In rivoltaGrosso guaio a Hong Kong: ecco perché la Cina rischia grosso, se reprime le proteste

La Cina sa di poter reprimere in ogni momento le proteste a Hong Kong. La partita è decisiva soprattutto perché altre aree contese come Macao, Taiwan e Tibet potrebbero emulare la rivolta. Ma se tira troppo la corda il governo cinese rischia di frantumare la vetrina del proprio capitalismo

Anthony WALLACE / AFP

La tentazione cinese della mano dura su Hong Kong è forte. Sono passati due anni da quando il presidente cinese Xi Jinping riaffermò il controllo di Pechino su Hong Kong nel corso delle pompose celebrazioni per il ventesimo anniversario del ritorno dell’ex colonia britannica. Di quel solenne primo luglio 2017 non è rimasto che il clima di tensione, le proteste per la legge sull’estradizione, la loro radicalizzazione, la repressione della polizia antisommossa e la violenza delle bande criminali, probabilmente assoldate dalla politica.

Pechino può entrare a Hong Kong con la forza più o meno quando vuole. Secondo la Basic Law, la mini-costituzione della ex colonia britannica, l’esercito cinese è titolato a intervenire in caso di “disordini e minacce all’unità nazionale se sono fuori dal controllo del governo” locale retto dalla chief executive Carrie Lam, che ha ormai toccato il fondo della popolarità in quanto ritenuta la principale responsabile dell’erosione delle libertà promesse alla vigilia dell’”handover” con l’introduzione del modello “un Paese due sistemi”.

Dal 2047 Hong Kong non potrà più avere standard politici, economici e istituzionali diversi rispetto al resto della Cina

Le proteste contro la legge sull’estradizione che hanno dato il via alle manifestazioni non rappresentano che una parte di una tensione ben più profonda tra Hong Kong e Pechino in vista dell’avvicinarsi della data in cui l’autonomia di Hong Kong dalla Cina, negoziata dalla Gran Bretagna nel 1997, volgerà al termine. Dal 2047 Hong Kong infatti non potrà più avere standard politici, economici e istituzionali diversi rispetto al resto della Cina. E Pechino ha già dimostrato l’intenzione di erodere, passo dopo passo, l’autonomia di Hong Kong. Nel 2014, Hong Kong era già stata scossa dalle “proteste degli ombrelli” durate quasi tre mesi. Le manifestazioni erano esplose dalla decisione del Comitato permanente del Congresso del popolo di riformare il sistema elettorale di Hong Kong. La riforma, poi non adottata, fu percepita come una misura restrittiva dell’autonomia della regione, poiché comportava una sorta di “preselezione” dei candidati alla leadership di Hong Kong da parte del Partito Comunista Cinese.

I cittadini di Hong Kong temono di essere divorati dal dragone cinese, ieri come oggi. All’origine delle proteste vi è la preoccupazione che le richieste di estradizione verso la Cina continentale diano adito a violazioni dei diritti umani e che possano essere usate come pretesto per raggiungere i dissidenti politici fuggiti a Hong Kong dal territorio cinese. Nonostante il piano di estradizione non si applichi ai reati politici, il rischio è si finisca per “legalizzare” i rapimenti che si sono susseguiti a Hong Kong negli ultimi anni e di cui Pechino è stata in molte occasioni ritenuta la principale mandante.

Qualsiasi compromesso potrebbe creare un precedente che rischia di estendersi alle relazioni tra Pechino e altre aree contese come Macao, Taiwan, Tibet, Xinjiang e Mongolia interna

Ecco perché la partita di Hong Kong non è per niente marginale ma decisiva, se vista con l’ottica di Pechino. La Cina considera particolarmente minacciose le proteste che stanno scuotendo la città e lo stesso livello di integrazione internazionale della regione è visto come un pericolo. A 30 anni dall’anniversario di Piazza Tiananmen del 1989, Pechino ritiene che l’apertura al resto del mondo possa favorire le spinte centrifughe.

La Cina oggi è di fronte a un dilemma: qualsiasi compromesso potrebbe creare un precedente che rischia di estendersi alle relazioni tra Pechino e altre aree contese come Macao, Taiwan, Tibet, Xinjiang (la regione ribollente dei musulmani uiguri) e Mongolia interna. Pechino non può ignorare quanto accade a Hong Kong perché le proteste nell’ex colonia britannica potrebbero trovare facili emuli. Inoltre Pechino sta investendo sulla realizzazione della “Greater Bay Area”, una zona economica e finanziaria che comprende anche Hong Kong, in grado di rivaleggiare con le baie di San Francisco e Tokyo. I cinesi su Hong Kong non molleranno la presa ma sanno anche che se tirano la corda rischiano di mandare in frantumi la vetrina del loro capitalismo.