House of BruxellesMartin Selmayr lascia Bruxelles: ecco la prima vittoria di Ursula von der Leyen

Dopo cinque anni il burocrate europeo per eccellenza è costretto a lasciare la Commissione europea. Molti nemici hanno chiesto la sua testa. Per lui un buen retiro a Vienna da 17mila euro al mese. Pesano sulla sua carriera nomine poco trasparenti e il suicidio di una funzionaria italiana

FREDERICK FLORIN / AFP

Chissà quanti pacchetti di Haribo avrà divorato quando ha visto il Parlamento europeo ratificare la nomina di Ursula von der Leyen con soli nove voti di scarto. Il “mostro di Berlaymont”, come viene chiamato affettuosamente nei corridoi della Commissione europea da alcuni dei 22mila funzionari che dipendono ogni giorno dai suoi ordini, ha fatto di tutto per impedire che la connazionale succedesse al suo padrino politico Jean Claude-Juncker. Questo 49enne avvocato tedesco, goloso delle caramelle gommose prodotte nella sua Bonn, è la definizione plastica di eurocrate. Dalla crisi del debito greco alla Brexit, fino alla procedura d’infrazione per l’Italia, tutti i dossier della Commissione europea sono passati sotto le sue mani. Ha gestito il potere in modo invasivo, duro e onnipresente, attirandosi tanti nemici. Ha scalato le stanze del potere una carica alla volta, passando da una all’altra in modo poco trasparente. In quattro minuti passò da capo di gabinetto di Juncker a vice segretario della Commissione e poi segretario in modo clandestino. Due elezioni ravvicinate e forzatissime oltre i regolamenti europei che hanno macchiato l’operato della Commissione. Su questa decisione pesa forse anche il suicidio in circostanze poco chiare di Laura Pignataro, la cinquantenne dirigente del servizio giuridico della Commissione, incaricata di controllare la legalità delle nomine interne, che secondo Liberation sarebbe stata messa sotto pressione dal tedesco Selmayr, per trovare delle scappatoie legali che evitassero ricorsi alla sua nomina. E ora con l’arrivo della neopresidente il “Rasputin di Juncker” è costretto a scegliere un esilio dorato. Dal 1 novembre andrà a rappresentare l’Unione europea in Austria. Von der Leyen aveva assicurato ai 28 leader Ue la sua testa su un piatto d’argento in cambio dell’elezione. E anche a Bruxelles, ogni promessa è debito.

E dire che era quasi riuscito nell’impresa di far bocciare von der Leyen. Secondo il quotidiano francese Liberation, Selmayr avrebbe dato alla neopresidente un team di transizione inesperto e scadente, non in grado di prepararla al meglio alle audizioni esigenti in cui i vari eurogruppi del Parlamento europeo chiedevano dettagli del suo programma in cambio del voto. Il suo favorito era il primo ministro croato Andrej Plenkovic, perfetto secondo Selmayr per continuare la politica di Juncker. Ma le telefonate decisive di Angela Merkel ed Emmanuel Macron ai primi ministri sovranisti di Ungheria e Polonia hanno impedito che Von der leyen venisse bocciata. Dopo aver contribuito a bocciare la nomina di Frans Timmermans, a lui ostile, anche il più potente dei burocrati europei non ha potuto fermare il vento del cambiamento con le mani. E invece di costruire un muro ha preferito fare il mulino e accasarsi in un ritiro dorato. La Commissione europea ha annunciato il trasferimento ieri con un comunicato: dal primo agosto Martin Selmayr sarà “consigliere speciale del presidente della Commissione europea Juncker su questioni di importanza strategica”. E dal primo novembre, il giorno in cui Ursula von der Leyen subentrerà formalmente a Juncker, Martin diventerà il capo della Rappresentanza dell’Ue a Vienna.

Tradotto dal burocratese: Selmayr è stato cacciato dal tavolo di lavoro il primo giorno utile. E per rendere la transizione digeribile all’opinione pubblica, per sei mesi darà quei pochissimi consigli di importanza strategica che servono a un presidente della Commissione a fine mandato per poi godersi un buen retiro da 17mila euro al mese in cui il massimo dello stress sarà partecipare a eventi divulgativi per i cittadini e i giornalisti sulle scelte compiute dalla Commissione. E anche in questo caso la sua nomina non è proprio del tutto trasparente. Per essere nominato capo dell’ufficio della Commissione a Vienna e mantenere il suo stipendio da 17mila euro al mese, la carica rimarrà una posizione dirigenziale fin quando Selmayr sarà in carica. Artifici burocratici che sono validi per altri quattro capi di rappresentanza che hanno lo stesso rango di Selmayr, ma perché non c’è stato l’invito a presentare altre candidature?

In realtà von der Leyen non poteva fare altro. Selmayr è segretario generale della Commissione, un ruolo amministrativo che può terminare solo in tre modi: pensione, dimissioni o una nuova nomina fatta dalla stessa Commissione. In pratica, una nomina a vita. Lo stesso Selmayr aveva chiesto un anno e mezzo fa la promozione a Juncker per evitare di perdere la sua influenza. Prima era entrato nella commissione come capo di gabinetto del lussemburghese a corto di uomini di fiducia da cui pescare. Un ruolo politico che varia a seconda di chi diventa presidente della Commissione. Per non disperdere il lavoro fatto fino a quel momento e in vista delle sfide che avrebbe dovuto affrontare l’Unione europea, Juncker ha acconsentito alla manovra personale di Selmayr, pur di avere il suo uomo di fiducia nel tavolo dei dossier più importanti dell’Ue. E così nel febbraio 2018, i 27 commissari europei si sono trovati davanti al fatto compiuto. Tutto è accaduto in modo segreto e rapido per prevenire una prevedibile resistenza interna ma anche per evitare le interferenze degli Stati membri. Solo poche ore prima della nomina fu resto noto che l’allora segretario generale, l’olandese Alexander Italianer voleva andare in pensione. Fu fatto dimettere il vicesegretario cosìcché in quattro minuti Selmayr diventasse vice e poi segretario.

Anche per questo il Parlamento europeo ha chiesto per due volte le sue dimissioni. E il difensore civico europeo Emily O’Reilly ha spiegato in un interessante report come è stata elusa la normale procedura di elezione. Senza contare che Selmayr non era qualificato per la posizione di segretario generale, posizione amministrativa e non politica. Ci sono ombra anche sul suicidio di Laura Pignataro la funzionaria che secondo Liberation fu incalzata da Selmayr per trovare scorciatoie legali che validassero la procedura. Chiariamo una cosa: non stiamo alludendo che Selmayr c’entri con il suicidio di Laura Pignataro. Purtroppo l’italiana è solo l’ultima di una lunga serie di funzionari europei che si sono tolti la vita per la troppa pressione. Ma la questione non è mai stata veramente chiarita e in Italia è passata sotto il silenzio di molti media. Perché non approfondire? Dopo cinque anni l’House of Cards di Bruxelles perde il suo Frank Underwood che guidato da una sfrenata ambizione, ha cercato fino all’ultimo di mantenere la sua posizione di potere. Coordinava quasi 22mila funzionari e 27 commissari, il presidente della Commissione pendeva dalle sue labbra. Non sarà più così. La politica europea sarà meno divertente ma forse più trasparente. In ogni caso Selmayr può consolarsi: anche a Vienna vendono le Haribo.

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