In tribunaleSvolta nel caso Cucchi, nell’Arma dei Carabinieri ora affiora la "questione morale"

L’arma dei carabinieri potrebbe costituirsi parte civile nel processo sulla morte di Stefano Cucchi: lo scrive “Repubblica”, pubblicando una lettera del comandante generale dell’arma dei carabinieri Giovanni Nistri a Ilaria Cucchi

Foto tratta dal profilo Facebook di Ilaria Cucchi

A quasi dieci anni dalla morte di Stefano Cucchi, l’Arma dei Carabinieri decide di prendere posizione nel processo, trovando quel coraggio che da tante parti era stato richiesto e avanzando l’ipotesi di costituirsi parte civile nel processo per depistaggio contro i suoi stessi militari. La rivelazione arriva da La Repubblica, che ha pubblicato una lettera scritta a mano da parte del comandante generale dell’Arma Giovanni Nistri, indirizzata a Ilaria Cucchi, sorella del giovane geometra trovato morto il 22 ottobre del 2009 in una stanza dell’Ospedale Sandro Pertini di Roma dopo essere stato arrestato e picchiato.

La lettera, dopo anni di distanza tra l’Arma e la famiglia Cucchi, è stata consegnata lo scorso 11 marzo a mano da Roberto Riccardi, portavoce di Nistri, che ha comunicato a Ilaria Cucchi l’intenzione di chiedere alla presidenza del Consiglio «l’autorizzazione a costituire l’arma parte civile nel processo per depistaggio ai suoi militari qualora nella richiesta di rinvio a giudizio appariranno evidenti le circostanze che la vedono parte lesa», scrive il quotidiano. Un impegno destinato a stravolgere i due processi, che vedono imputati e indagati otto persone tra militari, ufficiali e generali dell’Arma per l’omicidio di Cucchi e per il depistaggio nella ricerca delle responsabilità.

«Gentile Signora Ilaria Cucchi», si legge nella lettera, «… mi creda, e se lo ritiene lo dica ai suoi genitori, abbiamo la vostra stessa impazienza che su ogni aspetto della morte di Suo fratello si faccia piena luce e che ci siano infine le condizioni per adottare i conseguenti provvedimenti verso chi ha mancato ai propri doveri e al giuramento di fedeltà». E ancora: «Abbiamo la vostra stessa impazienza perché il vostro lutto ci addolora da persone, cittadini, nel mio caso, mi consenta di aggiungere: da padre. Lo abbiamo perché anche noi — la stragrande maggioranza dei carabinieri, come lei stessa ha più volte riconosciuto, e di ciò la ringrazio — crediamo nella giustizia e riteniamo doveroso che ogni singola responsabilità nella tragica fine di un giovane vita sia chiarita, e lo sia nella sede opportuna, un’aula giudiziaria».

Con la lettera, Nistri si impegna non solo a procedere disciplinarmente nei confronti degli autori del depistaggio e delle calunnie, ma a muovere con ulteriori iniziative nel procedimento a carico di quegli otto ufficiali che avrebbero coperto la verità su quei giorni di ottobre del 2009.

Mi creda, e se lo ritiene lo dica ai suoi genitori, abbiamo la vostra stessa impazienza che su ogni aspetto della morte di Suo fratello si faccia piena luce e che ci siano infine le condizioni per adottare i conseguenti provvedimenti verso chi ha mancato ai propri doveri e al giuramento di fedeltà

Ad oggi, sono in corso due processi che vedono coinvolti otto carabinieri per la morte di Cucchi. Storie giudiziarie travagliate, fatte di dichiarazioni, omissioni e minacce incrociate. Nel 2015, il carabiniere Riccardo Casamassima è il primo a vuotare il sacco, dopo aver ricevuto minacce – probabilmente dai suoi stessi ex colleghi – per rendere testimonianza negativa nell’ambito del processo d’appello. Casamassima rende spontanee dichiarazioni, convincendo la Prucura della necessità di riaprire l’indagine, rivolta in particolare ai carabinieri presenti nelle due caserme dove era avvenuta l’identificazione e la custodia in camera di sicurezza di Stefano Cucchi, tra la sera del 15 e la mattina del 16 ottobre 2009.

Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco vengono accusati di aver colpito Cucchi con schiaffi, pugni e calci, facendolo cadere e procurandogli lesioni diventate poi mortali, e per averlo sottoposto a misure restrittive non consentite dalla legge. Tedesco, con Vincenzo Nicolardi e il maresciallo Roberto Mandolini, deve rispondere anche dell’accusa di falso e calunnia, per l’omissione nel verbale d’arresto dei nomi di Di Bernardo e D’Alessandro, e per l’accusa di aver testimoniato il falso al processo di primo grado, avendo fatto dichiarazioni che portarono all’accusa di tre agenti della polizia penitenziaria.

Il 17 gennaio 2017, alla conclusione delle indagini preliminari, viene chiesto il rinvio a giudizio per omicidio preterintenzionale e abuso di autorità nei confronti dei tre militari dell’Arma. Il mese dopo vengono sospesi dal servizio, mentre poco più in là sul reato di abuso di autorità interviene la prescrizione.

A giugno 2018 la svolta che getta un’ombra sulla catena di comando dell’Arma. Francesco Tedesco, uno dei militari rinviati a giudizio, presenta alla Procura della Repubblica di Roma una denuncia contro ignoti, nella quale lamenta la scomparsa di un’annotazione di servizio da lui redatta il 22 ottobre 2009 e indirizzata ai suoi superiori, nella quale esponeva i fatti accaduti nella notte fra il 15 e il 16 ottobre precedente. In particolare, descrive di avere assistito al pestaggio di Cucchi nella caserma dei Carabinieri di Roma Casilina da parte dei suoi colleghi Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, cercando inutilmente di porne fine. Dopo la denuncia, la Procura avvia un’indagine iscrivendo nel registro degli indagati altri cinque militari dell’Arma dei carabinieri: Francesco Cavallo, Luciano Soligo, Massimiliano Colombo Labriola, Nico Blanco e Francesco Di Sano, tutti con l’accusa di falso, per un inquinamento probatorio che aveva ottenuto di sviare i processi verso persone che non avevano alcuna responsabilità. I cinque finora si sono avvalsi del diritto al silenzio. Nei loro confronti si sono chiuse le indagini. E nelle prossime settimane, la Procura chiederà il rinvio a giudizio.

Io per primo, e con me i tanti colleghi, oltre centomila, che ogni giorno rischiano la vita, soffriamo nel pensare che la nostra uniforme sia indossata da chi commette atti con essa inconciliabili e nell’essere accostati a comportamenti che non ci appartengono

Ma la mossa di Sistri ora cambia le carte in tavola. Rompendo il silenzio, il generale decide infatti di legittimare la scelta di chi, come Tedesco, militare dell’Arma e testimone del pestaggio su Cucchi, ha deciso di accusare i suoi stessi colleghi. Per la sua deposizione dell’8 aprile in Corte d’Assise, Tedesco ha chiesto, al contrario degli ufficiali che hanno testimoniato prima di lui tacendo o farfugliando qualcosa, di essere ripreso televisivamente.

«Comprendiamo l’urgenza e la necessità di giustizia, così come lo strazio di dover attendere ancora. Ma gli ulteriori provvedimenti, che certamente saranno presi, non potranno non tenere conto del compiuto accertamento e del grado di colpevolezza di ciascuno. Ciò vale per il processo in corso alla Corte d’Assise. E ciò varrà indefettibilmente anche per la nuova inchiesta avviata dal Pubblico Ministero nella quale saranno giudicati coloro che oggi si sono avvalsi della facoltà di non rispondere», scrive Nistri. Che nella parte finale della lettera decide di emettere definitivamente un giudizio negativo su quell’omertà che in tutti questi anni ha aleggiato sugli uomini in divisa in merito alla morte di Stefano Cucchi: «Io per primo, e con me i tanti colleghi, oltre centomila, che ogni giorno rischiano la vita, soffriamo nel pensare che la nostra uniforme sia indossata da chi commette atti con essa inconciliabili e nell’essere accostati a comportamenti che non ci appartengono. Con sinceri sentimenti. Giovanni Nistri».

Dopo dieci anni, e l’assoluzione dei cinque medici dell’Ospedale Pertini per omicidio colposo, si apre una nuova partita. Se la richiesta di rinvio a giudizio degli otto militari accusati di depistaggio ne offrirà giuridicamente lo spazio, Nistri – si legge su Repubblica – è intenzionato a chiedere alla Presidenza del Consiglio l’autorizzazione a costituire l’Arma come parte civile nel processo. Un coraggio che il vertice dell’Arma non aveva avuto al momento del rinvio a giudizio dei cinque carabinieri oggi a processo per omicidio. E che ora invece trova contro quella la catena di comando accusata di averli coperti. Una lettera indirizzata a Ilaria Cucchi, ma che diventa anche un messaggio ai cittadini e ai centomila uomini in divisa che comanda.