco è il simbolo della ricostruzione postbellica e dell’unificazione: da lì si può ammirare una visione a 360° e a 360° la Germania è un paese sotto assedio. È il momento di tirare fuori i soldi. Se questa Europa teutonica vuole salvarsi, deve pagare un prezzo: così come lo paga Parigi per la Francia e la Lombardia per l’Italia. Il centro di un organismo non può ignorare le periferie e se la Germania è il cuore di questa Europa, batta un colpo. Il momento è arrivato.

L’esperimento socio economico che è stato imposto ai greci merita di essere studiato alla corte dei diritti dell’uomo più che nelle facoltà di economia. È stato un’esperimento atroce, effettuato su una popolazione di nemmeno 11 milioni di abitanti. L’Europa non sopravviverà se tenterà di far sorbire la stessa medicina agli italiani e tanto meno se cercherà di farlo coi francesi. Insieme Francia e Italia contano 127 milioni di cittadini, più di un quarto di tutta l’Unione Europea. Se da Francoforte pensano di risolvere gli squilibri finanziari chiedendo tasse patrimoniali, tasse sulla benzina, compressione dei salari, prelievi sulle pensioni, tagli alla spesa sanitaria e con altre forme di una mai debellata austerity che ora si chiama Fiscal Compact, significa che non hanno capito l’assedio a cui sono sottoposti.

Se da Francoforte pensano di risolvere con altre forme di una mai debellata austerity che ora si chiama Fiscal Compact, significa che non hanno capito l’assedio a cui sono sottoposti

Se il 60 % degli italiani appoggia il governo, se il 67% dei francesi dichiara di avere qualche simpatia per i gilet gialli, sarà il caso di chiedersi per chi la stiamo facendo questa Europa. Potrà pure essere che si sbaglino i cittadini italiani e francesi a inseguire le ricette populiste, potrà pure essere che siano accecati dalla paura, dalla rabbia, dalla consapevolezza di essere diventati obsoleti dal punto di vista produttivo e di fare parte di una “periferia economica” che è presente ovunque. Ma a meno che non si voglia abbandonare il progetto di un’Europa democratica e solidale, l’Europa che brucia va ascoltata.

La concorrenza globale, la rivoluzione tecnologica, l’invecchiamento della popolazione non sono problemi specifici di qualche paese. Sono anzi propriamente la sfida per la quale è nata l’Europa: difendere gli europei da queste minacce. E se ora queste “periferie”, da Atene a Parigi, dal Belgio alla Spagna, all’Italia sono scese in piazza significa che questa difesa non ha funzionato. Chi ha spinto e creduto nello sviluppo, nella libertà dei mercati, nella tecnologia, chi ha tratto vantaggio dalla modernità, non ha pagato il prezzo a chi invece è rimasto indietro.

Di fronte a un continente che complessivamente era e continua a essere il più ricco del mondo, i padri fondatori chiesero nei trattati cose diverse a paesi diversi. Ai paesi come l’Italia chiesero di essere oculati con i propri soldi e a paesi come la Germania di spendere i loro. Posero il vincolo del 3% per i primi e il tetto al surplus commerciale per i secondi. Sapevano che in un’unione monetaria tutti i soldi sarebbero stati drenati dal paese più forte e che sarebbe stato necessario porre un vincolo perché fossero ridistribuiti. Eppure in tutti questi anni la Commissione Europea ha usato due pesi e due misure. Ha sempre ritenuto un’onta l’infrazione sul deficit e una virtù lo sforamento del surplus commerciale.

Ma chi l’ha detto che la prima è più dannosa del secondo? Chi ha stabilito che è più grave? Se la teoria di Keynes vale ancora qualcosa e se soprattutto vale qualcosa dare un’occhiata alla cartina dell’Europa che brucia, è ora di rovesciare un antico pregiudizio: il problema dell’Europa non sono i soldi che ha speso l’Italia, ma quelli che la Germania non ha speso.

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