Joseph Beyus, nazista o messia? Storia dell’artista tedesco più controverso del ‘900

Da certi critici d’arte considerato ancora un bluff, un racconta storie, un ciarlatano, un individuo ambiguo, un nostalgico nazista convertitosi all’ecologismo, Beuys è strettamente intrecciato con il passato della Germania e dell’intera Europa

Da certi critici d’arte considerato ancora un bluff, un racconta storie, un ciarlatano, un individuo ambiguo, un nostalgico nazista convertitosi all’ecologismo, come il suo allievo prediletto, il famosissimo e quotatissimo pittore e scultore Anselm Kiefer, quindi boicottati entrambi, e per anni, proprio per quest’ultimo motivo, Joseph Beuys (Krefeld 1921 – Düsseldorf 1986) è probabilmente l’artista tedesco più importante e più controverso della fine del XX secolo, soprattutto perché il suo personaggio è strettamente intrecciato con il passato della Germania e dell’intera Europa.

Nel corso della sua intensa e azionistica vita, in cui arte e appunto esistenza sono divenuti un tutt’uno, come poi egli giustamente teorizzava, è passato dalla scultura all’installazione, dall’aderire al Movimento Fluxus alla performance, dal motto “La Rivoluzione siamo noi!” alla sentenza “Chi non conosce la morte non sa che cosa sia il pensiero!”, transitando dallo studio della antroposofia al seguire gli insegnamenti del filosofo Friedrich Schlegel, poi di Nietzsche e di Helena Blavatsky, per finire alla sola parola, alla sola enunciazione teorica, tenendo conferenze, nella sua ultima fase creativa ed esistenziale, che sono durate anche 12 ore, esplorando la concezione espansiva dell’arte anche nei regni della scienza, della politica e della spiritualità, operando in un modo completamente interdisciplinare e abbracciando conclusioni antropologiche e politiche di notevole valore ribellistico e anticonformista (seguendo una linea indubbiamente jüngeriana e oltremodo “aristocratica” nel porsi), in particolare ponendosi, come Pound, contro il capital-liberismo materialista e “usuraio” targato USA, e, ovviamente, contro il pensiero massificante e appiattente marxista, ambedue vincitori della Seconda Guerra Mondiale.

La prima volta che ho incontrato l’opera di Joseph Beuys è stato alla fine degli anni ’70 presso la galleria di Lucio Amelio, a Napoli, rimanendone oltremodo colpito. Fino a quel momento ero stato scettico nei confronti dell’arte “Concettuale” e “Povera”, sebbene cugino di Piero Manzoni. Ciò non significava che, culturalmente, o, meglio, intellettualmente non avessi ammirato Marcel Duchamp, ma quale pensatore e filosofo, non tanto come artista visivo e plastico. Del resto Duchamp aveva reso arte ciò che, secondo me, “sarebbe potuta anche essere arte, se non fosse stato altro” (e la sfumatura non è da poco), semplicemente attraverso il potere della sua mente, della sconcertante dialettica che possedeva e della forte personalità, e il risultato, a suo tempo, fu indubbiamente interessante, infatti la sua tesi centrale era che “l’arte è tutto ciò che un artista dice che quella sia arte”: un orinatoio, un portabottiglie, anche un’azione, infatti la proposizione di Duchamp era che l’arte non doveva essere giudicata dalla qualità artigianale espressa nel realizzarla, ma dai requisiti dell’idea che trasmetteva.

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